Corea del Sud, quasi 4 milioni di anziani in povertà

Per la prima volta la quota di sudcoreani anziani che vive in povertà relativa è scesa sotto il 40 per cento. Dovrebbe essere una buona notizia. In realtà, il 39,7 per cento registrato dall’OCSE racconta soprattutto la misura del problema: la media dei Paesi industrializzati è il 14,8 per cento e nessun altro membro dell’organizzazione presenta una distanza altrettanto grande tra la povertà della popolazione generale e quella degli anziani.

Il miglioramento, inoltre, non nasce principalmente da una svolta del welfare. Sta cambiando la popolazione osservata. Alla vecchiaia stanno arrivando i baby boomer nati tra il 1955 e il 1963, entrati nel mercato del lavoro durante l’industrializzazione, mediamente più istruiti, più spesso proprietari di un’abitazione e con storie contributive più lunghe. Escono invece dalle statistiche le generazioni nate prima o durante la guerra, che hanno attraversato la crescita coreana senza poter contare su un sistema pensionistico maturo.

Ricca prima di diventare vecchia

Per capire la povertà degli anziani bisogna rovesciare l’immagine abituale della Corea del Sud. Il Paese dei semiconduttori, delle metropoli digitali, delle università competitive e dei grandi conglomerati industriali è diventato ricco prima di diventare anziano, ma anche prima di costruire uno Stato sociale adeguato alla propria ricchezza.

Il sistema pensionistico nazionale fu introdotto soltanto nel 1988 e venne esteso, almeno formalmente, alla generalità dei lavoratori autonomi nel 1999. Chi oggi ha più di 75 anni ha quindi potuto versare contributi soltanto per una parte ridotta della propria vita lavorativa, quando non ne è rimasto completamente escluso. La spesa pensionistica è cresciuta, ma partendo da livelli bassissimi rispetto agli altri Paesi sviluppati.

Per decenni il vuoto è stato coperto dalla famiglia. I genitori investivano sui figli e contavano di essere sostenuti da loro durante la vecchiaia. Ma urbanizzazione, famiglie più piccole, trasferimento dei giovani verso le città e indebolimento della convivenza tra generazioni hanno fatto crollare quel patto prima che il welfare pubblico fosse pronto a sostituirlo.

Secondo l’OCSE, la povertà anziana coreana nasce precisamente dall’arretramento dell’assistenza familiare avvenuto prima della piena maturazione delle pensioni pubbliche.

La Corea si è così trovata nel punto peggiore possibile: i figli non riescono più a mantenere i genitori come un tempo, mentre lo Stato non ha ancora costruito protezioni sufficienti.

Il Paese invecchiato in pochi decenni

Il 23 dicembre 2024 gli ultrasessantacinquenni hanno superato ufficialmente il 20 per cento della popolazione, facendo entrare la Corea del Sud tra le società definite “super-anziane”. Il passaggio è avvenuto con una velocità eccezionale: nel 2000 il Paese aveva appena undici persone sopra i 65 anni ogni cento adulti tra i 20 e i 64; nel 2050, secondo le proiezioni dell’OCSE, saranno circa ottanta.

La modestissima ripresa delle nascite non cambia ancora la traiettoria. Nel 2025 la fecondità è salita da 0,75 a 0,80 figli per donna, dopo il minimo di 0,72 del 2023. È il secondo aumento consecutivo, ma resta un livello lontanissimo dai 2,1 figli necessari per mantenere stabile la popolazione. Anche nel 2025 i decessi hanno superato le nascite.

La povertà degli anziani non è quindi un problema destinato a ridursi semplicemente con il ricambio generazionale. I nuovi pensionati saranno mediamente più protetti, ma saranno molti di più e dovranno essere sostenuti da una popolazione attiva sempre più piccola.

Foto di AramBobba, licenza Creative Commons CC BY-SA 4.0

Lavorare fino a settant’anni non è benessere

La conseguenza più visibile è che in Corea si continua a lavorare molto più a lungo che altrove. Nel 2024 risultava occupato il 57 per cento delle persone tra i 65 e i 69 anni, contro una media OCSE del 26 per cento. L’età effettiva di uscita dal lavoro raggiunge i 67,4 anni per gli uomini e i 69,6 per le donne, il valore femminile più alto dell’intera organizzazione.

Non è necessariamente il trionfo dell’invecchiamento attivo. Molti lavoratori vengono fatti uscire dall’impiego principale intorno ai sessant’anni e rientrano nel mercato attraverso occupazioni temporanee, manuali e scarsamente pagate. Le grandi aziende ricorrono inoltre al cosiddetto peak wage system, che permette di ridurre progressivamente lo stipendio negli anni precedenti il pensionamento, talvolta senza diminuire orari e responsabilità.

Il simbolo più duro sono gli anziani che raccolgono cartone e materiali riciclabili trascinando carretti per Seoul e per le altre città. Una rilevazione del ministero della Salute aveva stimato in circa 42.000 le persone sopra i 65 anni impegnate in questa attività, con un’età media di 76 anni e compensi inferiori a un dollaro l’ora. Non è una curiosità urbana, ma il gradino più basso di un mercato che espelle i lavoratori dalle occupazioni stabili e poi li riassorbe come manodopera povera.

Due vecchiaie sempre più lontane

L’arrivo dei baby boomer sta inoltre ampliando la distanza all’interno della popolazione anziana. Una parte dei nuovi pensionati possiede appartamenti acquistati quando i prezzi erano più accessibili, risparmi e una pensione contributiva. Dall’altra parte restano gli ultra-settantacinquenni, gli affittuari, gli ex lavoratori autonomi e soprattutto le donne sole.

Meno del 40 per cento degli anziani che ricevono una pensione contributiva è donna, benché le donne rappresentino il 56 per cento della popolazione anziana. Carriere interrotte, lavoro domestico non retribuito e il più ampio divario salariale di genere dell’OCSE si trasferiscono direttamente nella vecchiaia. La differenza tra i tassi di povertà maschile e femminile ha raggiunto dodici punti percentuali.

Anche l’età separa due Coree. Il reddito disponibile delle persone anziane equivale mediamente al 68 per cento di quello dell’intera popolazione; tra i 66 e i 75 anni raggiunge il 76 per cento, ma dopo i 75 precipita al 57. Il coefficiente di Gini è più alto tra gli anziani che nella popolazione generale: la nuova vecchiaia coreana non è soltanto povera, è sempre più divisa tra chi possiede patrimonio e pensione e chi non dispone né dell’uno né dell’altra.

La riforma che aiuta soprattutto il futuro

La riforma approvata nel 2025 aumenterà gradualmente i contributi pensionistici dal 9 al 13 per cento e porterà il tasso teorico di sostituzione dal 40 al 43 per cento. Rafforzerà le pensioni future e rinvierà il previsto esaurimento del fondo dal 2057 al 2065. Ma farà poco per chi è già anziano e non ha contributi sufficienti. Anche dopo la riforma, un lavoratore medio con una carriera completa potrà attendersi una pensione netta pari al 39 per cento del salario, contro una media OCSE del 63 per cento.

Resta la pensione di base finanziata dalla fiscalità, destinata a circa il 70 per cento degli ultrasessantacinquenni. È però un assegno modesto, distribuito a una platea molto ampia. Il nodo politico sarà decidere se continuare a trattare tutti gli anziani come un unico blocco o concentrare maggiori risorse su chi non possiede una casa, vive solo e non ha maturato una pensione adeguata. L’OCSE sostiene da tempo che un sostegno più selettivo permetterebbe di aumentare gli importi destinati alle persone realmente povere.

Il 39,7 per cento non segnala dunque che la Corea abbia vinto la sua battaglia. È soprattutto l’effetto statistico di una generazione relativamente più protetta che prende il posto di una generazione poverissima. Il Paese che ha compresso in mezzo secolo industrializzazione, urbanizzazione e benessere ha compresso nello stesso tempo anche l’invecchiamento.

Ora scopre che il miracolo economico ha prodotto ricchezza abbastanza velocemente da trasformare la società, ma non abbastanza equamente da proteggere chi lo ha costruito.

Foto di Bluegheena, licenza Creative Commons CC BY-SA 3.0