Berlino al voto il 20. Incombe lo spettro dell’AfD

Domenica 20 settembre Berlino vota. I cittadini della capitale tedesca eleggeranno il nuovo Abgeordnetenhaus, il Parlamento del Land, e contemporaneamente le assemblee dei dodici distretti cittadini. Fino a qualche mese fa sarebbe stata soprattutto un’elezione amministrativa importante. Dopo il terremoto politico della Sassonia-Anhalt, dove domenica scorsa l’AfD ha raccolto il 43,8% dei voti, diventando di gran lunga il primo partito, è diventata qualcosa di molto di più: la prima risposta alla domanda che attraversa oggi la Germania. L’ondata dell’estrema destra dell’Est può conquistare anche Berlino?

La risposta, a dieci giorni dal voto, è insieme rassicurante e inquietante. No, Berlino non sembra destinata a diventare un’altra Sassonia-Anhalt. Ma l’AfD nella capitale è ormai abbastanza forte da non poter più essere trattata come una presenza marginale. L’ultimo BerlinTrend di Infratest dimap, realizzato tra il 7 e il 9 settembre, dà la Linke al 21%, la CDU al 20, l’AfD al 18, i Verdi al 16, la SPD al 12 e il BSW al 4. Il margine d’errore è di circa due punti. Significa che, statisticamente, l’AfD non è poi così lontana nemmeno dal primo posto. Nel 2023 alle elezioni berlinesi aveva ottenuto il 9,1%. In tre anni il suo consenso potenziale è praticamente raddoppiato.

La città è governata dal 2023 da una coalizione CDU-SPD guidata da Kai Wegner. Ma il governo arriva alle elezioni in pessime condizioni: all’inizio di settembre il 77% dei berlinesi si dichiarava insoddisfatto del Senato cittadino e solo il 19% soddisfatto. Lo stesso Wegner, travolto dalle polemiche per le versioni contraddittorie sul modo in cui aveva gestito il grande blackout dello scorso gennaio, a luglio ha rinunciato a ricandidarsi alla guida della città. Resta sindaco fino alle elezioni, ma la CDU ha affidato la corsa al suo senatore alle Finanze Stefan Evers. Anche questo racconta un pezzo del voto: Berlino arriva alle urne con il governo uscente screditato e nessun partito vicino neppure lontanamente al 30%.

Ma per capire dove può arrivare l’AfD bisogna uscire dalla Berlino delle cartoline, della Porta di Brandeburgo, dei club, delle start-up e della capitale cosmopolita. Bisogna guardare la città nella quale un abitante su cinque è a rischio povertà. La città dove circa un quarto dei bambini sotto i quindici anni vive in famiglie dipendenti dal sostegno di base. Dove il 15% della popolazione riceve prestazioni minime di sostegno, contro circa il 9% della Germania. Dove un quinto delle famiglie spende almeno il 40% del proprio reddito per l’abitazione. E dove, mentre cresce la povertà, il numero dei milionari è quasi raddoppiato.

Poi c’è la casa, che non casualmente è il primo problema indicato dagli elettori: 32%, molto davanti a immigrazione, sicurezza o trasporti. Nel 2025 l’affitto medio richiesto sul mercato per una nuova locazione era arrivato a 15,78 euro al metro quadrato, il 75% in più rispetto al 2016. Nei quartieri centrali si viaggia intorno ai 20 euro. Le nuove costruzioni non sono state sufficienti a recuperare l’aumento della domanda e si stima che servano oltre duecentomila nuove abitazioni entro il 2040.

Il disagio, dunque, non è un’invenzione dell’AfD. Ed è esattamente qui che torna il problema già emerso dopo il voto in Sassonia-Anhalt: il fascismo non crea necessariamente la rabbia sociale, ma può conquistarne il monopolio se gli altri smettono di darle una risposta politica. A Berlino questa battaglia non è ancora perduta.

Lo dimostra una geografia elettorale che sembra disegnata ancora sul vecchio Muro. Nel BerlinTrend di luglio, nell’Est della città AfD e Linke erano appaiate al 22%. Nell’Ovest dominavano invece CDU e Verdi. Alle elezioni federali del 2025, a Marzahn-Hellersdorf, grande periferia orientale costruita nella DDR, AfD ha raccolto il 31,2% dei secondi voti, diventando il primo partito. Il suo candidato diretto, Gottfried Curio, ha vinto il collegio.

Tra i quartieri più poveri della città ci sono Neukölln e Mitte, dove l’estrema destra non raggiunge gli stessi risultati di Marzahn-Hellersdorf. La miseria non contiene un’indicazione di voto. Contiene rabbia, insicurezza, paura di perdere ancora qualcosa. Poi arriva la politica e decide contro chi indirizzarle.

L’AfD prende una crisi reale – non trovi casa, il salario non basta, il quartiere peggiora, i servizi arrancano – e ne sostituisce le cause. La risposta diventa l’immigrato, il richiedente asilo, chi riceverebbe una casa o un sussidio prima del tedesco. È il meccanismo classico attraverso il quale il conflitto sociale viene trasformato in conflitto identitario: a chi possiede poco viene indicato come nemico chi possiede ancora meno.

Foto Leonhard Lenz, CC0/pubblico dominio

La Linke prova invece a occupare lo stesso spazio politico indicando altri responsabili: gli affitti, la speculazione immobiliare, i bassi salari, l’indebolimento dello Stato sociale. E forse la differenza più importante tra Berlino e la Sassonia-Anhalt sta proprio qui. In Sassonia-Anhalt AfD è riuscita a divorare una parte enorme del voto di protesta. A Berlino esiste ancora una forza a sinistra capace di contenderglielo e, non casualmente, a dieci giorni dal voto è proprio la Linke il primo partito nei sondaggi.

La fotografia più efficace della crisi sociale berlinese arriva in questi giorni da un luogo apparentemente lontano dalla campagna elettorale. Centinaia di dipendenti dell’Unionhilfswerk, grande organizzazione assistenziale storicamente vicina alla CDU, stanno scioperando per ottenere un contratto collettivo. L’ente occupa circa tremila persone tra asili, assistenza domiciliare, case protette e servizi sociali; la società coinvolta nella vertenza ne impiega circa 800 in 65 strutture. Secondo Verdi, alcuni educatori guadagnano fino a quattromila euro l’anno meno dei colleghi inquadrati nel contratto del pubblico impiego. L’Unionhilfswerk replica che Berlino finanzia soltanto il 95% del livello salariale pubblico e che non ci sono le risorse per pagare di più.

È quasi una metafora involontaria della città. Un berlinese su cinque rischia la povertà e persino chi deve assistere poveri, anziani, bambini e persone fragili sciopera perché il welfare non riesce a garantire salari adeguati a chi lo tiene materialmente in piedi. Nel frattempo l’Unionhilfswerk promette 50 euro lordi in più al giorno a chi non aderisce allo sciopero. L’organizzazione fu fondata da esponenti cristiano-democratici nel 1947; il presidente della fondazione Michael Dietmann siede nel Parlamento berlinese per la CDU e Kai Wegner ne è membro.

Ecco il terreno sul quale si misura davvero l’avanzata dell’estrema destra. Non sulle dichiarazioni astratte contro il fascismo, ma sulla capacità di impedire che una persona che non trova casa, un educatore malpagato, una famiglia che dipende dai sussidi o un pensionato povero arrivino alla conclusione che qualcuno gli stia portando via quello che gli spetta.

Perfino sulla sicurezza la distanza tra realtà e percezione merita attenzione. Nel 2025 i reati complessivamente registrati a Berlino sono diminuiti del 6,7%, raggiungendo, escluso l’anno anomalo della pandemia, il livello più basso da oltre un decennio. Nello stesso anno, però, i reati politicamente motivati di destra sono saliti da 2.803 a 3.021 e quelli violenti da 90 a 133. Eppure sicurezza e criminalità stanno aumentando tra le preoccupazioni degli elettori, terreno ideale per la propaganda securitaria dell’AfD.

Dopo il 43,8% della Sassonia-Anhalt nessuno, a Berlino, finge più di non vedere il problema. La candidata AfD Kristin Brinker parla apertamente di quel risultato come della dimostrazione che anche i berlinesi vogliono una «svolta politica fondamentale». La CDU berlinese lo ha definito una cesura e ribadisce che non governerà con AfD. Steffen Krach della SPD parla di un pericolo per la democrazia. Elif Eralp, candidata della Linke, ha scelto una frase ancora più esplicita: «Io sono la risposta alla Sassonia-Anhalt».

Forse è proprio questa la vera elezione del 20 settembre. Non semplicemente AfD contro gli altri, ma due modi opposti di organizzare lo stesso rancore. Uno cerca il responsabile sopra: nella rendita, nelle disuguaglianze, nel lavoro povero, nella riduzione del welfare. L’altro lo cerca accanto o sotto: nell’immigrato, nel rifugiato, nell’assistito che presumibilmente riceve qualcosa che avrebbe dovuto ricevere il tedesco.

C’è infine una geografia della storia che rende tutto più inquietante. Il nazismo tedesco nacque politicamente nel Sud. La DAP, dalla quale sarebbe nata la NSDAP, fu fondata a Monaco nel gennaio 1919; la Baviera dei primi anni Venti divenne uno dei grandi centri dell’agitazione nazionalista, antisemita e antirepubblicana. Da Monaco Hitler tentò nel 1923 il putsch che avrebbe dovuto aprirgli la strada verso Berlino.

Un secolo dopo la geografia dell’estrema destra tedesca si è rovesciata. La minaccia elettorale più forte arriva dall’Est. Sassonia-Anhalt, Turingia, Sassonia, Brandeburgo; e ora, entrando nella stessa Berlino, Marzahn-Hellersdorf, Lichtenberg, Treptow-Köpenick. Non perché nell’Est esista qualche predisposizione antropologica al fascismo, ma perché lì si sono accumulate fratture che la riunificazione non ha cancellato: differenze di reddito e patrimonio, perdita di status, spopolamento, indebolimento delle strutture collettive, sensazione di essere cittadini di seconda fila. Su quelle ferite AfD ha costruito una macchina politica potentissima.

Foto Leonhard Lenz/Wikimedia Commons – CC0