Il nazista della porta accanto

L’AfD della Sassonia-Anhalt ha deciso che i bambini disabili stanno meglio fuori dalle classi degli altri. Naturalmente non lo dice così. Nel programma parla dell’inclusione come di un «esperimento fallito», contrappone i bambini disabili a quelli «normalmente dotati» e spiega che i primi «paralizzano il procedere dell’insegnamento». Soluzione: fine dell’inclusione e potenziamento delle scuole speciali.

Domenica 6 settembre si vota e l’AfD viaggia oltre il 40 per cento. Non sono quattro naziskin in cantina, ma un partito che può diventare il primo in un Land tedesco; il servizio di sicurezza interno regionale la classifica estremista di destra accertata.

La reazione comoda è: guarda questi nazisti tedeschi. Comoda perché il nazista, purché stia lontano, rassicura. Possiamo indignarci e tornare al caffè. Peccato che il problema cominci proprio al caffè.

Togliamoci l’alibi geografico. In Italia Vannacci ha proposto classi differenziate per capacità e prestazioni e oggi Futuro Nazionale parla di identità, assimilazione e remigrazione. In Austria la FPÖ invoca la remigrazione; VOX in Spagna parla di «priorità nazionale» e il Rassemblement National francese rivendica la priorité nationale. Negli Usa Patriot Front lega l’appartenenza alla nazione al sangue, Nick Fuentes si definisce identitario bianco e autoritario, Trump ha parlato di immigrati che «avvelenano il sangue» del Paese.

Non sono la stessa cosa. Ma le parole tornano: sangue, identità, omogeneità, priorità, normalità, espulsione, efficienza.

E non finisce con l’estrema destra occidentale. In Israele la destra religiosa e nazionalista di uomini come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich vuole una società e un territorio definiti dall’appartenenza etnica e religiosa; Hamas e Hezbollah perseguono una visione islamista sanguinaria; il regime iraniano e i Pasdaran uccidono e reprimono donne, dissidenti e minoranze. Ideologie e storie diverse, stessa pretesa: stabilire chi appartiene davvero alla comunità e chi può essere subordinato, escluso o espulso.

La storia tedesca rende il passaggio sui disabili ancora più osceno. Nel 1938 le scuole speciali del Reich dovevano anche «alleggerire» la scuola ordinaria separando i bambini con difficoltà. Poi vennero vite classificate come difettose, sterilizzazione forzata e infine l’assassinio di almeno 250 mila persone con disabilità. Non è la stessa politica. È la stessa domanda iniziale: quanto ci costa tenere con noi quelli che non funzionano come noi?

Sarebbe magnifico se il problema fossero soltanto AfD, Vannacci, FPÖ, VOX, Trump, Ben-Gvir, Hamas o i Pasdaran. Basterebbe combatterli. Ma un partito che prende il 40 per cento non importa elettori da Marte. Li trova già lì, tra persone alle quali sembrano ragionevoli idee che fino a ieri facevano vergogna.

Che forse i disabili starebbero meglio tra disabili. Che gli immigrati vanno bene, ma prima veniamo noi. Che chi arriva deve diventare come noi o andarsene. Che ci sono troppi mantenuti dallo Stato. Che una famiglia vera sappiamo tutti qual è. Che i diritti sono sacrosanti, naturalmente, ma bisognerà pure mettere ordine. È sempre quel «ma» il capolinea della civiltà.

Foto Shanmughapriya200410 CC BY-SA 4.0

Anni di impoverimento, precarietà e paura rendono commerciabile un’idea antica: se non c’è abbastanza per tutti, forse il problema sono “tutti”. Quando la torta si restringe ci sono due possibilità: farne una più grande oppure decidere chi non merita la fetta. La seconda costa molto meno ai ricchi. Non chiedere perché il lavoratore non arriva a fine mese: indicagli l’immigrato. Non chiedere perché mancano insegnanti di sostegno: indicagli il bambino disabile.

Negli Usa la realtà ha già prodotto la propria satira. Elettori di Trump favorevoli alle deportazioni hanno cambiato tono quando l’ICE ha arrestato o deportato mogli e mariti. Liyian Páez pensava che sarebbero stati cacciati i criminali; poi è stato deportato suo marito, senza precedenti. Brent Jindra aveva votato Trump tre volte; l’ICE ha portato via sua moglie. La frase implicita è: avete preso la persona sbagliata.

Questo il problema vero. Non viene contestata l’idea che qualcuno debba essere preso. Si protesta perché stavolta è toccato a uno dei nostri.

L’AfD dice che il disabile rallenta la classe. L’immigrato prende la casa. Il povero prende il sussidio. Il disoccupato non ha voglia di lavorare. Il gay provoca. Il trans disturba. Quello che non si assimila se ne vada. Una società perfettamente ordinata. Resta solo da capire chi avrà il diritto di abitarla.

AfD, MAGA, Vannacci e compagnia sono la parte emersa dell’iceberg. Sotto c’è quello che senti al bar, sull’autobus, in ufficio. Il «non sono razzista, però». Quello che trova ragionevole dividere una famiglia perché «le regole sono regole» e mostruoso discriminare una persona che conosce, ma sensato discriminare una categoria che non conosce.

Il fascismo, quando torna, non è obbligato a presentarsi in camicia nera. Può arrivare vestito da buon senso e parlare di sicurezza, merito, priorità, normalità, costi. Gli basta convincerci che la società sia una stanza troppo piccola e che per stare più comodi bisogna decidere chi buttare fuori.

E allora basta con l’alibi dell’uomo comune. Se senti dire che i disabili sono un peso, che gli immigrati vanno cacciati, che i poveri se la sono cercata, che certi diritti sono troppi e stai zitto per quieto vivere, non sei neutrale: sei complice. Ogni volta che lasci passare una di queste porcherie aiuti a trasformarla da vergogna in opinione, da opinione in programma politico, da programma politico in legge.

Se la politica non mette più un argine, tocca a noi: discutere, contestare, isolare socialmente questa merda invece di sorriderle per educazione. Perché aspettare il prossimo processo di Norimberga è un lusso che potremmo non avere: quando arriverà, magari saremo già stati sistemati altrove da qualcuno che avrà deciso che, nella stanza troppo piccola, quello di troppo eri tu.

Foto Angirasiks CC BY-SA