Quando il welfare si trasforma in regalo da ricambiare

C’è una differenza sostanziale tra un diritto e un regalo. Il diritto non pretende riconoscenza. Il regalo, per sua natura, tende invece a costruire un rapporto tra chi dà e chi riceve.

È questa la linea sottile che una parte crescente della politica ha attraversato. Negli Stati Uniti esistono già i “Trump Accounts”: conti intestati ai minori nei quali il Tesoro versa una tantum 1.000 dollari per i bambini eleggibili nati tra il 2025 e il 2028. E ora Trump promette 5.000 dollari agli americani adulti in caso di vittoria repubblicana alle prossime elezioni. Dalla nascita all’età del voto, il denaro pubblico assume così sempre più chiaramente la forma di qualcosa che il potere consegna direttamente al cittadino.

In Italia il governo Meloni valuta di imitarlo, come su tutto, e ragiona su un libretto alimentato con mille euro l’anno dallo Stato, dalla nascita fino all’ingresso nel mondo del lavoro. Qualcuno potrà osservare che i neonati non votano. È vero. I loro genitori però sì. E a chi non ha figli ma è in difficoltà? Niente, sono stati cattivi. Ai senza dimora, poi, non serve un regalo: servirebbero il diritto a una casa e servizi capaci di impedire che qualcuno finisca per strada. È proprio qui la differenza. La protezione sociale viene sempre più presentata non come qualcosa che spetta al cittadino, ma come qualcosa che qualcuno gli dà.

Non c’è nulla di sbagliato nell’aiutare economicamente una famiglia, un giovane, una madre o una persona in difficoltà. Il problema nasce quando il bonus sostituisce il diritto, quando il trasferimento individuale prende il posto di una politica strutturale, quando chi governa può presentarsi davanti al cittadino dicendo: questo te l’ho dato io.

Il welfare era nato esattamente per spezzare questo rapporto. La pensione non è un regalo del governo. La sanità pubblica non è una concessione del ministro. L’asilo nido, la scuola, il sostegno alla disoccupazione non dovrebbero dipendere dalla generosità di chi governa. Sono diritti e continuano a esserlo anche se il cittadino vota contro chi sta al potere.

Il regalo, invece, ha un nome, una cifra, una data e quasi sempre una campagna di comunicazione. È visibile, attribuibile, politicamente spendibile. E soprattutto trasforma il cittadino in beneficiario. Non pretende formalmente nulla in cambio, ma costruisce memoria, riconoscenza, aspettativa.

Un tempo il favore politico era apertamente clientelare: le scarpe di Lauro, il pacco di pasta, il posto di lavoro, il piccolo privilegio personale. Lo Stato sociale aveva provato a sostituire il favore con il diritto. Il rischio oggi è una regressione più sofisticata: il favore passa attraverso strumenti perfettamente legali e bilanci pubblici, ma conserva la forza simbolica del regalo. Soprattutto istituzionalizza l’abbandono del cittadino al proprio destino, sostituendo l’aiuto occasionale al dovere dello Stato di garantire diritti.

Quello che allora vorremmo chiedere a chi, fin qui solo a parole, dice di opporsi anche in Italia alle politiche di Trump e Meloni è quale società vogliamo costruire. Una società di cittadini titolari di diritti o una società di beneficiari, periodicamente destinatari di qualcosa che qualcuno potrà ricordare loro di aver ricevuto, aspettandosi in cambio la gratitudine dovuta al regalino del nonno a Natale?