Minori, lo Stato punisce i propri fallimenti

Il Consiglio dei ministri del 23 luglio, su proposta di Giorgia Meloni e Carlo Nordio, ha approvato un disegno di legge che modifica l’articolo 98 del codice penale. Fino a ieri, per un imputato tra i quattordici e i diciotto anni, il giudice doveva accertare caso per caso la capacità di intendere e di volere al momento del fatto.

Quella capacità si presume, e sarà la difesa a doverla smontare. Meloni lo ha rivendicato con una frase che non lascia margini: chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni, anche quando è minorenne. Nordio ha aggiunto che si tratta del tassello finale del percorso aperto dal decreto Caivano.

Nelle stesse ore, da Strasburgo, il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Michael O’Flaherty pubblicava il memorandum sulla sua visita in Italia: il 13,8% dei minori, circa un bambino su sette, vive in povertà assoluta. I bambini sono la fascia d’età più colpita dalla povertà nel Paese. La quota è cresciuta negli ultimi anni, e le cause indicate sono due, salari inadeguati e aumento del costo della vita.

Nello stesso giorno, dunque, lo Stato italiano ha comunicato due cose ai propri minorenni. La prima è che d’ora in poi si presumono responsabili. La seconda, per bocca di un organismo internazionale, è che uno su sette cresce senza il necessario.

L’elenco di ciò che a quattordici anni non si può fare

A quattordici anni in Italia non si può guidare un’automobile. Non si può votare. Non si può firmare un contratto. Non si può lavorare, se non a sedici, assolto l’obbligo scolastico. Non si può decidere autonomamente di un trattamento sanitario. Il nostro ordinamento considera quella soglia troppo bassa per qualunque atto che impegni la persona.

Dal 7 luglio è in vigore la legge 85 del 2026, il ddl Valditara approvato in via definitiva il 4 giugno con 78 voti favorevoli e 38 contrari. Stabilisce che alle medie e alle superiori qualunque attività che tocchi sessualità e affettività richiede il consenso informato scritto dei genitori, e che alla scuola dell’infanzia e alla primaria quei temi non si possono affrontare in alcuna forma.

Il principio affermato dal governo è che su questo terreno la responsabilità appartiene alla famiglia, non alla scuola, e che un adolescente non è in grado di ricevere autonomamente quelle informazioni.

Mettiamo insieme le due decisioni, prese dallo stesso governo a poche settimane di distanza. Un quindicenne non è ritenuto abbastanza maturo per ascoltare un’ora di educazione affettiva senza la firma di un adulto. Lo stesso quindicenne è ritenuto, per presunzione di legge, maturo abbastanza da comprendere pienamente il significato penale delle proprie azioni.

Non è una contraddizione apparente. È una scelta precisa. La maturità del minore viene riconosciuta quando serve a punirlo e negata quando servirebbe a proteggerlo o a formarlo.

Il problema che non esiste

Chi ha approvato la norma sostiene che serva a evitare che l’età anagrafica funzioni da salvacondotto. Vediamo i numeri, perché esistono e sono pubblici.

Save the Children li ha ricordati il giorno stesso: le sentenze di non luogo a procedere per accertata immaturità dei minorenni tra i quattordici e i diciotto anni sono passate da 256 nel 2004 a 60 nel 2024. I proscioglimenti disposti per lo stesso motivo dal Tribunale per i minorenni, nel 2024, sono stati quattro. Quattro, su scala nazionale.

L’accertamento caso per caso, cioè, già oggi si conclude quasi sempre con un giudizio di piena capacità. Non esiste alcuna impunità di massa da correggere. La riforma interviene su una regola probatoria che riguarda una manciata di casi l’anno, e in cambio elimina l’obbligo per il giudice di guardare in faccia il ragazzo che ha davanti prima di giudicarlo.

Il punto non è tecnico, è politico. Serviva una norma da annunciare, non una norma da applicare.

Foto Bedomax/Wikimedia Commons – CC0

Quello che il governo sa già

Il decreto Caivano è del settembre 2023. Chi vuole sapere che effetti produce, la strada penale al disagio minorile, non deve fare congetture: deve leggere l’ottavo rapporto di Antigone sulla giustizia minorile, presentato nel febbraio scorso.

Alla fine del 2022 negli istituti penali per minorenni c’erano 381 ragazzi. Alla fine del 2025 erano 572, con un aumento del 50%. La capienza regolamentare complessiva è di circa 516 posti: per la prima volta nella loro storia le carceri minorili italiane sono sovraffollate, in almeno dodici istituti su diciassette.

E la criminalità minorile, nel frattempo? Gli omicidi commessi da under 18 sono stati 27 nel 2022, 25 nel 2023, 26 nel 2024. Le segnalazioni sono cresciute di quasi il 17% nel 2024, ma l’aumento scende al 12% quando si guarda alle prese in carico dell’autorità giudiziaria e si azzera quasi del tutto sulle condanne. Non è esplosa la criminalità dei ragazzi. Si è espansa la reazione penale dello Stato nei loro confronti.

Tre anni di questa politica hanno prodotto più ragazzi in cella, non meno reati. Il governo, davanti a quel risultato, non ha corretto la rotta: ha alzato la posta. È il sesto, settimo intervento sulla sicurezza di una legislatura che ogni anno annuncia una stretta e ogni anno deve annunciarne un’altra, perché la precedente non ha funzionato. Quando un rimedio va ripetuto ogni dodici mesi, o è inefficace o non è un rimedio: è un messaggio elettorale.

Chi paga davvero

Torniamo al memorandum di O’Flaherty, perché è lì che sta la parte che nessuno commenterà in televisione. La povertà minorile italiana si concentra nel Mezzogiorno, nelle aree periferiche, nei quartieri urbani più svantaggiati, e colpisce soprattutto le famiglie monoparentali e quelle con più di tre figli. È esattamente la mappa da cui provengono i ragazzi che finiscono negli istituti penali per minorenni.

Il commissario chiede all’Italia una strategia nazionale contro la povertà minorile fondata sui diritti umani, la definizione e il finanziamento dei livelli essenziali delle prestazioni per ridurre le disuguaglianze territoriali, un coordinamento vero dei servizi sociali e finanziamenti stabili che garantiscano continuità quando le risorse del Pnrr saranno esaurite. Nessuna di queste raccomandazioni è stata discussa in un Consiglio dei ministri. La presunzione di imputabilità sì, ed è stata approvata in un pomeriggio.

C’è una ragione contabile, oltre che ideologica. Un educatore in una periferia costa e si vede dopo dieci anni. Una norma sull’imputabilità non costa nulla e si vede il giorno stesso, nel titolo del telegiornale della sera.

Il calcolo politico

Va detto con chiarezza, perché è il cuore della faccenda. Questa norma non nasce da un’analisi criminologica. Nasce da una competizione interna alla destra su chi appare più severo, in un anno che porta alle elezioni politiche, mentre nei sondaggi la Lega arranca e cerca visibilità proprio sul terreno della sicurezza.

I bersagli sono scelti con cura: i minorenni non votano, non hanno rappresentanza, non hanno lobby, e le loro famiglie sono quelle che meno pesano nel dibattito pubblico. Sono l’unica categoria contro cui si può legiferare senza pagare un prezzo elettorale. Anzi, incassando un dividendo.

E mentre si annuncia la stretta, i dati sui salari dicono che il potere d’acquisto delle famiglie è sceso del 6,1% in cinque anni, il peggior risultato tra le grandi economie avanzate. Salari inadeguati e costo della vita: sono le stesse due cause che il Consiglio d’Europa indica dietro l’aumento della povertà infantile. Il cerchio si chiude. Il governo produce, sul lato economico, le condizioni che generano il disagio, e poi risponde a quel disagio con il codice penale.

Una domanda che non è retorica

Save the Children l’ha formulata così: se un minorenne arriva a commettere un reato, dobbiamo chiederci che cosa è mancato prima, nella scuola, nella comunità, nei servizi, nelle opportunità educative e relazionali che avrebbero dovuto proteggerlo.

Questo Paese ha deciso di rispondere che non è mancato niente. Che a quattordici anni si è già interamente responsabili di sé, in un ordinamento che alla stessa età non ti lascia guidare un motorino di grossa cilindrata, non ti lascia scegliere da chi essere governato e non ti lascia neppure ascoltare una lezione sul consenso senza l’autorizzazione di tuo padre.

Un bambino su sette in povertà assoluta non è una fatalità climatica. È il prodotto di scelte di bilancio, di salari, di servizi mai finanziati. Trasformare quei bambini, cinque o sei anni dopo, in imputati presunti capaci non è severità. È lo Stato che si costituisce parte civile contro i propri fallimenti.

Chi ha responsabilità pubbliche e tace davanti a questo, non è neutrale. È dalla parte di chi ha scritto la norma.

Foto Federica Zappalà/Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0 IT