In Ghana le bare raccontano i vivi

Un pesce per un pescatore, una canoa per chi ha vissuto sul mare, un baccello di cacao per un contadino, una Mercedes per chi ha fatto dell’automobile il segno del proprio successo. E poi Bibbie, aeroplani, peperoncini, telefoni cellulari, banconote. In Ghana una bara può avere quasi qualsiasi forma, purché dica qualcosa della persona che deve contenere. La settimana scorsa, alla periferia di Accra, Frederick Teiko Ofori è stato sepolto dentro una chitarra gigante.

Ofori aveva quarant’anni, era musicista ed è morto in un incidente stradale. La famiglia ha affidato la bara a Daniel Oblie Mensah, detto “Hello”, artigiano che da più di trent’anni trasforma biografie in oggetti di legno. Nello stesso reportage dell’Afp compare Samuel Commey Tetteh, insegnante per oltre mezzo secolo, accompagnato nella terra da una penna monumentale.

In un laboratorio attende invece una bara dipinta come una banconota da 200 cedi, destinata a un banchiere. Per le comunità Ga dell’area di Accra queste bare figurative fanno parte da decenni del linguaggio dei funerali.

In Occidente sono state ribattezzate “fantasy coffins”, definizione efficace e un po’ pigra. Il loro nome Ga, abebuu adekai, significa più o meno “contenitori di proverbi”, e già questo cambia la prospettiva. Non si tratta semplicemente di infilare il pescatore in un pesce o il musicista in una chitarra.

L’oggetto racconta qualcosa che la comunità riconosce: mestiere, prestigio, aspirazioni, relazioni, ricchezza, ruolo sociale. È una biografia in tre dimensioni, portata in processione prima di scomparire sotto terra.

La tradizione, almeno nella forma moderna, è relativamente recente. Le bare figurative si diffondono su larga scala ad Accra nei primi anni Sessanta, poco dopo l’indipendenza del Ghana, e hanno legami con le portantine scolpite usate nelle cerimonie dei capi Ga.

La loro invenzione viene spesso attribuita a Kane Kwei, falegname di Teshie diventato il nome più famoso di questa storia, anche se esistono precedenti e attribuzioni concorrenti. Kwei contribuì comunque a rendere quella produzione riconoscibile e a formare una generazione di artigiani, tra i quali Paa Joe, oggi il più noto sul mercato internazionale.

L’antropologa italiana Roberta Bonetti, che ha studiato a lungo gli abebuu adekai, ha mostrato quanto sia riduttiva la spiegazione occidentale del “mestiere trasformato in bara”. Quelle immagini rimandano anche alla struttura economica, alla storia politica e alla vita materiale dei Ga.

Durante il funerale la bara non è un semplice contenitore: mette in scena il morto e ridisegna i rapporti dei vivi attorno a lui. Bonetti parla di una “mappa delle relazioni” fissata nella memoria sociale. Si seppellisce un corpo, ma prima si espone pubblicamente la sua posizione nel mondo.

Questo aiuta a capire perché i funerali in Ghana possano essere eventi grandi e costosi. L’antropologa Marleen de Witte, studiando le cerimonie funebri Asante, ha osservato che la commercializzazione non ha necessariamente svuotato il rito: spesso lo ha rafforzato. Denaro, prestigio, appartenenza e memoria si intrecciano.

foto Danieljatuat CC BY-SA 4.0

Il funerale mostra il valore attribuito al morto, ma anche la capacità della famiglia di mobilitare parenti e risorse. Attorno alla morte lavorano falegnami, musicisti, ristoratori, sarti, fotografi, trasportatori. Il lutto è anche economia.

Una bara figurativa destinata alla sepoltura costa oggi intorno ai 10 mila cedi, circa 900 dollari, secondo gli artigiani intervistati dall’Afp. Quelle costruite per le esposizioni costano di più: devono durare.

Un oggetto concepito per raggiungere il massimo della visibilità durante poche ore di funerale e poi marcire sottoterra viene intercettato dal mercato globale dell’arte, che gli impone il destino opposto: essere conservato.

Al Metropolitan Museum di New York è esposta For a Musician, una chitarra-bara costruita da Paa Joe nel 2025. Lo Smithsonian possiede, tra le altre, una bara a forma di vecchio telefono Nokia. Gallerie e collezionisti commissionano opere che non vedranno mai un cadavere.

La bara diventa scultura; il falegname artista contemporaneo; il rito locale entra nelle biennali e nei cataloghi. Il mercato internazionale ha dato agli artigiani denaro, notorietà e nuovi linguaggi, ma ha inevitabilmente cambiato il significato degli oggetti.

La cosa più interessante è forse lo sguardo con cui noi li osserviamo. Le “bare fantastiche del Ghana” funzionano benissimo nei servizi televisivi perché soddisfano una vecchia aspettativa occidentale: l’Africa colorata, sorprendente, eccentrica e fotogenica. Il pesce gigante fa sorridere, la Mercedes incuriosisce, il Nokia diventa materiale perfetto per i social.

Molto meno immediata è l’idea che quelle forme possano essere concettualmente sofisticate quanto una nostra installazione: oggetti che ragionano su identità, memoria, corpo, denaro e rappresentazione sociale.

Il paradosso è semplice. Quando una famiglia Ga mette un morto dentro una chitarra di legno, tendiamo a chiamarla tradizione, folklore o stravaganza. Quando la stessa chitarra arriva a New York, viene appoggiata su un piedistallo e illuminata correttamente, la chiamiamo arte contemporanea.

Frederick Teiko Ofori non finirà in un museo. La sua chitarra è stata costruita per lui e ha compiuto il viaggio per cui era nata: dopo il funerale è stata calata nella terra insieme al suo corpo. È forse proprio questa la parte che l’industria culturale occidentale fatica di più ad accettare: settimane di lavoro, abilità artigiana, colore, denaro e bellezza destinati deliberatamente a scomparire. Noi conserviamo l’arte per sottrarla alla morte; loro, qualche volta, la costruiscono perché possa andarci insieme.

foto Danieljatuat CC BY-SA 4.0