Per decenni Hong Kong è stata il polmone editoriale libero del mondo cinese: dal continente si attraversava il confine per comprare i libri che a Pechino erano impensabili. Quella città non esiste più. Dalla legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino nel 2020 — dopo le proteste del 2019 — e dall’ordinanza “domestica” del 2024, l’informazione indipendente è stata smontata pezzo per pezzo: chiuso l’Apple Daily, incarcerato il suo fondatore Jimmy Lai, epurate centinaia di titoli dalle biblioteche pubbliche, cacciati i vignettisti dai giornali.
La Cina resta il primo carceriere di giornalisti al mondo; e Hong Kong — che Pechino aveva promesso di lasciare libera per cinquant’anni dopo il ritorno alla madrepatria nel 1997 — ne conta ormai una decina dietro le sbarre. L’ultima frontiera della repressione sono le librerie indipendenti: esaurite l’editoria e le biblioteche, si è passati agli scaffali. Adesso però la censura cinese si arricchisce di un nuovo capitolo: non c’è una lista e qualsiasi pubblicazione è sequestrabile a capriccio.
Quando il 15 luglio la polizia di Hong Kong ha perquisito le librerie indipendenti Have A Nice Stay e Greenfield Book Store, arrestando cinque persone per pubblicazioni dal presunto “intento sedizioso”, non ha reso noto un solo titolo.
Il comunicato parla di libri intercettati dalla dogana in una spedizione dall’estero, senza altro. È una reticenza sistematica, e non casuale: a Hong Kong non esiste un indice ufficiale dei libri vietati. Il Segretario alla Sicurezza Chris Tang ha spiegato che il governo non intende stilarlo, ritenendolo inutile.
La conseguenza è che nessun libraio sa in anticipo cosa sia lecito vendere: è la “linea rossa sfuggente” citata dalle stesse librerie nel motivare le chiusure. L’indeterminatezza non è un difetto del sistema, ne è lo strumento.
Per capire quali libri finiscano nel mirino bisogna quindi guardare ai due precedenti del 2026, dove i titoli sequestrati sono stati identificati dalla stampa. Ed è lì che emerge un totem ricorrente.

Il libro che torna sempre: The Troublemaker
Nel raid di marzo alla libreria di Sham Shui Po gestita da Pong Yat-ming, e di nuovo in quello di giugno alla Hunter Bookstore, tra il materiale portato via c’era la stessa opera: The Troublemaker: How Jimmy Lai Became a Billionaire, Hong Kong’s Greatest Dissident, and China’s Most Feared Critic, biografia del magnate dei media Jimmy Lai firmata da Mark Clifford e uscita negli Stati Uniti nel dicembre 2024.
Il contenuto è una parabola: Lai fugge dalla Cina continentale a dodici anni, in piena carestia, e a Hong Kong dorme nelle fabbriche tessili dove fa lavori umili. A ventuno gestisce uno stabilimento, poi ne possiede uno, e nel 1981 fonda il marchio Giordano, tra i pionieri del fast fashion. Venduta l’azienda, si sposta nell’editoria e crea Apple Daily, quotidiano dichiaratamente pro-democrazia e ostile al Partito comunista cinese. Da lì la traiettoria si rovescia: dopo le proteste del 2019 e la legge sulla sicurezza nazionale del 2020, Lai diventa il bersaglio più esposto della repressione, viene arrestato e infine condannato a vent’anni di carcere, la pena più severa mai inflitta sotto quella legge. Il libro ne fa un ritratto apertamente ammirato, quasi agiografico, di dissidente eroico.
Non stupisce che Pechino lo detesti: l’autore stesso ha dichiarato che, se il prezzo della liberazione di Lai fosse la distruzione al macero delle copie, ne sarebbe ben felice.
Chi è l’autore
Mark Clifford non è un osservatore esterno. Giornalista americano, ha vissuto ventotto anni a Hong Kong ed è stato direttore di entrambi i quotidiani in lingua inglese della città, il South China Morning Post e The Standard. Soprattutto, ha fatto parte del consiglio di amministrazione di Next Digital, la società editoriale di Lai: era un uomo del cerchio ristretto del suo protagonista.
Ha lasciato l’Asia nel 2020-2021, quando l’Apple Daily veniva smantellato, e oggi presiede la Committee for Freedom in Hong Kong Foundation, una ONG che fa apertamente campagna per la scarcerazione di Lai e degli altri prigionieri politici. La sua “biografia” è insieme un atto di advocacy: è il suo stesso ruolo — ex consigliere del dissidente, oggi attivista in esilio — a renderla, agli occhi delle autorità, un oggetto pericoloso.
L’altro nome: il vignettista Zunzi
Alla Hunter Bookstore, accanto alla biografia di Lai, gli agenti hanno prelevato opere di Zunzi, pseudonimo di Wong Kei-kwan (in mandarino Huang Jijun), 68 anni, il più noto vignettista satirico della città. Le sue tavole — singole illustrazioni e strisce a tre vignette — hanno lampeggiato per quarant’anni su Ming Pao, il principale quotidiano cinese di Hong Kong, dal 1983; per ventisei anni sono comparse anche sull’Apple Daily e su Next.
Zunzi ha già pagato caro. Nel maggio 2023 Ming Pao ha soppresso le sue due rubriche dopo una raffica di lamentele governative: il Segretario alla Sicurezza Chris Tang aveva bollato come “fuorviante” una vignetta che ironizzava sull’aumento della spesa per la sicurezza (più detenuti, più carceri, più secondini, più giudici).
Le sue opere sono poi sparite dai cataloghi delle biblioteche pubbliche, rimosse in nome della sicurezza nazionale. Non è una novità assoluta: già decenni fa i suoi disegni erano stati messi al bando a Macao e a Singapore, e nel tempo hanno attirato l’ira di almeno cinque dipartimenti governativi, polizia e Ufficio per la Sicurezza compresi. Il suo caso mostra il meccanismo allo stato puro: prima si espelle l’autore dai media, poi lo si cancella dalle biblioteche, infine possederne i libri diventa reato.
Il filo che li lega
I due nomi non sono casuali. Sono le due facce dell’informazione che la città non tollera più: il giornalismo d’inchiesta di Lai e la satira di Zunzi, entrambi legati all’orbita dell’Apple Daily. Sequestrare i loro libri non serve a togliere dal commercio un testo — chiunque può scaricarlo altrove — ma a ridefinire il confine del pensabile.
Per questo la polizia tace sui titoli, perchè il silenzio è già il messaggio: a Hong Kong, oggi, si può essere incriminati per ciò che si tiene sullo scaffale, senza sapere in anticipo quale scaffale sia quello sbagliato.



