I leader dell’Africa occidentale hanno approvato a Freetown l’accordo che sostiene la costruzione del gasdotto Nigeria-Marocco. Il progetto dovrebbe estendersi per circa seimila chilometri, attraversare tredici Paesi lungo la costa atlantica africana e trasportare il gas nigeriano fino al Marocco, per poi collegarsi alla rete diretta verso l’Europa.
Le istituzioni promotrici lo presentano come un nuovo corridoio energetico e industriale tra Africa occidentale, Sahel, Marocco e mercato europeo. Prima dell’avvio dei lavori dovranno essere create una società di progetto con sede a Casablanca e una struttura di governo ad Abuja. La costruzione potrebbe cominciare nel 2028, mentre le prime consegne di gas sono indicate per il 2031.
L’accordo politico, però, non equivale ancora alla decisione definitiva di investimento. Restano da coinvolgere finanziatori e imprese, definire la ripartizione dei costi e chiarire quali garanzie verranno richieste agli Stati. Soprattutto, resta aperta la questione centrale: chi beneficerà davvero dell’infrastruttura e chi ne sosterrà i rischi economici, sociali e ambientali?
La Nigeria esporta energia, ma milioni di persone restano al buio
La prima contraddizione riguarda il Paese da cui partirà il gas. La Nigeria possiede alcune delle maggiori riserve africane di idrocarburi, ma decine di milioni di abitanti non hanno ancora accesso all’elettricità.
Anche molte famiglie formalmente collegate alla rete subiscono interruzioni frequenti e devono ricorrere a generatori privati, costosi e inquinanti. Il problema non è soltanto la disponibilità di gas: mancano centrali efficienti, reti di trasmissione, sistemi di distribuzione affidabili e tariffe sostenibili per le fasce più povere.
Il nuovo gasdotto potrebbe migliorare l’approvvigionamento energetico regionale, ma non esiste alcun automatismo. Senza quote riservate al mercato interno, investimenti nella rete elettrica e obblighi precisi sui prezzi, la Nigeria potrebbe aumentare le esportazioni senza ridurre la povertà energetica.
Il rischio è che il gas venga estratto nei territori nigeriani, attraversi migliaia di chilometri e raggiunga industrie e mercati stranieri mentre una parte consistente della popolazione continua a vivere senza un servizio elettrico stabile.
Le comunità lungo il tracciato
Il gasdotto sarà in larga parte sottomarino, ma richiederà approdi costieri, stazioni di compressione, impianti, collegamenti terrestri e aree di servizio. Questo significa occupazione di terreni, limitazioni delle attività locali e possibili trasferimenti delle persone che vivono nelle zone interessate.
Per una comunità costiera, perdere l’accesso a una spiaggia, a una zona di pesca o a un terreno agricolo non equivale soltanto alla perdita di un bene materiale. Può significare la scomparsa della principale fonte di reddito e di alimentazione.
I più esposti sono spesso coloro che hanno meno strumenti per dimostrare formalmente i propri diritti: pescatori artigianali, piccoli agricoltori, lavoratori informali, affittuari e donne che utilizzano risorse collettive senza possederne il titolo.
Le precedenti grandi infrastrutture energetiche realizzate nella regione hanno già prodotto contestazioni sugli indennizzi, sul valore attribuito ai terreni e sulla capacità dei risarcimenti di ricostruire realmente i mezzi di sostentamento perduti.
Pagare una somma una tantum non basta, se una famiglia viene privata per sempre dell’attività da cui dipendeva.
Il peso dell’estrazione sul delta del Niger
Per alimentare una condotta di queste dimensioni sarà necessario garantire grandi quantità di gas per molti anni. Ciò potrebbe tradursi in un’espansione delle attività estrattive nelle regioni produttrici nigeriane.
Nel delta del Niger, decenni di sfruttamento petrolifero hanno lasciato contaminazione dell’acqua, distruzione dei terreni agricoli, perdita delle zone di pesca e conseguenze sanitarie gravissime. Le comunità locali hanno pagato un prezzo enorme per una ricchezza che raramente si è trasformata in servizi, occupazione stabile o benessere diffuso.
Il gasdotto non produrrà necessariamente gli stessi danni, ma la sua valutazione non può fermarsi alla sicurezza del tubo. Bisogna sapere da quali giacimenti arriverà il gas, quali nuovi impianti saranno costruiti, come verranno controllate le perdite di metano e quali garanzie saranno offerte alle popolazioni delle aree estrattive.
Il rischio è che i ricavi vengano distribuiti fra Stati, compagnie pubbliche, imprese private e investitori, mentre inquinamento e malattie rimangano nei villaggi.

Il Marocco diventa un ponte verso l’Europa
Per il Marocco il progetto ha un forte valore strategico. Il Paese potrebbe ridurre la propria dipendenza dalle importazioni energetiche, alimentare centrali e industrie e rafforzare il ruolo di collegamento fra Africa ed Europa.
Anche in questo caso, però, la disponibilità di gas non garantisce automaticamente bollette più basse o migliori condizioni di vita.
Una grande infrastruttura può servire soprattutto il mercato industriale e l’esportazione. Le famiglie più povere continueranno a dipendere dalle politiche tariffarie, dai sussidi, dai trasferimenti sociali e dall’effettiva distribuzione dell’energia.
Il Marocco sta inoltre riformando il sistema dei sussidi energetici. Se gli aiuti generalizzati vengono ridotti senza un sistema efficace di protezione delle fasce vulnerabili, il costo delle bombole, dei trasporti e dell’elettricità può aumentare proprio mentre il Paese diventa un grande nodo del commercio del gas.
Si può quindi avere un territorio attraversato da enormi quantità di energia e, nello stesso tempo, famiglie che faticano a pagare quella necessaria per cucinare, riscaldarsi o spostarsi.
Lavoro promesso, lavoro reale
Fra gli argomenti utilizzati per sostenere il progetto c’è la creazione di posti di lavoro. Durante la costruzione saranno effettivamente necessari operai, tecnici, trasportatori e servizi locali.
Bisognerà però distinguere l’occupazione temporanea dei cantieri dai posti stabili prodotti dall’infrastruttura. Le grandi opere energetiche richiedono molta manodopera durante la fase iniziale, ma una volta operative vengono gestite da un numero relativamente ridotto di lavoratori altamente specializzati.
Senza programmi di formazione, assunzioni locali, salari adeguati e tutela sindacale, una parte consistente delle opportunità potrebbe essere riservata a imprese internazionali e personale proveniente dall’esterno.
Alle comunità resterebbero i cantieri, le limitazioni territoriali e i rischi, ma non necessariamente un miglioramento duraturo del reddito.
Chi garantisce i debiti?
Il costo stimato del gasdotto è enorme. Non è ancora chiaro quali investitori finanzieranno l’opera, quali Stati offriranno garanzie e chi si farà carico delle perdite nel caso in cui i costi aumentino o la domanda di gas diminuisca.
La questione è particolarmente delicata perché il progetto sarà realizzato in una fase di transizione energetica. L’Europa dichiara di voler ridurre progressivamente il consumo di combustibili fossili, mentre il gasdotto avrà bisogno di contratti di lunga durata per ripagare l’investimento.
Se saranno offerte garanzie pubbliche, prezzi minimi o obblighi di acquisto, il rischio commerciale potrebbe essere trasferito ai bilanci statali. In quel caso, eventuali perdite verrebbero pagate anche da popolazioni che hanno bisogno di scuole, sanità, acqua potabile, trasporti ed elettricità.
Prima di celebrare l’opera, sarebbe quindi necessario pubblicare gli accordi finanziari, le garanzie sovrane, gli incentivi fiscali e gli impegni economici assunti dai governi.
Lo sviluppo non passa automaticamente dentro un tubo
Il gasdotto Nigeria-Marocco può migliorare l’integrazione energetica dell’Africa occidentale. Potrebbe alimentare centrali, industrie e reti regionali, riducendo alcune forme di dipendenza dall’estero.
Ma potrebbe anche diventare una gigantesca infrastruttura di esportazione che attraversa territori poveri senza modificarne le condizioni materiali.
La differenza dipenderà dalle regole: quote di gas riservate ai consumi interni, tariffe accessibili, investimenti nelle reti locali, protezione delle comunità costiere, indennizzi equi, controlli ambientali indipendenti e trasparenza sui finanziamenti.
Senza queste garanzie, il copione rischia di essere quello già visto in molte economie fondate sulle materie prime: il gas parte, i profitti viaggiano e i danni restano dove vivono i poveri.



