La Corte dei conti ha approvato la relazione sul Fondo indennizzo risparmiatori, chiedendo al ministero dell’Economia una gestione finanziaria più accurata e la definizione delle nuove domande nel più breve tempo possibile.
Il dato complessivo è imponente. Alla fine del 2023 erano state accolte più di 134 mila richieste, per un importo di circa 1,354 miliardi di euro. Con le liquidazioni successive, gli indennizzi hanno raggiunto complessivamente 1,355 miliardi.
Sono cifre che descrivono la dimensione economica dell’intervento pubblico, ma rischiano di nascondere ciò che è accaduto alle persone. Dietro ogni domanda c’è un risparmiatore che aveva acquistato azioni o obbligazioni subordinate di una banca e che, con la crisi dell’istituto, ha perso una parte significativa del proprio patrimonio.
In molti casi non si trattava di investitori professionali, ma di clienti ordinari che avevano affidato alla banca risparmi accumulati durante una vita di lavoro. Il Fondo è stato istituito proprio per indennizzare coloro che hanno subito un danno ingiusto a causa di violazioni diffuse degli obblighi di informazione, correttezza, diligenza, trasparenza e buona fede da parte degli istituti coinvolti.
Quando il rischio viene scaricato sul cliente
Il Fondo indennizzo risparmiatori, istituito con la legge di Bilancio del 2019, disponeva inizialmente di 1,6 miliardi di euro per il triennio 2019-2021. È gestito dal ministero dell’Economia, mentre l’esame delle domande è affidato a una commissione tecnica con il supporto operativo della Consap.
La misura riguarda i titolari di azioni e obbligazioni subordinate emesse da banche italiane poste in liquidazione coatta amministrativa tra il 16 novembre 2015 e il primo gennaio 2018. Possono accedere all’indennizzo anche familiari e successori dei risparmiatori danneggiati.
Il punto politico, tuttavia, va oltre il funzionamento del Fondo. Quando una banca vende prodotti rischiosi senza fornire informazioni adeguate, il danno iniziale ricade sul cliente. Quando quel danno viene riconosciuto, a intervenire è lo Stato con risorse pubbliche.
Il Fondo è necessario per riparare, almeno in parte, il pregiudizio subito dalle vittime. Ma il meccanismo mostra anche una contraddizione: i risparmi vengono raccolti e gestiti da soggetti privati, mentre una quota rilevante delle conseguenze sociali dei fallimenti bancari viene trasferita sulla collettività.
Il Veneto ha ricevuto quasi il 60 per cento delle somme
Il 59,3 per cento degli indennizzi erogati è stato destinato al Veneto, una concentrazione che riflette il peso assunto nella regione dalle crisi bancarie degli anni scorsi.
Il dato non racconta soltanto una distribuzione geografica. Mostra quanto profondamente il fallimento di un istituto di credito possa incidere sull’economia di un territorio, sulle piccole imprese e sui patrimoni familiari.
Quando migliaia di persone perdono contemporaneamente una parte dei propri risparmi, le conseguenze non rimangono confinate ai singoli rapporti bancari. Diminuiscono i consumi, si interrompono progetti familiari, si riducono le risorse destinate alla casa, alla salute o al sostegno dei figli.
L’indennizzo non restituisce gli anni di attesa e non cancella le conseguenze personali. Rappresenta un risarcimento parziale, arrivato spesso dopo procedure lunghe e complesse.
Domande respinte e altri 80 milioni
La legge di Bilancio 2026 ha stanziato altri 80 milioni di euro per i risparmiatori le cui richieste erano state inizialmente respinte per incompletezze documentali o procedurali.
La spesa prevista è di 20 milioni per il 2026 e di 30 milioni per ciascuno dei due anni successivi. Le nuove risorse permetteranno di riesaminare posizioni rimaste escluse, ma aprono anche una nuova fase amministrativa.
La Corte dei conti ha chiesto che queste istanze vengano definite rapidamente, verificando naturalmente il possesso dei requisiti previsti dalla legge. Il rischio è che nuovi ritardi producano altri residui di bilancio e prolunghino ulteriormente l’attesa dei risparmiatori.
Non si tratta di un dettaglio burocratico. Per chi aspetta da anni, una pratica incompleta può significare la mancata restituzione di decine di migliaia di euro. E gli errori formali colpiscono con maggiore facilità chi dispone di meno competenze, di minore assistenza legale o di una documentazione più difficile da ricostruire.
La programmazione che non ha funzionato
La relazione della magistratura contabile segnala la formazione di residui di stanziamento e una sovrastima delle risorse destinate al funzionamento della commissione tecnica.
In altre parole, la macchina amministrativa non è riuscita a programmare con sufficiente precisione né il ritmo dei pagamenti né il costo effettivo delle strutture incaricate di esaminare le domande.
Per questo la Corte chiede una stima più accurata degli stanziamenti e una programmazione coerente con il fabbisogno reale. La raccomandazione può apparire tecnica, ma ha conseguenze concrete: risorse stanziate e non utilizzate significano pratiche sospese, pagamenti rinviati e cittadini lasciati nell’incertezza.
Dopo aver perso denaro per le irregolarità commesse dalle banche, i risparmiatori non possono essere costretti a subire anche l’inefficienza della risposta pubblica.
Il Fondo ha riconosciuto e indennizzato un numero enorme di vittime. Ora deve chiudere le pratiche ancora aperte senza trasformare la riparazione di un’ingiustizia finanziaria in un’altra estenuante attesa amministrativa.



