Quando nel 2020 il governo indiano lanciò il PLI – Production-Linked Incentive Scheme – l’obiettivo era chiaro: riportare la manifattura al centro dell’economia indiana e approfittare della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina.
Oggi, quattro anni e 23 miliardi di dollari dopo, il piano si chiude nel silenzio imbarazzato di chi sperava di farne un vanto geopolitico. E lo fa nel momento peggiore: Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, e per Narendra Modi le porte del commercio globale rischiano di richiudersi con violenza.
Stando a fonti governative citate da Reuters, Nuova Delhi ha deciso di non prorogare il piano oltre i 14 settori pilota, nonostante le richieste di centinaia di aziende. La produzione si è fermata al 37% dell’obiettivo, e meno dell’8% dei fondi promessi è stato effettivamente versato. La quota di manifattura sul PIL indiano è addirittura calata: dal 15,4% al 14,3%. Un fallimento che pesa.
Ma ciò che rende tutto più grave è il contesto internazionale. Con il ritorno di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, la linea dura contro i paesi con surplus commerciale – India inclusa – è già stata rilanciata. Tariffe, barriere doganali e un nuovo round di protezionismo americano minacciano di travolgere un’India ancora impreparata, in affanno produttivo e con un export sotto pressione.
Il piano PLI era stato pensato come risposta strategica alla crisi del modello cinese. La pandemia aveva colpito duro la Cina, e le multinazionali cercavano alternative per diversificare la produzione. L’India, con la sua popolazione giovane, i costi bassi e un governo amico dell’Occidente, sembrava l’erede perfetta. Modi cavalcò l’onda con lo slogan “Make in India” e offrì incentivi miliardari a chi produceva nel Paese.
Hanno aderito in molti: Foxconn, Reliance, Adani, JSW. Ma tra ritardi nei rimborsi, burocrazia soffocante e obiettivi poco realistici, la maggior parte dei settori non ha decollato. Solo farmaceutica e telefonia hanno mostrato numeri convincenti. Negli altri comparti – come l’energia solare, l’acciaio o il tessile – i progetti sono rimasti sulla carta, oppure sono stati ritirati. Le grandi promesse si sono arenate in una macchina statale lenta e impreparata.
Adesso, con Trump tornato a Washington e pronto a riscrivere le regole del commercio globale, l’India rischia di trovarsi doppiamente isolata. Non ha una base industriale solida, non ha mantenuto gli impegni con le aziende straniere e non ha più la simpatia americana di cui godeva durante il primo mandato di Modi. Anzi, l’India è tornata nel mirino dei falchi protezionisti statunitensi.
Secondo l’economista Biswajit Dhar, “il PLI era probabilmente l’ultima occasione per rilanciare la nostra manifattura. Se fallisce un piano da 23 miliardi, che cosa dovrebbe funzionare?”. Una domanda retorica che pesa come una sentenza. E che trova eco anche tra i grandi gruppi industriali, molti dei quali – come JSW o Adani – non hanno neppure iniziato a produrre, nonostante gli impegni assunti.
Modi, che ha sempre usato l’economia come leva politica e simbolica, si ritrova ora con un’eredità fragile. L’India non è riuscita a scalzare la Cina, né a guadagnarsi un posto stabile nelle catene globali. Ha perso tempo, fondi e credibilità. E ora affronta una Casa Bianca ostile, senza un’industria forte da opporre.
Nel frattempo, altri paesi – Vietnam, Indonesia, Messico – si candidano a raccogliere l’eredità cinese nelle fabbriche del mondo. L’India era in pole position, ma ha sprecato l’occasione. E la leadership di Modi, che puntava sul nazionalismo produttivo per rafforzare il suo ruolo globale, si incrina proprio mentre gli equilibri internazionali tornano a farsi duri.
Il PLI doveva essere il simbolo dell’India che corre. È finito per diventare l’emblema di un’ambizione mancata. Trump detta di nuovo le regole del commercio mondiale. E l’India, senza produzione, rischia di restare fuori dal gioco.




