Il 5 giugno la televisione di Stato cinese ha mostrato una cerimonia di diploma alla Scuola centrale del Partito, l’accademia di Pechino dove si formano i quadri destinati al vertice. A presiederla, per la prima volta in veste di rettore, c’era Cai Qi, settant’anni, numero cinque della gerarchia. La notizia non è la cerimonia: è l’accumulo. Cai dirige già l’Ufficio generale del Comitato centrale — è il capo di gabinetto di Xi Jinping — siede nel Comitato permanente del Politburo, guida la segreteria del partito e sovrintende ad apparati di sicurezza.
Ora controlla anche l’istituzione che seleziona e indottrina la prossima generazione di dirigenti: la stessa scuola che Hu Jintao e poi Xi diressero prima di ascendere al vertice. Con una differenza decisiva. Cai non è un delfino: ha la stessa età anagrafica del potere che serve. È un filtro, non un erede.
Il contesto spiega tutto. Al congresso previsto per la fine del 2027 Xi Jinping, che avrà 74 anni, si avvia al quarto mandato quinquennale, portando il suo dominio oltre i vent’anni. Come ogni autocrate che invecchia, affronta il dilemma classico: deve reclutare una generazione di successori potenziali senza che nessuno di loro diventi un successore reale, perché designare un erede significa creare un rivale.
La soluzione è affidare la selezione al più fedele dei fedeli, uno troppo vecchio per tradire. Per capire cosa selezionerà Cai Qi, però, bisogna guardare la macchina dall’interno. E soprattutto dal basso.
La piramide
Il Partito comunista cinese ha superato a fine 2025 i 101,3 milioni di iscritti: più della popolazione della Germania, circa il 7% dei cinesi. La base della piramide è capillare: 5,4 milioni di organizzazioni di base — cellule in ogni villaggio, università, ministero, ospedale, e per statuto in ogni impresa, incluse quelle private e straniere.
Da lì si sale: ogni cinque anni circa 2.300 delegati si riuniscono nel congresso nazionale, che elegge un Comitato centrale di circa 200 membri effettivi, che elegge un Politburo di 24 membri, che esprime un Comitato permanente di 7, al cui vertice sta il segretario generale.
Descritta così sembra una democrazia interna che sale dal basso. Funziona esattamente al contrario. Ogni “elezione” ratifica liste decise al livello superiore, e il vero motore è il sistema di nomenklatura: il Dipartimento organizzazione del Comitato centrale — che Cai Qi ora affianca dal lato della formazione — nomina direttamente decine di migliaia di posizioni chiave, dai governatori ai rettori universitari ai vertici delle grandi aziende di Stato, e a cascata i livelli inferiori nominano milioni di incarichi. Il “centralismo democratico” è una piramide dove la legittimità scende dall’alto e la lealtà sale dal basso.
La mappa sociale: chi c’è dentro
È qui che i numeri ufficiali, pubblicati dal Dipartimento organizzazione a fine giugno, diventano un ritratto di classe involontario. Nei 101 milioni di iscritti, gli operai — la classe che dà al partito il nome e la ragione sociale — sono 6,7 milioni: il 6,6%. Meno dei funzionari di partito e di governo (7,4 milioni).
Meno della metà dei dirigenti d’azienda e di enti pubblici (11,9 milioni). Un terzo dei tecnici e professionisti (16,7 milioni). I contadini, pastori e pescatori sono 26 milioni, ma è la categoria residuale di un Paese che si spopola nelle campagne, e infatti la quota congiunta di operai e contadini — il 32,4% — cala anno dopo anno; negli anni Novanta superava largamente la metà. La categoria che cresce è un’altra: il 59% degli iscritti ha oggi un titolo di studio universitario o equivalente.
L’ingresso, del resto, è un concorso. Nel 2014, ultimo anno con dati comparabili, furono accettate 2 milioni di domande su 22 milioni; a fine 2025 quasi 21 milioni di cinesi erano in lista d’attesa. La selezione premia titoli di studio, curriculum e affidabilità politica certificata da indagini che arrivano fino alla famiglia d’origine.

La tessera non è un atto di fede: è un asset di carriera, spesso il prerequisito per qualsiasi posizione dirigenziale nel pubblico e un vantaggio competitivo nel privato. La svolta formale risale al 2002, quando Jiang Zemin con la dottrina delle “tre rappresentanze” aprì ufficialmente le porte agli imprenditori privati: oggi si stima che tra il 30 e il 35% degli imprenditori cinesi sia o sia stato iscritto al partito.
Il quadro va completato con chi non c’è. Le donne sono il 31,5% degli iscritti, ma nessuna donna ha mai messo piede nel Comitato permanente in 105 anni di storia, e l’attuale Politburo è il primo dal 1997 a non contarne nemmeno una. I quasi 300 milioni di lavoratori migranti interni — la classe operaia reale della Cina, quella che ha costruito le città e riempie le fabbriche — sono pressoché assenti dalle statistiche di reclutamento.
E fuori dal partito non esiste rappresentanza alternativa: il sindacato unico di Stato è un organo del partito stesso, e organizzare un sindacato indipendente è un reato.
La conclusione della mappa sociale è netta: il più grande partito “comunista” del mondo è una macchina di selezione dell’élite amministrativa e tecnica. Più si sale nella piramide, più ci si allontana dal lavoro.
La macchina della disciplina
Ciò che tiene insieme 101 milioni di persone non è l’ideologia: è la disciplina. La Commissione centrale per l’ispezione disciplinare — un sistema giudiziario interno che precede e scavalca quello statale — ha sanzionato nel solo 2025 circa 983 mila iscritti e aperto indagini su 181 alti funzionari amministrati direttamente dal centro.
La campagna anticorruzione permanente di Xi, che dal 2012 ha colpito milioni di quadri, svolge una doppia funzione: reprime una corruzione reale ed endemica, e al tempo stesso è lo strumento con cui il segretario generale elimina reti di potere alternative — come dimostrano le purghe che hanno decapitato negli ultimi anni i vertici militari, ministri della Difesa compresi. È in questo quadro che va letta la nuova campagna, supervisionata proprio da Cai Qi, per inculcare nei quadri le idee di Xi su “disciplina e lealtà”: la formazione ideologica come completamento della minaccia disciplinare.
Il dilemma del ventesimo anno
Xi ha smontato lui stesso, nel 2018, le regole non scritte che il partito si era dato dopo Mao per evitare il ritorno del potere personale a vita: il limite dei due mandati, la successione preparata con dieci anni di anticipo, il pensionamento a 68 anni. Il risultato è che la Cina si avvicina al 2027 senza alcun meccanismo di successione, esattamente la condizione che produsse il caos alla morte di Mao.
La nomina di Cai Qi alla Scuola centrale dice quale risposta Xi ha scelto: non designare un erede, ma controllare il vivaio. Selezionare una generazione intera con un solo criterio — la lealtà personale — e rinviare il problema.
È una risposta che funziona finché funziona il leader. E consegna un paradosso finale: un partito nato per abolire le classi è diventato il più sofisticato sistema di riproduzione di una classe dirigente esistente al mondo, con cento milioni di iscritti selezionati per merito scolastico e fedeltà, sei operai su cento, e in cima un uomo solo che invecchia.
Chi guarda la Cina dal basso — dai dormitori della Foxconn, dai cantieri, dai villaggi svuotati — vede quello che le statistiche del Dipartimento organizzazione confermano: il partito non è il loro. È sopra di loro.



