Berlino, la destra usa il lutto queer contro i migranti

Sabato sera, mentre il corteo del Christopher Street Day si stava sciogliendo nel Tiergarten di Berlino, un furgone bianco è entrato nel parco all’altezza della Lennéstraße, ha travolto la folla e ha terminato la corsa contro un albero.

Secondo la ricostruzione della polizia, subito dopo l’impatto l’uomo alla guida avrebbe impugnato un’arma da taglio, probabilmente un machete, e aggredito altre persone. Una donna è morta, ventinove sono rimaste ferite. Tre di loro, inizialmente in pericolo di vita, sono state dichiarate fuori pericolo nel pomeriggio successivo.

Il sospettato, Abdul Ballout, ventun anni, era uscito a maggio da un istituto penale minorile. Era già conosciuto dagli apparati di sicurezza ed era considerato vicino all’ambiente islamista berlinese. È stato localizzato ventiquattro ore dopo in una casetta da giardino a Spandau e ucciso dagli agenti dopo averli aggrediti.

L’inchiesta è stata affidata alla Procura generale federale, competente nei casi di terrorismo e nei reati che riguardano la sicurezza dello Stato. Gli investigatori stanno inoltre verificando la possibile presenza di un secondo uomo.

Fin qui la cronaca. Il resto riguarda il modo in cui un attentato viene immediatamente trasformato in materiale politico. Ed è proprio questo passaggio, rapidissimo e quasi automatico, che merita di essere osservato più attentamente.

Il precedente più utile non è l’attacco al mercatino di Natale di Breitscheidplatz del 2016, evocato dalla Afd nel giro di poche ore. È piuttosto quanto accadde a Magdeburgo il 20 dicembre 2024, quando un’automobile piombò sulla folla riunita per il mercatino natalizio, uccidendo sei persone e ferendone più di trecento.

Anche allora la mobilitazione della destra radicale cominciò prima che fossero note l’identità e le motivazioni dell’uomo al volante. E non si interruppe quando i fatti divennero più chiari.

L’autore dell’attacco, Taleb al Abdulmohsen, era uno psichiatra saudita residente in Germania dal 2006, un oppositore feroce dell’islam e un simpatizzante dichiarato della Afd. Nelle ore successive alla strage circolò la notizia falsa secondo cui avrebbe gridato «Allahu akbar».

Una verifica condotta dalla Deutsche Welle stabilì che nel video dell’arresto quella frase non era udibile. Si diffusero anche altre ricostruzioni prive di fondamento, comprese quelle che attribuivano all’attentatore posizioni filoturche o antisraeliane. Nessuna di queste smentite modificò però il messaggio politico che si era già imposto.

È questo il dato essenziale. La mobilitazione non nasce necessariamente dai fatti e non cambia quando i fatti la contraddicono. È un dispositivo già pronto, che si attiva davanti a un’immagine facilmente riconoscibile, un veicolo lanciato contro la folla, un corpo estraneo che irrompe in uno spazio pubblico, una comunità colpita.

L’identità reale dell’aggressore, le sue idee e perfino le sue motivazioni possono diventare dettagli intercambiabili, utili soltanto quando confermano la storia che si è deciso di raccontare.

Dopo l’attacco al Tiergarten, la Afd si è presentata come il partito capace di proteggere le persone queer. Kristin Brinker, capogruppo del partito a Berlino, ha chiesto di porre fine a quello che ha definito il «trattamento morbido» riservato agli islamisti violenti, di procedere alle espulsioni indipendentemente dallo status di protezione e di chiudere i programmi regionali di accoglienza.

La stampa vicina alla destra radicale ha sostenuto che la realtà avrebbe finalmente raggiunto la «bolla queer di sinistra».

Il problema non consiste nel negare l’esistenza della violenza islamista o nel sottrarre l’operato degli apparati di sicurezza a un esame severo. Consiste nell’accettare che un partito possa presentarsi come difensore di una comunità soltanto nel momento in cui quella comunità diventa utile a colpire un’altra minoranza.

Per comprendere la natura di questa operazione è sufficiente confrontare le dichiarazioni successive all’attentato con le politiche che la Afd porta avanti da anni.

Nel 2025 il Bka, il Bundeskriminalamt, cioè l’Ufficio federale della polizia criminale, ha registrato 2.377 reati a movente omotransfobico, il numero più alto mai rilevato.

Il Bka coordina le indagini che superano i confini dei singoli Länder, raccoglie i dati nazionali sulla criminalità politicamente motivata e collabora con le polizie regionali nei casi di terrorismo e criminalità organizzata. I suoi numeri mostrano che la quota di episodi violenti nei reati contro le persone Lgbtiq è nettamente superiore alla media dell’intera criminalità politica.

Nella categoria relativa all’orientamento sessuale sono stati registrati 2.070 casi. Per circa la metà non è stato possibile attribuire con certezza una matrice ideologica. Tra quelli classificati, però, la componente di gran lunga più consistente è rappresentata dalla criminalità di destra, che raggiunge il 42 per cento.

La motivazione religiosa rimane residuale. Le stesse autorità di sicurezza segnalano da tempo una crescente mobilitazione dell’estrema destra contro la comunità Lgbtiq, con campagne che trasformano le politiche di uguaglianza, l’educazione sessuale e la visibilità delle persone queer in simboli di una presunta decadenza nazionale.

Anche il programma parlamentare della Afd è privo di ambiguità. Il partito chiede di abolire l’ufficio del delegato federale per le questioni queer, cancellare i finanziamenti ai progetti rivolti alle persone Lgbtiq, abrogare la legge generale sulla parità di trattamento, vietare l’esposizione della bandiera arcobaleno sugli edifici pubblici ed eliminare la giornata internazionale contro l’omofobia.

Il corteo del Christopher Street Day a Berlino nel luglio 2022 – Foto Leonhard Lenz, Wikimedia Commons, Cc0

Non si tratta di intenzioni attribuite dagli avversari, ma di proposte formalmente depositate al Bundestag e discusse in aula il 26 marzo.

La protezione offerta dopo l’attentato assume così una forma precisa. Non è il riconoscimento dei diritti di una comunità, ma una rappresentanza simbolica e temporanea, concessa nel momento del lutto in cambio del consenso a smantellare gli strumenti che quella stessa comunità tutelano.

La Afd difende le persone queer quando possono essere utilizzate come prova dell’incompatibilità dell’islam con la società tedesca, ma ne contesta l’esistenza politica quando chiedono leggi antidiscriminatorie, finanziamenti, rappresentanza istituzionale e visibilità nello spazio pubblico. È un’operazione di sostituzione che può funzionare proprio perché il dolore e la paura da cui prende avvio sono autentici.

Anche il luogo dell’attacco contribuisce a rendere questa contraddizione più evidente. Il Tiergarten non è soltanto il grande parco nel cuore di Berlino. Sul suo margine settentrionale, in una villa di tre piani all’angolo tra In den Zelten e Beethovenstraße, Magnus Hirschfeld aprì nel 1919 l’Institut für Sexualwissenschaft, il primo istituto al mondo dedicato allo studio scientifico della sessualità. Hirschfeld, medico ebreo e omosessuale, fu uno dei pionieri della lotta per la depenalizzazione dei rapporti tra uomini e per il riconoscimento delle identità sessuali e di genere.

Il 6 maggio 1933 studenti nazionalsocialisti e reparti d’assalto saccheggiarono l’istituto. Quattro giorni dopo la sua biblioteca, composta da oltre diecimila volumi, manoscritti, fotografie e documenti clinici, alimentò il grande rogo organizzato nell’Opernplatz.

La distruzione dell’istituto non fu un effetto secondario della presa del potere nazista. Fu uno degli atti inaugurali della campagna contro quello che il regime definiva lo «spirito antitedesco». Prima ancora di diventare persecuzione sistematica, la repressione cominciò attraverso l’attacco alla conoscenza, alla visibilità e alla legittimità sociale delle minoranze sessuali.

Il paragrafo 175 del codice penale, che criminalizzava i rapporti tra uomini, fu inasprito dal regime nazista e portò a più di cinquantamila condanne, oltre che alla deportazione di migliaia di persone nei campi di concentramento. La norma sopravvisse alla guerra e rimase in vigore, con formulazioni diverse, in entrambe le Germanie.

Sul margine meridionale del Tiergarten, lungo la Ebertstraße, all’altezza della Hannah Arendt Straße, dal 2008 sorge il monumento agli omosessuali perseguitati dal nazionalsocialismo. Si trova a poche centinaia di metri dal punto in cui il furgone ha concluso la propria corsa.

Berlino è dunque un laboratorio politico in un senso molto concreto. La sua storia ha già mostrato che l’emancipazione sessuale non rappresenta necessariamente l’ultimo bersaglio di un ordine reazionario. Può essere il primo.

È visibile, ancora fragile sul piano istituzionale e facilmente rappresentabile come il privilegio di una minoranza estranea alle preoccupazioni della maggioranza. Colpirla consente di mettere alla prova la capacità della società di difendere diritti che, proprio perché acquisiti di recente, vengono spesso considerati reversibili.

Questa battaglia simbolica si svolge mentre si avvicina un passaggio elettorale decisivo. Il 20 settembre Berlino voterà per rinnovare l’Abgeordnetenhaus, il parlamento regionale. Nello stesso giorno si voterà anche nel Meclemburgo Pomerania Anteriore, mentre la Sassonia Anhalt andrà alle urne il 6 settembre.

Nei due Länder orientali i sondaggi attribuiscono alla Afd percentuali comprese tra il 38 e il 40 per cento. Sul piano federale il partito si colloca intorno al 27 o 28 per cento, contendendo alla Cdu e alla Csu il primo posto. Mancano otto settimane al voto berlinese, un tempo abbastanza breve perché ogni fatto di cronaca venga assorbito nella campagna elettorale.

Il 2 maggio 2025 l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione classificò la Afd come organizzazione «accertatamente estremista di destra». Il 26 febbraio 2026 il tribunale amministrativo di Colonia ha sospeso cautelarmente quella classificazione in attesa del giudizio di merito.

La decisione non ha però cancellato gli elementi considerati anticostituzionali dagli apparati di sicurezza, in particolare le posizioni che tendono a negare ai cittadini musulmani una piena appartenenza alla comunità nazionale.

Diverse federazioni regionali della Afd restano classificate al livello massimo di pericolosità, con una conferma giudiziaria definitiva in Sassonia e decisioni cautelari favorevoli agli apparati in Bassa Sassonia.

In questo contesto acquista significato anche la reazione del cancelliere Friedrich Merz. Merz ha condannato l’attacco senza utilizzare la parola «islamismo» e la stampa di destra gli ha immediatamente rimproverato quella omissione. È la morsa nella quale il centrodestra tedesco si trova da anni.

Può adottare il linguaggio e la cornice interpretativa della Afd, contribuendo a legittimarli, oppure rifiutarli ed essere accusato di debolezza, reticenza o complicità. Nel 2026 questa scelta non viene compiuta in astratto, ma a Berlino, a due mesi dalle elezioni.

Resta infine la domanda che il caso Ballout pone concretamente alle istituzioni. Perché un ventunenne considerato vicino all’ambiente islamista fosse libero e apparentemente privo di sorveglianza due mesi dopo l’uscita da un carcere minorile.

Quali informazioni fossero disponibili, come siano state condivise tra polizia, magistratura e servizi, quale valutazione del rischio sia stata compiuta e perché non siano state adottate misure adeguate. È una domanda difficile, ma precisa. Riguarda un possibile fallimento amministrativo e richiede risposte amministrative, investigative e giudiziarie.

Il dispositivo politico ne introduce però un’altra, molto più vasta e molto meno verificabile: chi abbia diritto di vivere in Germania. Le due domande non coincidono. Non esiste alcuna prova che rispondere alla seconda permetta di risolvere la prima.

Eppure la rapidità con cui il dibattito sull’efficienza degli apparati viene sostituito da quello sull’appartenenza nazionale rivela il meccanismo centrale della politica della paura. Una società colpita chiede perché lo Stato non abbia saputo proteggerla. La risposta che le viene offerta consiste nello stabilire chi debba essere escluso.

La distanza tra queste due questioni, e la velocità con cui la seconda cancella la prima, spiegano come una comunità spaventata possa arrivare ad affidare la propria sicurezza a chi considera i suoi diritti negoziabili. Proprio nel quadrilatero di Berlino dove la storia ha già mostrato che cosa accade quando la protezione promessa diventa il linguaggio con cui si prepara l’esclusione.

Il saccheggio della biblioteca dell’Institut für Sexualwissenschaft di Magnus Hirschfeld, Berlino, 6 maggio 1933 – Autore sconosciuto, National Archives and Records Administration, United States Holocaust Memorial Museum, pubblico dominio