Sanità e acqua, i servizi negati nel Lazio

Ci sono numeri che raccontano un disservizio, e numeri che raccontano una rassegnazione. Il II Rapporto “Salute e Servizi nel Lazio 2025” di Cittadinanzattiva, presentato il 2 luglio, ne mette in fila 22.509 — tante sono le segnalazioni arrivate in un anno da cittadini che hanno provato a curarsi, pagare una bolletta o prendere un autobus, e hanno trovato un ostacolo. Ma il numero che dovrebbe far discutere non è quello complessivo. È un altro, più piccolo e più preciso: 76,2%.

È la percentuale di cittadini che, dopo l’entrata in vigore del nuovo sistema regionale di prenotazione sanitaria il 1° febbraio scorso, ha incontrato difficoltà a prenotare una visita o un esame. Una riforma nata per risolvere un problema — le liste d’attesa, da anni la prima voce di lamentela dei laziali — a cinque mesi dal debutto viene bocciata da tre cittadini su quattro.

Il dettaglio che rende la vicenda ancora più netta riguarda lo strumento pensato apposta per chi il sistema lo tradisce comunque: il “Pass di garanzia”, che dovrebbe scattare quando i tempi massimi di legge vengono superati. Ebbene, il 76,5% di chi ne aveva diritto non se lo è visto nemmeno proporre. Non è un ritardo nel ritardo: è la certificazione che la rete di sicurezza, quando serve, semplicemente non si apre.

Più di un cittadino su cinque, a quel punto, ha pagato di tasca propria in una struttura privata — la sanità pubblica che si scarica sul portafoglio di chi non può aspettare, in un Lazio dove Roma e Rieti, il centro e la provincia più povera, restano i territori con più segnalazioni.

Dentro il capitolo sanità, che da solo raccoglie 5.601 segnalazioni, le liste d’attesa pesano per il 42%, trainate da diagnostica e interventi chirurgici. Ma il dato che più di ogni altro merita di essere letto con attenzione è un altro: il diritto che i cittadini denunciano come più calpestato non è, in cima alla lista, l’accesso alle cure — è il diritto a un trattamento personalizzato, con 2.343 segnalazioni.

È una distinzione che cambia la natura della critica. Non si tratta solo di aspettare troppo. Si tratta di sentirsi, quando finalmente si entra nel sistema, una pratica anonima in una coda indistinta, più che un paziente. È una critica alla qualità della relazione tra chi cura e chi è curato, non solo alla sua velocità — e su questo il rapporto, va detto, non scava oltre il dato grezzo.

Se la sanità è l’emergenza storica, la vera sorpresa di questa edizione del rapporto arriva dall’acqua. E arriva da Roma, non dalla provincia. Un’indagine specifica di Cittadinanzattiva, condotta tra settembre e novembre 2025 su 155 segnalazioni, fotografa una città in cui oltre il 70% dei cittadini coinvolti lamenta problemi quotidiani con l’erogazione idrica: pressione insufficiente nell’87,7% dei casi, interruzioni della fornitura nel 72,7%.

Il fenomeno non è circoscritto: coinvolge almeno 9 dei 15 Municipi, con il Municipio VII in testa, e colpisce in modo particolare i piani medio-alti dei palazzi — un problema tecnico, la pressione che non arriva in cima, che si traduce in un problema sociale, perché il disagio si distribuisce diversamente a seconda del piano in cui si abita, non della zona.

Foto CAPTAIN RAJU / Wikimedia Commons CC BY-SA 4.0.

Il 94% di chi ha segnalato racconta disagi personali diretti, più di un terzo lamenta danni agli elettrodomestici, un altro terzo danni economici veri e propri. Cittadinanzattiva stima che il fenomeno possa riguardare tra le 7.000 e le 10.000 persone nella sola area monitorata — una stima costruita su segnalazioni volontarie, non su un campione statistico rappresentativo della popolazione, ed è bene dirlo con chiarezza a chi legge: il numero indica una tendenza reale e diffusa, non una misurazione epidemiologica esatta.

Ma la tendenza, da sola, basta a giustificare l’allarme lanciato da Elio Rosati, segretario regionale dell’associazione, secondo cui l’accesso all’acqua potabile è un diritto fondamentale che non può dipendere dalla capacità economica del singolo cittadino, e i dati raccolti richiederebbero una presa in carico istituzionale immediata.

Sul banco degli imputati, per l’acqua come per gli altri servizi pubblici, c’è soprattutto un nome: ACEA, che risulta il soggetto più chiamato in causa in quasi 9.120 delle circa 16.900 segnalazioni relative ai servizi (esclusa la sanità), seguita a distanza dai Comuni. La motivazione più ricorrente è la mancanza di servizi, oltre 10.300 casi.

Il rapporto si ferma qui, con ACEA “nel mirino” ma senza affondare nella catena di responsabilità che lega il gestore, partecipato pubblico-privato, al Comune di Roma proprietario della rete e titolare del controllo politico sulla gestione idrica.

Resta, alla fine della lettura, un’impressione più forte dei singoli numeri: il Lazio raccontato da queste 22.509 segnalazioni non è un territorio dove i servizi essenziali mancano del tutto, ma un territorio dove esistono, formalmente, salvo poi rivelarsi inaccessibili nel momento in cui servono davvero — la prenotazione che non si riesce a fare, la garanzia che non viene proposta, la pressione dell’acqua che cala proprio ai piani più alti.

È la differenza, spesso invisibile nei bilanci e nei comunicati istituzionali, tra un diritto scritto e un diritto esercitabile.

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