Abderrahim Fakir, una morte che accusa lo Stato

Le ultime parole di Abderrahim Fakir, per quanto ne sappiamo, sono state due. Aiuto. Basta. Le ha gridate a faccia in giù sull’asfalto dei garage di via Italo Svevo, al Pilastro di Bologna, con due agenti a cavalcioni sulla schiena e sulle gambe, uno dei quali gli teneva la testa premuta contro il suolo. A pochi passi, due operatori del 118 guardavano. Un residente riprendeva dalla finestra.

Poi Fakir ha smesso di dimenarsi. Aveva quarantatré anni non ancora compiuti, lavorava nella logistica, era andato al Pilastro a trovare dei parenti. Dalla chiamata al 118 alla constatazione del decesso sono passati trentasei minuti.

Sopra le gambe di Abderrahim Fakir, mentre moriva, non c’erano solo due poliziotti. C’era un terzo uomo. A petto nudo, la sigaretta in bocca. Non un agente: un privato cittadino, con ogni probabilità un abitante del palazzo. Gli teneva le caviglie.

Non è soltanto una deduzione dal video. È scritto nella nota della questura di Bologna: gli agenti, «per contenere il soggetto, sono stati aiutati da altri cittadini». Al plurale. Fermiamoci qui, perché non è il punto meno grave di tutta la vicenda, ed è quello di cui si sta parlando meno.

Eppure quell’uomo è rimasto lì per tutta la durata del contenimento. Nessuno gli ha detto di alzarsi. Nessuno lo ha allontanato. Chiamiamolo l’effetto Giustiziere. Quattro giorni prima, la Cassazione aveva reso definitiva la condanna di Mario Roggero per l’omicidio di due rapinatori, e nel giro di ventiquattr’ore tre ministri della Repubblica si erano schierati con il condannato.

Non so cosa avesse in testa l’uomo a petto nudo che teneva le caviglie di Abderrahim Fakir. So che da quattro giorni, in questo Paese, il cittadino che decide di farsi giustizia da sé ha mezzo governo alle spalle che lo sostiene. Il 15 luglio la Cassazione ha reso definitiva la condanna di Mario Roggero a quattordici anni e nove mesi. Il giorno dopo il ministro Nordio ha avviato l’istruttoria per la grazia. Salvini si era già rivolto pubblicamente al Quirinale, Crosetto aveva chiesto che si esperisse ogni possibilità.

Fakir è morto il 19 luglio 2026. Il 19 luglio 2001 cominciavano le giornate del G8 di Genova. Il giorno dopo veniva ucciso Carlo Giuliani. La notte fra il 21 e il 22 c’era la Diaz. Oggi, mentre scrivo, è il venticinquesimo anniversario esatto di piazza Alimonda.

È un metro di misura. Da Genova arrivano le condanne di Strasburgo per tortura, il reato di tortura introdotto solo nel 2017, e il Codice etico europeo di polizia approvato dal Consiglio d’Europa il 19 settembre 2001, che raccomandava agli Stati membri di rendere ogni agente in servizio di ordine pubblico riconoscibile e identificabile.

La raccomandazione è stata ribadita dal Parlamento europeo nel 2012, dall’ONU nel 2016, di nuovo dal Consiglio d’Europa nel dicembre 2023. Una ventina di Paesi europei hanno il codice identificativo. L’Italia ha una decina di proposte di legge morte in Parlamento, oltre centocinquantamila firme raccolte da Amnesty e consegnate al capo della Polizia, e le bodycam.

La differenza fra le due cose non è tecnica, è di potere. La bodycam è un dispositivo che l’amministrazione accende, custodisce, seleziona e consegna quando e come decide. Il numero sulla divisa lo legge il cittadino, in tempo reale, senza chiedere permesso a nessuno. Il primo è il controllo che l’istituzione esercita su di sé. Il secondo è il controllo che il cittadino esercita sull’istituzione. La scelta fra i due non è mai stata casuale.

E non veniteci a dire che identificare un agente è impossibile. Il 24 maggio scorso, fuori dallo stadio di Torino, un tifoso è stato colpito alla testa da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo. In sei settimane la procura ha chiesto i domiciliari per il poliziotto che aveva sparato, identificato dalla polizia stessa attraverso i video e il lavoro della squadra mobile.

Aldrovandi. Cucchi. Magherini. Non serve raccontarli di nuovo, li conosciamo tutti. Hanno avuto un processo perché avevano famiglie che non si sono arrese per anni, e perché in un caso qualcuno ha parlato dall’interno dodici anni dopo. Dietro di loro c’è una fila di morti che alla cronaca non arriva mai.

Quello che non è l’eccezione è l’impunità come sistema. Il modo in cui si arriva a un uomo che grida «aiuto, basta» con la faccia contro l’asfalto, due sanitari fermi e un passante sulle gambe è un modo che questo Paese ha costruito pezzo per pezzo in venticinque anni, e che avrebbe potuto smontare in qualunque momento con una legge di tre articoli.

Ma qui parliamo dello stesso governo che a marzo ha chiesto agli italiani di riscrivere l’assetto costituzionale della magistratura e si è sentito rispondere No dal 53,6 per cento, con la più alta affluenza da anni e con Bologna seconda provincia d’Italia per partecipazione. Se ci fossero stati dubbi, il vero intento di quella riforma è diventato chiaro.

Nel frattempo è in vigore la Legge 54/2026 sulla sicurezza pubblica, di cui Amnesty International ha chiesto l’abrogazione parziale il 30 giugno, dopo i rilievi di ONU, OSCE, Consiglio d’Europa, CSM e Cassazione. E oltre Atlantico, dove nel 2025 sono morte trentuno persone in custodia dell’ICE e dove due cittadini americani sono stati uccisi in gennaio da agenti federali senza che finora nessuno abbia risposto di nulla, si sta costruendo il modello. Quando la ex più grande democrazia occidentale normalizza l’idea che un corpo di polizia possa uccidere senza conseguenze, chi qui la pensa così si sente meno solo.

La sorella di Fakir ha detto che non si darà pace. Al Pilastro, la sera stessa, duecento persone col ginocchio a terra e uno striscione che diceva omicidio di Stato. È il linguaggio della rabbia, ed è comprensibile. Ma il nostro mestiere è più noioso: chiedere le cose una per una, e continuare a chiederle quando la piazza si sarà svuotata.

Che l’autopsia stabilisca se l’immobilizzazione prona prolungata abbia concorso alla morte, e che il quesito peritale sia scritto per accertarlo, non per eluderlo. Che le bodycam finiscano integralmente agli atti, senza selezioni. Che qualcuno spieghi perché due soccorritori sono rimasti fermi. Che qualcuno spieghi, soprattutto, chi era il terzo uomo, cosa ci faceva lì, e perché nessuno gli abbia detto di togliersi.

E che il Parlamento, venticinque anni dopo Genova, metta finalmente un numero sulle divise. Una polizia che non si può identificare non è al servizio del cittadino. È al servizio di chi la comanda. Non serve chiamarla in altro modo per capire cosa diventa.

Di Ares Ferrari – Immagine messa a disposizione da w:it:Camillo, CC BY 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=890196