Sanità, meno Stato e più spesa privata per curarsi

Curarsi, in Italia, costa sempre di più ai cittadini perché il servizio pubblico copre sempre di meno. Il Focus pubblicato dall’Ufficio parlamentare di bilancio mette in fila il punto essenziale senza bisogno di forzature: mentre la sanità pubblica arretra rispetto alla media europea, cresce il peso del privato, sia nella forma più immediata della spesa pagata direttamente dalle famiglie, sia in quella più strutturata dei fondi sanitari integrativi.

Non è un semplice riequilibrio tra due settori. È lo spostamento progressivo del diritto alla cura dal terreno universale del Servizio sanitario nazionale a quello diseguale del reddito, del lavoro e della possibilità individuale di pagare.

La fotografia dell’Ufficio parlamentare di bilancio mostra che in Italia la componente pubblica copre il 73,1 per cento della spesa sanitaria complessiva, contro una media dell’Unione europea che supera l’80 per cento.

Sul lato opposto, la spesa diretta delle famiglie arriva al 23,6 per cento del totale, circa nove punti sopra la media europea. Il quadro che emerge è netto: una quota più bassa di protezione pubblica corrisponde a una quota più alta di spesa privata sostenuta dalle persone.

Il rapporto lega questo squilibrio ai limiti della copertura pubblica davanti a una domanda di cure che continua a crescere, spinta dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento delle patologie croniche e dal progresso tecnologico. In questo contesto, il privato non entra soltanto come opzione aggiuntiva per chi vuole un servizio diverso.

Entra perché il servizio pubblico fatica sempre più a garantire tempi, accesso e continuità adeguati. Quando il Servizio sanitario nazionale perde capacità di risposta, la conseguenza non è una riduzione del bisogno di cura, ma il trasferimento di quel bisogno sul mercato.

È dentro questo spostamento che va collocata la crescita della sanità integrativa. Gli iscritti ai fondi sanitari sono passati da 5,8 milioni nel 2013 a 16,3 milioni nel 2023. Ma il punto non è soltanto l’aumento dei numeri.

È il tipo di funzione che questi strumenti stanno assumendo nel sistema sanitario. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, quasi due terzi delle risorse erogate dai fondi riguardano prestazioni di natura sostitutiva, non integrativa, rispetto a quelle garantite dal servizio pubblico.

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Significa che i fondi non si limitano sempre più spesso ad aggiungere qualcosa a un impianto universale già solido, ma coprono pezzi di assistenza che il pubblico non riesce più a garantire in modo sufficiente.

Questo passaggio ha un significato politico preciso. La sanità integrativa viene spesso presentata come una forma di modernizzazione del welfare, ma nella realtà si sviluppa soprattutto dove il sistema universale si indebolisce. Inoltre non si distribuisce in modo uniforme.

Lo stesso rapporto osserva che il welfare aziendale in ambito sanitario è più diffuso tra lavoratori con rapporti stabili, redditi medio-alti, occupati in imprese medio-grandi e concentrati soprattutto nel Nord del paese.

La conseguenza è che una quota crescente di tutela sanitaria dipende dalla posizione occupazionale e dal reddito, non più soltanto dalla cittadinanza e dal diritto universale alla cura.

In questa cornice si colloca anche la responsabilità politica del governo Meloni. Il punto non è la propaganda sui valori nominali stanziati, che da sola dice poco. Il punto è che il definanziamento relativo del Servizio sanitario nazionale non è stato invertito.

L’Ufficio parlamentare di bilancio ricorda che, dopo il picco della stagione pandemica, il finanziamento pubblico della sanità è tornato al 6,3 per cento del prodotto interno lordo nel 2024.

Nella successiva audizione sulla legge di bilancio 2026, lo stesso organismo ha indicato una dinamica ancora discendente del fabbisogno sanitario standard in rapporto al prodotto interno lordo: 6,1 per cento nel 2026, 6,0 nel 2027, 5,9 nel 2028, con la conclusione che dalla manovra non emerge una chiara priorità di consolidamento del Servizio sanitario nazionale.

Il governo, dunque, non appare come quello che ha rilanciato la sanità pubblica, ma come quello che si colloca dentro una traiettoria di arretramento già in corso e la lascia proseguire.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una sanità pubblica che copre meno, famiglie che pagano di più, fondi integrativi che si espandono occupando spazi sempre più ampi, e un diritto alla cura che perde universalità per trasformarsi, sempre più spesso, in una questione di disponibilità economica e di collocazione sociale.

Il Focus dell’Ufficio parlamentare di bilancio non racconta soltanto un problema di contabilità pubblica. Racconta una trasformazione del modello sanitario italiano. Dove il pubblico arretra, il privato non si limita ad affiancarlo: ne prende il posto.

Quando l’accesso alle cure dipende sempre di più dal portafoglio, dal contratto di lavoro o dall’impresa per cui si lavora, il Servizio sanitario nazionale smette di essere pienamente universale e comincia a somigliare a un sistema che seleziona, distingue ed esclude.

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