Cina, il lavoro forzato degli uiguri diventa legge

Mercoledì è entrata in vigore in Cina la legge sull'”unità etnica”. Ma per capire cosa cambia davvero, bisogna partire non dai suoi articoli, ma da un numero: da almeno il 2017, oltre un milione di uiguri e membri di altre minoranze musulmane sono passati per campi di detenzione ufficialmente definiti centri di “formazione professionale”.

Tra l’aprile 2019 e il marzo 2020, la Cina ha trasferito più di 80.000 detenuti in programmi di lavoro forzato in fino a 19 province diverse. Questo non è un effetto collaterale della politica etnica cinese. È la sua infrastruttura economica.

Lo Xinjiang produce oggi circa il 35% del polisilicio mondiale — il materiale-chiave per i pannelli solari — e circa il 32% del silicio metallurgico globale. Tutti e quattro i maggiori produttori di polisilicio della regione ammettono apertamente di partecipare a programmi di “trasferimento di manodopera” che esperti indipendenti considerano lavoro forzato secondo il diritto internazionale.

I quattro maggiori fornitori mondiali di pannelli solari si riforniscono da almeno uno di questi produttori. Un’analisi indipendente ha stimato che 90 aziende cinesi e internazionali — tra cui gruppi di Regno Unito, Germania, Stati Uniti, Australia, Giappone e Kenya — hanno filiere collegate a questo lavoro forzato; nel Regno Unito, fino al 40% del settore solare ne risulterebbe coinvolto, compresi progetti commissionati dal Ministero della Difesa britannico.

“Silk Rug Factory in Hotan, Xinjiang” by DPerstin is licensed under CC BY 2.0.

Non è solo energia solare. Il cotone dello Xinjiang è stato oggetto, già nel gennaio 2021, di un blocco totale delle importazioni negli Stati Uniti, e un’inchiesta del Wall Street Journal del 2019 aveva già documentato come filati prodotti dall’azienda Huafu Fashion — poi inserita nella lista nera del governo americano — finissero nelle catene di fornitura di marchi occidentali della moda. Un’indagine di Sheffield Hallam University e Nomogaia ha inoltre trovato legami estesi tra case automobilistiche occidentali e componenti — dai decal alle centraline, dai telai agli interni — prodotti attraverso lavoro forzato uiguro.

Fino a oggi, la principale arma di contrasto a questo sistema era la denuncia pubblica: report accademici, inchieste giornalistiche, liste di aziende compilate da agenzie governative occidentali come lo Uyghur Forced Labor Prevention Act statunitense, che dal 2022 ha portato al blocco di oltre 12.500 spedizioni per un valore di 3,68 miliardi di dollari. Questo meccanismo si basa interamente sulla possibilità di raccogliere prove, pubblicarle, e fare pressione su aziende e governi.

La legge sull’unità etnica entrata in vigore mercoledì colpisce esattamente questo meccanismo. Dà a Pechino il potere di perseguire come reato, ovunque nel mondo, chi viene considerato responsabile di “minare l’unità nazionale” o “incitare alla divisione etnica” — una definizione abbastanza ampia da includere, in linea di principio, un ricercatore che pubblica un report sulle filiere del polisilicio, un giornalista che intervista un lavoratore fuggito, un’organizzazione non governativa che compila una lista di aziende esposte.

Non serve che la legge venga applicata in ogni caso: basta che esista come minaccia concreta perché il costo di continuare a fare quel lavoro di documentazione salga, e perché le aziende occidentali abbiano un incentivo in più a non guardare troppo a fondo nelle proprie filiere.

Le dichiarazioni di condanna di Nazioni Unite, Stati Uniti e Unione Europea, e le repliche cinesi che le liquidano come propaganda, si muovono sul piano dei diritti e della sovranità. È un piano legittimo, ma lascia fuori la domanda più concreta: quali aziende, oggi, comprano pannelli solari, cotone o componenti auto le cui filiere passano dallo Xinjiang, e cosa succede a chi prova a scoprirlo e denunciarlo ora che farlo può essere trattato, dalla Cina, come un reato contro l’unità nazionale.

È un problema che riguarda direttamente il consumatore europeo che installa un pannello fotovoltaico pensando di fare una scelta etica sul clima, senza sapere che la probabilità che quel pannello contenga polisilicio prodotto con lavoro forzato è, secondo le stime disponibili, tutt’altro che trascurabile.

Foto: Haxyatamngu Luuo / Wikimedia Commons, licenza CC0