I pazienti che l’Italia ha deciso di non curare

Ci sono numeri che raccontano una scelta politica meglio di qualunque discorso. Uno è questo: 311. Sono i posti letto ospedalieri che l’Italia mette a disposizione ogni 100.000 abitanti, secondo i dati diffusi da Eurostat nel luglio 2026 e riferiti al 2024. La media dell’Unione europea è 507.

Ne abbiamo circa il quaranta per cento in meno, e il nostro Paese siede stabilmente nel gruppo di coda del continente, appena sopra a Spagna, Paesi Bassi e Danimarca — sistemi che però quei letti li hanno sostituiti con una rete di assistenza sul territorio. In Italia sono stati semplicemente tolti.

Eurostat offre una spiegazione tecnica e rassicurante per il calo dei letti in tutta Europa: il progresso della medicina, che ha accorciato le degenze e spostato molti interventi in day hospital o in ambulatorio. Per la media continentale il ragionamento regge.

Applicato all’Italia, diventa un alibi. Perché la contrazione dei posti letto italiani non è il sottoprodotto di una medicina più efficiente: è il risultato voluto, misurabile e datato di vent’anni di scelte di bilancio.

Vent’anni di forbici

I numeri di lungo periodo sono impietosi. Alla fine degli anni Novanta l’Italia disponeva di quasi sei posti letto ogni mille abitanti; oggi ne ha poco più di tre. Nel 2007 il Servizio sanitario nazionale contava circa 1.200 ospedali; dieci anni dopo erano scesi a mille. Solo nel decennio 2010-2019 sono stati chiusi 173 ospedali, secondo la ricostruzione della Fondazione GIMBE, e sono spariti decine di migliaia di posti letto.

Sommando l’intero periodo, dal 2000 a oggi l’Italia ha perso quasi un letto ospedaliero su tre. Il momento della svolta ha una data e una firma. Nel 2012, dentro la stagione dell’austerità del governo Monti, la spending review fissò per decreto uno standard massimo di 3,7 posti letto ogni mille abitanti — di cui 0,7 riservati alla post-acuzie — e abbassò da 180 a 160 il tasso di ospedalizzazione consentito.

Sulla carta era “razionalizzazione”. Nei fatti significava, da subito, fino a ventimila letti in meno. Il ministro dell’epoca, Renato Balduzzi, immaginava che al taglio corrispondesse una migliore gestione delle risorse. Non accadde.

Sarebbe comodo, e sbagliato, addossare tutto a un solo esecutivo. La forza della denuncia della GIMBE è proprio la sua imparzialità: nel decennio 2010-2019 al Servizio sanitario sono stati sottratti circa 37 miliardi di euro. Non attraverso tagli nominali — il fondo sanitario in quegli anni crebbe di 8,8 miliardi — ma perché quell’aumento restò sotto il tasso d’inflazione, trasformandosi in una decurtazione reale.

E a firmare quella traiettoria furono, uno dopo l’altro, tutti i governi: Monti, Letta, Renzi — la legge di stabilità 2015 chiese alle Regioni quattro miliardi di contributo alle casse dello Stato — Gentiloni, Conte. Come ha scritto la stessa fondazione, tutti hanno contribuito all’indebolimento della più grande opera pubblica mai costruita nel Paese.

Foto di Diane A. Reid, National Cancer Institute, pubblico dominio

A questo si aggiunse un secondo bisturi, regionale. In nome del risanamento dei bilanci, decine di Regioni con i conti in rosso finirono in “piano di rientro”, e i governatori tagliarono ancora — spesso a prescindere dal colore politico. Nel solo Lazio, in quegli anni, vennero cancellati migliaia di posti letto e chiusi diversi presidi.

La continuità, oggi

Il punto più scomodo per il dibattito attuale è che nulla di tutto questo si è fermato. L’ottavo rapporto GIMBE, presentato nell’ottobre 2025, certifica che il fondo sanitario nazionale continua a crescere in valore assoluto — da 125 a 136 miliardi tra il 2022 e il 2025 — ma il suo peso reale sull’economia scende: dal 6,3 per cento del PIL nel 2022 verso il 5,8 per cento previsto per il 2028 dalla legge di bilancio.

In sostanza, la sanità ha lasciato per strada altri tredici miliardi, e il divario tra risorse necessarie a garantire i livelli essenziali di assistenza e risorse stanziate raggiungerà i trenta miliardi nel triennio 2027-2029. Il presidente della fondazione, Nino Cartabellotta, ha usato una formula che vale come una diagnosi: l’attuale esecutivo prosegue ostinatamente nella stessa direzione dei governi precedenti. Il definanziamento non è di destra né di sinistra. È di sistema.

Chi paga

Un letto che manca non è un’astrazione contabile: è una porta che si chiude. Nel 2024 quasi sei milioni di italiani — il 9,9 per cento della popolazione — hanno rinunciato a una visita o a un esame. La spesa sanitaria privata copre ormai un quarto del totale, e per oltre l’ottanta per cento esce direttamente dalle tasche delle famiglie. Chi può, paga. Chi non può, resta indietro.

E il conto non è uguale per tutti, perché la sanità italiana è due sanità. Solo tredici Regioni su venti rispettano i livelli essenziali di assistenza; al Sud a superare la soglia sono soltanto Puglia, Campania e Sardegna. La spesa sanitaria pro capite viaggia intorno ai 1.600 euro nel Mezzogiorno contro i 2.000 del Centro-Nord, secondo la SVIMEZ.

Ogni anno oltre cinque miliardi di euro seguono i pazienti che si spostano per curarsi lontano da casa, quasi tutti in uscita dalle Regioni meridionali e in entrata verso Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. È il conto di un diritto costituzionale diventato una questione di codice di avviamento postale.

L’alternativa mai costruita

Resta la giustificazione di fondo, quella che accompagna ogni taglio da vent’anni: meno ospedale, più territorio. È il modello che l’Europa promuove e che il PNRR ha promesso di realizzare con le Case della Comunità e gli Ospedali di Comunità.

Ma a metà 2025, delle oltre 1.700 Case della Comunità programmate, appena 46 disponevano di un medico e di un infermiere. Il resto sono muri, insegne, cantieri. I letti sono stati chiusi davvero. Il territorio che avrebbe dovuto sostituirli è rimasto sulla carta.

I 311 posti letto di Eurostat non sono una voce statistica ma una scelta con un nome e un mandato: ridurre l’ospedale pubblico senza costruire niente al suo posto, per due decenni, sotto governi di ogni segno. Il risultato non è una sanità più moderna. È una sanità che, semplicemente, per un numero crescente di cittadini non c’è più.

Foto di ALC, licenza Creative Commons CC BY-SA 4.0