L’oro si sta mangiando Johannesburg

Wemmer Pan Road era una strada trafficata di Johannesburg. Oggi alcuni tratti sono sprofondati, altri sono attraversati da crepe e voragini. Sotto l’asfalto qualcuno continua a scavare e a far brillare esplosivi alla ricerca di oro.

Non è un incidente isolato: in diversi quartieri della capitale economica sudafricana il sottosuolo è diventato una seconda città, clandestina, scavata dentro le vecchie miniere e sempre più vicina alle fondamenta di quella ufficiale.

Johannesburg deve la propria esistenza proprio all’oro. Nel 1886 la scoperta del gigantesco giacimento del Witwatersrand trasformò in pochi anni un insediamento di cercatori nella maggiore città del Sudafrica. Più di un secolo di attività mineraria ha lasciato sotto e attorno alla metropoli una rete immensa di pozzi, gallerie e miniere abbandonate.

Lo Stato sudafricano stima che in tutto il Paese siano circa 6 mila i siti minerari dismessi o senza proprietario. La loro bonifica procede da anni molto più lentamente della loro rioccupazione.

Dentro quei tunnel lavorano gli zama zama, espressione zulu traducibile grossomodo con “quelli che ci provano”. Secondo l’esperto minerario David van Wyk sarebbero oggi più di 34 mila. Scendono nei vecchi pozzi, spesso per chilometri, e possono restare sottoterra per giorni, settimane o persino mesi.

Molti vengono da Lesotho, Mozambico e Zimbabwe; alcuni sono ex minatori, altri uomini senza alternative in un Paese nel quale la disoccupazione ufficiale ha raggiunto nel secondo trimestre del 2026 il 33,6 per cento.

In superficie il risultato comincia a vedersi. La Johannesburg Roads Agency aveva già dovuto chiudere Wemmer Pan Road dopo il cedimento provocato dai tunnel clandestini. A Roodepoort un tratto di appena 600 metri di Iridium Street, compromesso dagli scavi, richiedeva già alcuni anni fa lavori stimati in quasi 19 milioni di rand.

Nei quartieri occidentali sono comparsi crateri accanto alle case e alle aree gioco; in alcuni negozi i minatori hanno addirittura sfondato il pavimento arrivando dalle gallerie sottostanti.

Ora l’allarme riguarda anche l’elettricità. City Power segnala scavi sotto sottostazioni, trasformatori, piloni e linee ad alta tensione. In alcuni punti le strutture hanno già cominciato a sprofondare e intere sottostazioni sono state disattivate perché il terreno non era più considerato stabile.

Tra le zone critiche ci sono Crown Mines, Riverlea, Cleveland, Jeppestown, Braamfontein e parti del centro. Ai danni prodotti dagli scavi si aggiungono furti di rame, cavi e collegamenti abusivi, con risorse destinate alla manutenzione ordinaria dirottate continuamente sulle emergenze.

Sarebbe semplice concludere che decine di migliaia di criminali stanno distruggendo Johannesburg. Sarebbe anche una spiegazione molto comoda e parecchio incompleta. Gli uomini che scavano sono generalmente il gradino più basso di una struttura molto più organizzata.

Foto Adamina CC BY 2.0

Le inchieste sul commercio clandestino dell’oro descrivono una piramide di intermediari, compratori, trafficanti e riciclatori capaci di far rientrare il metallo estratto illegalmente nei circuiti commerciali regolari e, da lì, nei mercati internazionali. Gli uomini sottoterra prendono i rischi; i profitti maggiori rimangono sopra.

In alcuni distretti l’accesso alle miniere è controllato da bande armate che chiedono denaro per entrare, uscire, ricevere cibo o vendere il minerale. Testimonianze raccolte a Stilfontein descrivono lavoratori indebitati prima ancora di cominciare a scavare e uomini costretti con la violenza a scendere nei pozzi.

Le organizzazioni che studiano il fenomeno insistono da anni sullo stesso punto: colpire soltanto il minatore irregolare significa aggredire la parte più visibile e sostituibile del sistema, lasciando in gran parte intatta la rete che compra e ricicla l’oro.

La durezza della risposta dello Stato si è vista a Stilfontein. Tra la fine del 2024 e il gennaio 2025 la polizia cercò di costringere centinaia di zama zama a uscire impedendo che venissero riforniti sottoterra. Quando l’operazione di recupero terminò erano stati estratti 78 cadaveri e 246 sopravvissuti, molti gravemente denutriti.

Il governo difese l’operazione come lotta alla criminalità; associazioni e sindacati accusarono invece le autorità di aver trasformato un’operazione di polizia in una tragedia umanitaria.

Quest’anno Cyril Ramaphosa ha deciso di impiegare anche l’esercito contro le miniere illegali. Nel Gauteng ormai non è più soltanto una questione mineraria: le autorità provinciali collegano agli zama zama sparatorie, sequestri, estorsioni e comunità nelle quali bande armate contendono allo Stato il controllo del territorio. A Bekkersdal il Parlamento provinciale ha parlato apertamente di una situazione da “zona di guerra”.

Ma c’è un problema che neppure l’esercito può sigillare col cemento. Gli zama zama non sono arrivati dal nulla. Sono cresciuti sulle rovine della grande industria mineraria sudafricana: miniere diventate antieconomiche, pozzi abbandonati, migliaia di lavoratori espulsi, intere città costruite attorno all’estrazione e poi lasciate senza lavoro.

A Stilfontein, quando molte miniere chiusero, tre quarti della forza lavoro mineraria scomparve in cinque anni e la povertà raddoppiò. Sotto terra, però, erano rimaste milioni di once d’oro troppo costose per le grandi compagnie e abbastanza preziose per chi era disposto a rischiare la vita per recuperarle.

Il Sudafrica possiede ancora un’industria mineraria che nel 2025 valeva circa il 6 per cento del PIL e impiegava quasi 470 mila persone. Accanto ad essa cresce una seconda industria che utilizza ciò che la prima ha abbandonato: gallerie, competenze, uomini e minerale residuo. Il governo sta finalmente progettando licenze specifiche per l’attività mineraria artigianale e di piccola scala, nel tentativo di separarla dalle reti criminali. Ma intanto la corsa clandestina continua.

Johannesburg fu costruita sopra un giacimento perché c’era abbastanza oro da fondare una città. Oggi sotto quella stessa città c’è ancora abbastanza oro per costruire un’economia illegale, ma non abbastanza Stato per impedire che la ricerca del metallo si porti via, un pezzo alla volta, le strade, le reti elettriche e le fondamenta.

La “città dell’oro” non ha mai davvero smesso di essere una città mineraria. Ha soltanto dimenticato per qualche decennio che la miniera era ancora lì sotto.

Foto Ossewa CC BY-SA 4.0