Usa-India: l’intesa che incrina i BRICS e allarma la Cina

L’accordo annunciato tra Donald Trump e Narendra Modi ha un contenuto molto concreto: gli Stati Uniti abbassano i dazi sui prodotti indiani al 18% e cancellano una tariffa aggiuntiva del 25% che Washington aveva legato agli acquisti indiani di petrolio russo.

La contropartita, sempre nella logica “do ut des” tipica di questa fase americana, è che l’India riduca fino a fermare quel canale di importazioni energetiche e sposti parte degli acquisti verso fornitori graditi a Washington, con un aumento complessivo di importazioni dagli Stati Uniti (energia, difesa e altri comparti).

Per Nuova Delhi non è un gesto di simpatia né un cambio di campo “valoriale”. È una scelta di autodifesa economica. L’India sta cercando di consolidare crescita, investimenti e produzione industriale; un regime tariffario ostile sul mercato statunitense — che resta uno sbocco fondamentale — rischiava di frenare export, creare incertezza e scoraggiare nuove delocalizzazioni produttive verso l’India.

Mettere un tetto ai dazi significa comprare prevedibilità. E, infatti, la reazione immediata dei mercati indiani è stata di sollievo: quando scende il rischio di uno scontro commerciale con Washington, risalgono fiducia e aspettative.

C’è però un prezzo politico che pesa soprattutto in chiave BRICS. L’India, nel 2026, ha la presidenza del gruppo e da anni prova a tenere una linea molto precisa: multipolarità sì, blocchi rigidi no. In altre parole, BRICS come piattaforma del “Sud globale” per negoziare più spazio e più regole eque; non BRICS come alleanza costruita “contro” l’Occidente.

L’accordo con Trump rende questa posizione ancora più evidente: se l’India accettasse un BRICS impostato come fronte antagonista, si troverebbe a sabotare da sola i propri interessi industriali (mercati, tecnologia, capitali) proprio mentre li sta massimizzando con Washington.

Questa è la ragione per cui il rapporto India-Occidente, oggi, non va letto come un’adesione. Va letto come una negoziazione permanente: l’India prende vantaggi dove può, evita di farsi intrappolare in un campo, e prova a non pagare il costo interno delle scelte esterne.

Non a caso, sul punto più sensibile — il petrolio russo — la transizione non può essere istantanea: i raffinatori indiani hanno contratti in corso, catene logistiche e prezzi da gestire. “Ridurre” non è un interruttore; è una manovra graduale, con conseguenze su prezzi, inflazione e consenso.

Foto Bruno Corpet (Quoique) CC BY-SA 3.0.

È qui che entra la Cina, perché la partita vera, per Nuova Delhi, non è “scegliere l’Occidente”: è non farsi schiacciare da Pechino nel ruolo di potenza economica non occidentale. India e Cina, infatti, non stanno costruendo insieme un’alternativa compatta: stanno competendo, anche quando cercano tregue diplomatiche.

Il conflitto economico sino-indiano ha tre strati. Il primo è la dipendenza industriale: una parte rilevante di componenti, macchinari e input intermedi usati dall’industria indiana arriva dalla Cina. Questo rende costoso e lento qualunque disaccoppiamento. Non basta la volontà politica: servono fornitori alternativi, competenze, tempi di sostituzione e costi sostenibili.

Il secondo è la competizione per le catene del valore. L’India vuole diventare la piattaforma di produzione “China+1” per aziende che cercano di ridurre l’esposizione alla Cina senza uscire dall’Asia. Ogni punto di dazio in meno negli Stati Uniti rende questa proposta più credibile. Ecco perché l’accordo Trump-India è anche un segnale a investitori e multinazionali: produrre in India per vendere negli USA diventa relativamente più conveniente.

Il terzo strato è geopolitico: la rivalità resta anche se i canali diplomatici si riaprono. Il confine conteso, la concorrenza nell’Oceano Indiano, l’influenza nei Paesi vicini e la corsa tecnologica rendono la relazione strutturalmente competitiva. L’interdipendenza economica non elimina la rivalità, la rende solo più complessa.

Letto così, l’accordo Trump-India produce un effetto chiaro sui BRICS: indebolisce l’idea di un blocco “alternativo” compatto, perché il membro che potrebbe bilanciare la Cina dimostra di voler tenere un piede anche nei mercati e nelle filiere occidentali.

E allo stesso tempo irrigidisce la competizione con Pechino: l’India guadagna margine e credibilità come alternativa industriale, la Cina vede un pezzo di quella partita spostarsi verso Nuova Delhi.

La conclusione è semplice, e riguarda l’idea stessa di “potenza economica alternativa all’Occidente”. Oggi quell’alternativa non sta prendendo la forma di un fronte unitario. Sta prendendo la forma di una gara interna al non-Occidente, dove India e Cina si contendono leadership, investimenti, catene di fornitura e capacità di imporre standard.

In mezzo, l’America di Trump usa dazi e deroghe come leva immediata. E questo, per l’India, è un motivo in più per restare fedele alla propria regola di fondo: massimizzare margini, evitare appartenenze esclusive, non consegnarsi a nessuno.

Foto Event Horizon 299792 CC BY-SA 4.0.