Nel cuore dell’euforia per gli investimenti stranieri che alimentano la nuova fase economica del Brasile, si nasconde una tensione sempre più evidente: la presenza massiccia delle aziende cinesi rischia di soffocare proprio quell’industria nazionale che, negli anni, ha sostenuto occupazione, produzione interna e capacità di esportazione. Se il volto più visibile dell’espansione cinese è quello scintillante dell’e-commerce, della moda low-cost e delle app digitali, il suo impatto profondo potrebbe essere molto più strutturale. E più pericoloso.
Negli ultimi due anni, il Brasile si è affermato come uno dei mercati prioritari per le imprese cinesi in cerca di crescita fuori dai confini patri. L’aumento dei dazi statunitensi e le tensioni normative in Europa hanno reso meno convenienti quei mercati che un tempo rappresentavano la via maestra dell’export cinese. Così, l’America Latina – e in particolare il Brasile, con oltre 200 milioni di abitanti e un mercato ancora aperto in molte filiere – è diventata il nuovo Eldorado.
Un caso emblematico è quello di Shein, la piattaforma cinese di fast fashion. Dopo aver conquistato ampie fette di mercato brasiliano con spedizioni internazionali, Shein ha deciso di investire 150 milioni di dollari nella costruzione di una propria rete produttiva interna. L’obiettivo è ambizioso: creare 2.000 stabilimenti partner, generare 100.000 posti di lavoro entro il 2026, e produrre in loco l’88% dei capi destinati al mercato nazionale. Una trasformazione che sembra celebrare il Made in Brazil, ma che in realtà introduce un modello di produzione rigidamente controllato dalla casa madre cinese, basato su algoritmi di previsione della domanda, cicli produttivi estremamente brevi e margini di guadagno ridottissimi.
Il risultato? Una pressione enorme sui piccoli produttori locali, chiamati a rispettare standard e tempistiche che solo la logica del just-in-time globale è in grado di sostenere. A soffrirne è soprattutto il comparto tessile tradizionale brasiliano, già in difficoltà da oltre un decennio. Secondo dati della confederazione industriale, il Brasile è passato dall’essere uno dei primi cinque produttori tessili al mondo nel 2010 a detenere oggi meno dello 0,5% del commercio mondiale del settore. Con l’arrivo di Shein e la sua filiera iper-efficiente, questo declino rischia di accelerare.

Ma la moda non è l’unico fronte aperto. Temu, piattaforma e-commerce lanciata da Pinduoduo, è diventata nel 2024 il secondo sito di commercio elettronico in Brasile, dopo Amazon. Il segreto del suo successo? Prezzi stracciati, forti sconti promozionali e una rete logistica aggressiva. Fino a pochi mesi fa, Temu poteva spedire milioni di pacchi con valore inferiore a 50 dollari in regime di esenzione fiscale. Anche se oggi una tassa fissa del 20% è stata introdotta su queste importazioni, si tratta comunque di un prelievo molto più leggero rispetto a quello previsto negli Stati Uniti, che supera il 40%.
Di fronte a questa offensiva commerciale, le aziende brasiliane faticano a tenere il passo. Temu e Shein hanno imposto una nuova normalità fatta di cicli di vendita lampo, margini bassissimi, velocità di consegna irraggiungibile per le reti di distribuzione locali. Il rischio sistemico è che l’industria nazionale venga progressivamente disintermediata: prima dalla logistica, poi dalla produzione, infine dalla progettazione e dallo sviluppo.
C’è chi vede in questi investimenti una grande opportunità. Il governo Lula, pur adottando alcune misure di difesa (come dazi su acciaio e cavi in fibra ottica), ha accolto con favore l’ondata di capitali cinesi. Non a caso, il presidente ha incontrato più volte il leader cinese Xi Jinping e ha definito la relazione con Pechino “strategica”. Il tono politico è positivo, anche perché la Cina è ormai il principale partner commerciale del Brasile, soprattutto per l’export agricolo e minerario.
Tuttavia, sotto questa cooperazione, si celano squilibri profondi. La struttura produttiva cinese si sta letteralmente sovrapponendo a quella brasiliana, approfittando di vuoti normativi, di un mercato del lavoro flessibile e di politiche industriali frammentate. E mentre si moltiplicano le aperture di magazzini, hub digitali e fabbriche conto terzi sotto etichetta cinese, le aziende brasiliane denunciano una concorrenza sleale, difficile da arginare con strumenti normativi tradizionali.
Non si tratta solo di protezionismo. Il vero nodo è la capacità di mantenere una filiera nazionale competitiva, con salari dignitosi e un tessuto industriale capace di innovare. La penetrazione cinese rischia di affossare quella stessa ambizione di sovranità produttiva che, per decenni, ha guidato lo sviluppo industriale del Brasile. Con un paradosso: oggi si produce di più in Brasile, ma sempre meno è veramente brasiliano.
Il caso del fast fashion è emblematico, ma è solo l’inizio. La sfida, per il Brasile, sarà quella di evitare di trasformarsi in un’enclave di produzione a basso costo per piattaforme straniere, sacrificando la propria capacità industriale sull’altare dell’integrazione globale. La domanda, a questo punto, non è se la Cina stia conquistando il Brasile. Ma se il Brasile, nel lungo periodo, potrà ancora riconoscersi nel proprio modello di sviluppo.



