Ventotto morti in una fabbrica di scarpe non sono solo un incidente industriale. Sono una finestra su uno dei distretti produttivi più importanti del mondo: Jinjiang, nel Fujian, la città cinese da cui esce circa una sneaker su cinque vendute a livello globale.
L’incendio è scoppiato giovedì nello stabilimento Fujian Huiteng, un edificio di cinque piani adibito a fabbrica e magazzino. Dentro c’erano 239 persone: 237 lavoratori e due visitatori. Secondo le autorità, 213 sono state soccorse, due sono morte dopo il trasporto in ospedale e altre 26 sono state trovate senza vita nello stabile.
Le prime ricostruzioni indicano che il fuoco sia partito dal piano terra, dove erano conservati materiali per calzature altamente infiammabili; le operazioni di soccorso sarebbero state ostacolate anche da materiali accumulati nelle scale. Dopo il rogo, il proprietario e altri responsabili della fabbrica sono stati fermati e i conti aziendali congelati.
Jinjiang non è un luogo marginale della manifattura cinese. È uno dei centri mondiali della scarpa sportiva. La sua area produttiva più nota, Chendai, concentra migliaia di imprese della filiera: fabbriche, subfornitori, produttori di suole, materiali, componenti, adesivi e logistica.
Secondo dati pubblicati da fonti cinesi, Chendai conta oltre 7.000 imprese del settore calzaturiero e produce più di un miliardo di paia di scarpe l’anno; l’intero distretto di Jinjiang avrebbe superato nel 2024 1,2 miliardi di paia, pari a circa il 20% della produzione mondiale.
Questo dato serve a capire la scala del problema. La fabbrica bruciata non è necessariamente collegata ai casi documentati di lavoro forzato nello Xinjiang, e al momento non risultano prove pubbliche che nello stabilimento Huiteng lavorassero uiguri o altre minoranze trasferite.
Ma Jinjiang e il Fujian compaiono in più inchieste sulla filiera calzaturiera cinese e sui programmi di trasferimento di manodopera dallo Xinjiang.
Nel 2020 l’Australian Strategic Policy Institute documentò il trasferimento di almeno 80.000 uiguri e membri di altre minoranze dallo Xinjiang verso fabbriche in altre province cinesi tra il 2017 e il 2019, in condizioni definite compatibili con il lavoro forzato. Il rapporto collegava queste fabbriche alle catene di fornitura di 83 marchi globali nei settori abbigliamento, tecnologia e automotive.
Nel settore delle scarpe, il caso più recente riguarda proprio il Fujian. Nel settembre 2025 il Bureau of Investigative Journalism ha pubblicato un’inchiesta su fabbriche calzaturiere cinesi collegate a lavoratori uiguri, kazaki e kirghisi trasferiti dallo Xinjiang.
Tra i casi citati c’è Jinjiang Baoshu Shoes and Plastic, fabbrica che secondo l’inchiesta produceva scarpe per Tommy Hilfiger, Guess e Skechers. Il Bureau ha verificato anche contenuti pubblicati sui social cinesi da lavoratori trasferiti a Jinjiang e dati commerciali sulle esportazioni.

Un altro caso riguarda Fujian Sunshine Footwear, società cinese controllata dal gruppo taiwanese Fulgent Sun. Secondo Kharon, nel marzo 2018 la fabbrica ricevette 62 “persone registrate come povere” dalla contea di Akto, nello Xinjiang, con un trasferimento organizzato dall’ufficio locale per le risorse umane e la sicurezza sociale.
La stessa società avrebbe spedito nel 2022 e 2023 oltre un milione di chilogrammi di scarpe e prodotti collegati a marchi negli Stati Uniti, oltre a componenti e materiali per una consociata in Vietnam.
Il punto è questo: il lavoro forzato nella filiera delle scarpe non è una supposizione generica. Esistono casi documentati, nomi di fabbriche, trasferimenti registrati, dati doganali, marchi coinvolti e programmi governativi di “trasferimento di manodopera” dallo Xinjiang.
Le aziende citate respingono o ridimensionano le accuse, parlano di controlli, audit e rispetto delle norme. Ma le inchieste mostrano quanto sia difficile seguire la filiera quando non si esportano più solo scarpe finite, ma parti, suole, fodere, tessuti, colle e semilavorati che poi passano da altri Paesi, in particolare il Vietnam.
Accanto al lavoro forzato delle minoranze, c’è poi il lavoro migrante interno, su cui si regge da decenni la manifattura cinese. Nel 2024 la Cina contava 299,73 milioni di lavoratori migranti, secondo dati ufficiali.
Molti sono lavoratori con hukou rurale, cioè registrazione familiare in aree d’origine diverse dalle città in cui lavorano: per anni questo sistema ha limitato l’accesso a scuola, sanità, casa pubblica e welfare urbano. Pechino ha annunciato nel 2026 nuove linee guida per ampliare l’accesso ai servizi pubblici proprio perché la frattura resta strutturale.
C’è infine il tema della sicurezza industriale. La Cina ha registrato nel 2025 oltre 18.000 morti sul lavoro in quasi 20.000 incidenti. L’incendio di Jinjiang arriva dopo altri disastri recenti: l’esplosione in una fabbrica di fuochi d’artificio nello Hunan e l’incendio in un impianto di refrigerazione nello Jiangxi.
Nel caso delle calzature, il rischio è aggravato dalla presenza di materiali sintetici, colle, solventi e gomma, cioè componenti che possono accelerare la propagazione delle fiamme.
La notizia, quindi, non è solo che 28 persone sono morte in una fabbrica. La notizia è che sono morte dentro uno dei nodi centrali della produzione mondiale di scarpe: un distretto da migliaia di imprese, miliardi di paia prodotte, lavoro migrante, subfornitura opaca, rischi di sicurezza e casi documentati di lavoro forzato collegati alla filiera. Non tutto si concentra nella fabbrica Huiteng. Ma tutto appartiene allo stesso modello produttivo.



