Ad Abeché, nell’arido oriente del Ciad, l’acqua arriva spesso soltanto nel cuore della notte. Nei quartieri esclusi dalla rete pubblica le famiglie continuano a comprarla oppure affidano a donne e ragazze il compito di raggiungere i pozzi, trasportando per chilometri pesanti taniche.
Nel 2024 meno del 10% delle famiglie ciadiane disponeva in casa di acqua sicura e corrente con continuità. Lo scorso aprile, nel villaggio di Igote, nella provincia orientale di Wadi Fira, una disputa per l’accesso a un pozzo è degenerata in uno scontro tra due famiglie: almeno 42 persone sono morte e altre dieci sono rimaste ferite.
La scarsità idrica è reale: gran parte del territorio è desertico o semidesertico, le temperature aumentano, le piogge sono irregolari e periodi di siccità si alternano a inondazioni distruttive. Ma attribuire tutto al clima sarebbe comodo e fuorviante. In Ciad l’acqua manca soprattutto perché mancano acquedotti, serbatoi, sistemi di irrigazione, impianti di trattamento e istituzioni capaci di amministrare le risorse in modo equo.
Soltanto il 52% della popolazione dispone almeno di un servizio idrico di base, una quota che scende al 44% nelle campagne. Avere un pozzo relativamente vicino, inoltre, non significa poter contare su acqua potabile, controllata e disponibile ogni giorno.
La condizione di Abeché mostra come il problema non riguardi soltanto i villaggi remoti. La seconda città del Paese è cresciuta rapidamente, superando secondo le autorità locali il mezzo milione di abitanti, ma la rete idrica non ha seguito lo sviluppo urbano. Il progetto di Biteha, avviato nel 2019 per estrarre acqua sotterranea e rifornire i serbatoi cittadini, ha migliorato la situazione in alcuni quartieri.
Il governo promette di portare la produzione a 25mila metri cubi e di eliminare le carenze. Ma nelle periferie l’acqua continua a essere acquistata da venditori privati, con un paradosso tipico delle società più diseguali: chi è più povero finisce spesso per pagare di più un servizio peggiore.
Il Ciad produce petrolio dal 2003. Il settore rappresenta circa il 15% del prodotto interno lordo, genera il 41% delle entrate statali e il 76% delle esportazioni. Eppure il 44,8% degli abitanti viveva sotto la soglia nazionale di povertà nel 2022, mentre nel 2024 la povertà estrema ha raggiunto il 36,5%.
Nelle zone rurali, dove risiede oltre il 70% della popolazione, è povera una persona su due. L’agricoltura e l’allevamento sostengono gran parte delle famiglie, ma dipendono direttamente dalle piogge e dalla disponibilità di pascoli e pozzi. Quasi nove impieghi su dieci appartengono all’economia informale, senza salari regolari, assicurazioni o protezione sociale.
La ricchezza petrolifera ha quindi rafforzato le finanze dello Stato senza trasformare le condizioni di vita della maggioranza. Gli introiti dipendono dalle oscillazioni del prezzo del greggio e restano concentrati in un’economia scarsamente diversificata. Intanto una parte enorme della popolazione non dispone di servizi sanitari, istruzione, elettricità e acqua adeguati.
Il capitale umano del Ciad è tra i più bassi al mondo: secondo la Banca Mondiale, un bambino nato oggi raggiungerà da adulto appena il 30% della produttività che potrebbe ottenere con un’istruzione completa e cure sanitarie appropriate.

Nell’est la pressione è aggravata dalla guerra in Sudan. Dall’aprile 2023 più di 900mila rifugiati sudanesi hanno attraversato il confine, raggiungendo province come Ouaddaï, Sila e Wadi Fira, già tra le più povere del Ciad. L’arrivo dei profughi non è la causa della crisi, ma moltiplica la domanda di acqua, cibo, legna, pascoli e assistenza sanitaria in territori nei quali le risorse erano già insufficienti.
Per il 2026 oltre 3,3 milioni di persone nel Paese sono esposte a una grave insicurezza alimentare. La riduzione dei finanziamenti umanitari rende ancora più difficile sostenere sia i rifugiati sia le comunità che li accolgono.
È in queste condizioni che i contrasti tra agricoltori sedentari e allevatori nomadi possono trasformarsi in stragi. Quando un pozzo si prosciuga, una mandria invade un campo o una comunità ritiene di essere esclusa dall’accesso all’acqua, la tensione assume facilmente una dimensione etnica o familiare.
Ma dietro la violenza non ci sono misteriose ostilità ancestrali: ci sono povertà, proliferazione delle armi, assenza di mediazione pubblica e competizione per risorse diventate insufficienti. La stessa Banca Mondiale riconosce che infrastrutture inadeguate e debolezza della governance alimentano conflitti tra pastori, agricoltori, rifugiati e popolazioni locali.
La fragilità sociale convive con un sistema politico sempre più chiuso. Mahamat Idriss Déby assunse il potere nel 2021, dopo la morte del padre Idriss Déby, che aveva governato per trent’anni. Eletto presidente nel 2024 in una consultazione contestata dall’opposizione, ha consolidato il proprio controllo sul Paese.
Nell’ottobre 2025 una revisione costituzionale ha esteso il mandato presidenziale da cinque a sette anni e abolito ogni limite alla rielezione. Succès Masra, principale avversario di Déby, è stato condannato a vent’anni di carcere. La transizione promessa dopo la presa del potere militare ha così prodotto una continuità dinastica più che un’effettiva apertura democratica.
Il governo ha avviato nuovi programmi e la Banca Mondiale ha predisposto un progetto da 160 milioni di dollari per rafforzare la sicurezza idrica nella capitale e in otto province. Sono interventi indispensabili, ma pozzi e acquedotti non bastano se non vengono accompagnati da manutenzione, amministrazioni locali credibili e criteri trasparenti di distribuzione.
In Ciad la mancanza d’acqua non è soltanto una conseguenza della siccità. È la rappresentazione materiale di uno Stato ricco di petrolio ma incapace di garantire un diritto elementare.
Quando l’unico pozzo diventa il confine tra la sopravvivenza e la sete, la povertà smette di essere una percentuale: diventa il terreno sul quale una lite può trasformarsi in una guerra e l’acqua può costare quarantadue vite.



