Sanità, il record che ci lascia ultimi

Fratelli d’Italia festeggia il record di longevità del governo Meloni con un opuscolo sui risultati raggiunti. Alla voce sanità campeggia il «record» di finanziamenti al Fondo sanitario nazionale, con un aumento indicato del 13,49 per cento, insieme al miglioramento delle prestazioni nei tempi e agli oltre 8 mila posti in più a Medicina. I numeri, presi uno per uno, esistono. Il problema comincia quando li si mette accanto agli altri.

Nel 2026 il Fondo sanitario nazionale arriva a 143,1 miliardi di euro. È il valore nominale più alto di sempre e cresce di 6,6 miliardi rispetto al 2025. GIMBE. fondazione che dal 1996 analizza dati sanitari e non riceve finanziamenti pubblici, ha messo a confronto i dati italiani con quelli OCSE. riconosce esplicitamente al governo questo aumento.

Ma dei 6,6 miliardi, 4,2 erano già stati stanziati dalle manovre precedenti e la legge di Bilancio 2026 ne aggiunge 2,4. Soprattutto, dopo il rialzo di quest’anno la quota del Fondo sul PIL torna a scendere: dal 6,16 per cento del 2026 al 6,05 nel 2027, fino al 5,93 previsto per il 2028.

È il vecchio trucco dei numeri assoluti. Se PIL, prezzi e costi crescono, spendere più euro non significa necessariamente investire di più. GIMBE calcola che tra il 2023 e il 2026 il governo Meloni abbia aumentato il Fondo sanitario di 19,6 miliardi, ma che nello stesso periodo, riducendone il peso sulla ricchezza nazionale, la sanità abbia lasciato per strada l’equivalente di 17,5 miliardi rispetto al rapporto con il PIL del 2022.

Il confronto internazionale toglie poi ogni residuo di entusiasmo. Nel 2025 l’Italia ha destinato alla sanità pubblica il 6,2 per cento del PIL, contro il 7,1 della media OCSE e della media dei Paesi europei dell’area OCSE. Per spesa pubblica pro capite siamo quindicesimi tra 27 Paesi europei e ultimi nel G7. Spendiamo 3.952 dollari per abitante a parità di potere d’acquisto, contro i 4.965 della media europea. Il divario complessivo è superiore a 36 miliardi di euro l’anno. La Germania spende più del doppio di noi per abitante.

La cosa più significativa è che non è sempre stato così. Fino al 2011 la spesa sanitaria pubblica italiana pro capite era sostanzialmente allineata alla media europea. Il distacco si è poi aperto progressivamente sotto governi di ogni colore ed è diventato strutturale. La responsabilità, quindi, non nasce con Meloni. Ma il governo attuale non ha invertito la rotta che oggi celebra.

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Anche sulle liste d’attesa il quadro è meno semplice della brochure. AGENAS registra nel primo semestre 2026 un miglioramento reale: le prenotazioni salgono da 13,3 a 14,9 milioni rispetto allo stesso periodo del 2025 e oltre 1,6 milioni di visite ed esami in più vengono effettuati nei tempi previsti. È un risultato che va riconosciuto. Ma migliorare non significa avere risolto il problema: milioni di prestazioni continuano a restare fuori dai tempi di garanzia e le differenze territoriali rimangono profonde.

Gli 8 mila posti in più a Medicina sono anch’essi reali. Nell’anno accademico 2025-2026 i posti disponibili sono 24.026, cioè 8.191 in più rispetto al 2022. Ma uno studente che entra oggi a Medicina non è un medico disponibile domani mattina in un pronto soccorso: servono almeno sei anni di corso e, per gran parte delle attività ospedaliere, la specializzazione. È una misura sul personale futuro, non sulla carenza di oggi.

Nel frattempo il presente è questo: nel 2024 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a visite o esami e le famiglie hanno pagato di tasca propria oltre 41 miliardi di euro per curarsi. Quasi un italiano su dieci ha quindi risolto il problema delle liste d’attesa nel modo più efficace conosciuto dalla contabilità pubblica: non curandosi.

I 143 miliardi sono veri. Le prestazioni in più sono vere. Gli studenti di Medicina in più sono veri. È la fotografia complessiva a essere falsa se ci si ferma lì.

Perché un record nominale può convivere perfettamente con un Paese che spende meno dell’Europa, perde terreno rispetto ai suoi vicini, resta ultimo nel G7 e lascia milioni di persone davanti alla scelta tra pagare o aspettare.

La sanità italiana non ha bisogno di un numero più grande da stampare su un opuscolo. Ha bisogno che, quando quel numero viene confrontato con la ricchezza del Paese e con ciò che spendono gli altri, smetta finalmente di sembrare piccolo.

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