Sessanta milioni di euro di fondi statali, stanziati dalla Legge di Bilancio 2026 e gestiti dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, per aiutare i genitori separati o divorziati a pagare l’affitto. Sono 20 milioni l’anno fino al 2028. Il MIT ha già predisposto la misura e attende il via libera del Ministero dell’Economia per sbloccare le risorse: l’obiettivo dichiarato è raggiungere circa 15 mila beneficiari, con un contributo pari al 50 per cento dell’affitto e fino a un massimo di 6 mila euro l’anno.
Il provvedimento riguarda chi, dopo una separazione, perde l’uso della casa familiare e deve trovarsene un’altra continuando a sostenere mantenimento e spese per i figli.
Il problema, però, è molto più grande della misura. Oggi in Italia circa 10 milioni di famiglie sono composte da una sola persona: il 37,5 per cento del totale. I nuclei monogenitoriali sono altri 2,8 milioni, il 10,6 per cento. Le coppie con figli sono circa 7,5 milioni, appena il 28 per cento. Single e genitori soli, messi insieme, sono quindi 12,8 milioni di nuclei contro 7,5 milioni di coppie con figli.
E la distanza aumenterà. Nel 2050 le persone sole saranno circa 11,6 milioni, il 42 per cento delle famiglie; i monogenitori saliranno a 3,3 milioni, circa il 12 per cento; le coppie con figli scenderanno a 5,8 milioni, poco più del 21 per cento. Soli e monogenitori arriveranno così a quasi 15 milioni di nuclei: quasi tre volte le coppie con figli. La dimensione media della famiglia italiana passerà inoltre dagli attuali 2,20 componenti a 1,98.
Il cambiamento ha un costo preciso. Il reddito mediano annuo di una coppia con figli è di circa 49.900 euro; quello di una famiglia monogenitoriale è di circa 33.300 euro: oltre 16 mila euro in meno. Il 31,6 per cento dei monogenitori è a rischio di povertà o esclusione sociale. Tra i minori che vivono soltanto con la madre la quota sale al 48,4 per cento; nelle famiglie monogenitoriali con almeno due figli arriva al 53,3 per cento.

Anche la casa pesa. Tra le madri sole con figli minori il 31,8 per cento vive in affitto. Tra i padri soli la quota è del 16 per cento. Ma i numeri statistici non fotografano completamente il genitore che, dopo una separazione, deve aggiungere un secondo affitto al mantenimento e magari al mutuo della casa familiare. È proprio questa la platea che il nuovo fondo prova a intercettare.
La contraddizione è evidente. La politica continua a discutere della “famiglia” come se fosse ancora il modello dominante, mentre la famiglia composta da due adulti con figli è già minoritaria. Nel 2050 sarà poco più di una su cinque. La forma familiare più diffusa sarà invece quella composta da una sola persona.
Eppure salari, affitti, bollette e welfare continuano a essere costruiti come se i costi della vita potessero essere divisi tra due adulti. Una casa per uno non costa la metà di una casa per due. Le utenze non si dimezzano. Il condominio resta. Il riscaldamento resta. E quando una coppia si separa, con gli stessi redditi bisogna mantenere due abitazioni.
Il fondo per i separati vale 60 milioni e prevede circa 15 mila beneficiari. È una misura utile, ma piccola rispetto a una trasformazione che riguarda milioni di persone. Il problema non è più soltanto sostenere chi perde la casa dopo un divorzio. È ripensare un sistema sociale costruito intorno a un modello familiare che non rappresenta più la maggioranza del Paese.
Nel 2050 oltre la metà delle famiglie italiane sarà composta da una sola persona o da un solo genitore con figli. La politica può continuare a celebrare la famiglia tradizionale quanto vuole. I numeri, intanto, hanno già cambiato casa. Forse, invece di continuare a discutere su quale sia la famiglia giusta, sarebbe il caso di accorgersi finalmente di quali famiglie esistono davvero. Perché la famiglia cambia, ma l’affitto no.



