Diciotto militari statunitensi morti e 624 feriti dall’inizio della guerra contro l’Iran. Il numero complessivo non è scomparso, ma per ottenerlo oggi bisogna cercarlo, ricostruirlo e soprattutto sommare due diverse tabelle del Pentagono. Il Defense Casualty Analysis System attribuisce infatti all’operazione “Epic Fury”, iniziata il 28 febbraio, 14 morti e 417 feriti.
Altri quattro caduti e 207 feriti, registrati dal 7 luglio, sono stati collocati in una nuova e generica categoria denominata “Overseas Operations”, operazioni all’estero.
La modifica non altera il totale, ma ne riduce la leggibilità. Chi consulta la pagina dedicata alla guerra con l’Iran trova un bilancio parziale; per conoscere il costo umano effettivo deve individuare una seconda pagina che non contiene nel titolo alcun riferimento a Teheran.
Il sistema che dovrebbe rendere accessibili le perdite militari produce così un’informazione formalmente disponibile, ma frammentata. Non è un occultamento nel senso letterale del termine: i nomi e i numeri sono pubblicati. L’effetto, tuttavia, è quello di separare ciò che per il pubblico appartiene allo stesso conflitto.
La revisione arriva dopo una settimana di cifre contraddittorie. Il 20 luglio il portavoce del Pentagono Sean Parnell aveva parlato di quasi cento militari feriti dalla ripresa dei combattimenti, precisando che il 96% era già tornato in servizio.
In quegli stessi giorni il database ufficiale indicava 14 morti, nonostante le vittime conosciute fossero 18, e non registrava feriti in azione nel mese di luglio. Il nuovo aggiornamento porta invece a 207 i feriti dal 7 luglio: più del doppio di quelli riconosciuti pubblicamente pochi giorni prima.
Il Pentagono ha attribuito le oscillazioni ad anomalie e temporanee interruzioni nella trasmissione dei dati. Una spiegazione tecnica può giustificare ritardi o errori momentanei, ma spiega meno bene la scelta successiva di creare una categoria distinta e priva del nome dell’operazione.
Tanto più che il DCAS nasce proprio per raccogliere e conservare in modo organico le informazioni sui militari statunitensi caduti o feriti nei conflitti.
Dietro la contabilità c’è una questione politica e giuridica. L’amministrazione Trump sostiene che il cessate il fuoco raggiunto in primavera abbia concluso la prima fase della guerra e che la ripresa delle ostilità di luglio costituisca un nuovo conflitto.
Separare i caduti permette quindi di presentare “Epic Fury” come un’operazione terminata e ciò che è avvenuto successivamente come un’altra campagna, anche se il nemico, il teatro militare e buona parte degli obiettivi restano gli stessi.

La distinzione è rilevante per la War Powers Resolution del 1973. La legge prevede che, in assenza di una dichiarazione di guerra o di una specifica autorizzazione del Congresso, il presidente interrompa l’impiego delle forze armate entro sessanta giorni, con un’eventuale proroga limitata per consentirne il ritiro.
L’idea dell’amministrazione è che la ripresa dei combattimenti faccia partire un nuovo conteggio. Ma la legge non stabilisce che basti dichiarare conclusa una fase o cambiare il nome di un’operazione per azzerare automaticamente il termine: è un’interpretazione della Casa Bianca, non un principio giuridico indiscusso.
Il conflitto tra esecutivo e Congresso è ormai esplicito. Il 23 luglio la Camera ha approvato con 214 voti contro 208 una risoluzione che chiede al presidente di ritirare le forze statunitensi dalle ostilità con l’Iran. Hanno votato a favore 210 democratici e quattro repubblicani: una maggioranza stretta, ma sufficiente a mostrare che il dissenso non è confinato all’opposizione.
Nello stesso giorno dodici senatori democratici della commissione Forze armate hanno chiesto al segretario alla Difesa Pete Hegseth un resoconto completo. Vogliono conoscere non soltanto il numero dei morti e dei feriti, ma anche quanti abbiano riportato traumi cerebrali, quanti siano stati curati e rimandati rapidamente in servizio e quali attacchi contro le basi in Giordania non siano stati comunicati tempestivamente. La richiesta parte da un principio elementare: il Congresso, i militari e le loro famiglie devono poter conoscere il costo reale della guerra.
I numeri delle vittime non sono un dettaglio amministrativo. Servono a valutare l’andamento delle operazioni, l’efficacia delle difese, la preparazione sanitaria e soprattutto la distanza tra gli obiettivi annunciati e il prezzo pagato. Determinano la percezione pubblica di una guerra e incidono sulla possibilità del Congresso di controllare l’esecutivo. Dividere quel bilancio tra due schermate significa rendere più difficile proprio questa valutazione.
Una gestione trasparente non impedirebbe di distinguere le diverse fasi militari. Basterebbe pubblicare, accanto ai dati separati, un totale cumulativo chiaramente visibile, spiegando criteri, date e ragioni delle revisioni.
Il Pentagono ha scelto invece un sistema nel quale il conto completo esiste soltanto per chi sa dove cercarlo. I morti restano diciotto, i feriti 624. A essere cambiata non è la guerra, ma il modo in cui viene mostrata agli americani.



