L’Algeria ha rotto le relazioni diplomatiche con gli Emirati Arabi Uniti accusando Abu Dhabi di «azioni provocatorie e ostili». Non ha indicato pubblicamente un singolo episodio come causa della decisione, ma il terreno dello scontro è ormai abbastanza chiaro: Libia, Sahara occidentale, rapporti con il Marocco e soprattutto Sahel.
Dopo la rottura, Algeri ha anche deciso di chiudere il proprio spazio aereo agli aeromobili registrati negli Emirati, con un’esenzione temporanea per i voli commerciali.
Smail Debeche, professore di relazioni internazionali all’Università di Algeri III, ha letto la decisione esattamente in questa chiave: una risposta alla crescente attività emiratina intorno all’Algeria, dalla Libia ai Paesi saheliani. È un’interpretazione algerina e come tale va presa, non una verità dimostrata.
Ma coglie una trasformazione reale: il Sahel non è più soltanto il luogo nel quale Stati fragili combattono gruppi jihadisti. È diventato uno spazio nel quale Algeria, Marocco, Emirati, Russia, Turchia, potenze occidentali e monarchie del Golfo cercano contemporaneamente influenza politica, accesso alle risorse, corridoi commerciali e alleati militari.
Intanto la guerra jihadista raggiunge dimensioni mai viste. Nei dodici mesi terminati a metà 2026, nel Sahel sono state registrate 9.928 vittime legate ai gruppi islamisti armati, più che in qualsiasi altra regione africana. Dal 2022 sono quasi 49 mila.
JNIM, la coalizione affiliata ad al-Qaeda, e lo Stato islamico nel Sahel non si limitano più agli attacchi contro piccoli avamposti periferici. Assediano città, interrompono le grandi vie commerciali, sabotano infrastrutture, attaccano aeroporti e basi militari, utilizzano sempre più droni e spingono le proprie operazioni verso Benin, Togo e Nigeria.
Il paradosso è che mentre il nemico diventa sempre più transnazionale, gli Stati che dovrebbero combatterlo diventano sempre meno capaci di cooperare. Mali, Burkina Faso e Niger, governati da giunte militari, sono usciti dall’ECOWAS e hanno costruito l’Alleanza degli Stati del Sahel.
Hanno espulso o ridimensionato i vecchi partner occidentali e si sono rivolti soprattutto alla Russia. Nel dicembre 2025 hanno persino creato una forza militare comune di 6.000 uomini. Ma contemporaneamente si sono deteriorati i rapporti con molti dei Paesi che circondano quella stessa area nella quale si muovono jihadisti, armi, contrabbandieri e combattenti.
Il caso più clamoroso è quello tra Mali e Algeria. Per decenni Algeri aveva esercitato un ruolo centrale nella gestione delle crisi del nord del Mali. Era stata l’Algeria a mediare l’accordo di pace del 2015 con i gruppi tuareg. Nel gennaio 2024 la giunta di Bamako lo ha cancellato accusando proprio Algeri di interferire negli affari interni maliani.
Nell’aprile 2025 l’abbattimento di un drone del Mali vicino alla frontiera ha trasformato la tensione in crisi diplomatica: Bamako sostiene che il velivolo fosse ancora nel proprio territorio, Algeri che avesse violato lo spazio aereo algerino. Mali, Niger e Burkina Faso richiamarono gli ambasciatori; Algeria e Mali arrivarono a chiudersi reciprocamente lo spazio aereo.
È difficile immaginare un regalo migliore per un’insurrezione che vive precisamente delle frontiere che gli Stati non riescono a controllare. L’Algeria condivide con Mali e Niger oltre 2.280 chilometri di confini desertici. Da quelle aree passano uomini, armi, droga e traffici.
Ma passa anche la storia stessa del jihadismo saheliano: JNIM è la filiale regionale di al-Qaeda e discende direttamente da Al-Qaeda nel Maghreb islamico, organizzazione nata dalle ceneri della guerra civile algerina degli anni Novanta. Per Algeri il jihadismo nel Sahel non è quindi una crisi africana lontana: è una minaccia che conosce da trent’anni e che può risalire verso nord.
È dentro questo quadro che l’avanzata degli Emirati assume un significato diverso. Abu Dhabi è uno dei più stretti partner del Marocco, sostiene la posizione marocchina sul Sahara occidentale e mantiene rapporti consolidati con Khalifa Haftar nella Libia orientale.
Nel Sahel ha intensificato rapporti economici con governi militari che un tempo gravitavano maggiormente verso l’Algeria o l’Occidente. Il Mali, in particolare, ha sviluppato crescenti relazioni commerciali con gli Emirati, che sono anche uno degli sbocchi principali dell’oro maliano.
Dietro ci sono anche infrastrutture e miliardi. Il Marocco propone ai Paesi senza sbocco sul mare dell’Alleanza del Sahel un accesso all’Atlantico attraverso i propri porti, in particolare quello di Dakhla, nel Sahara occidentale. Gli Emirati hanno manifestato interesse e sostegno finanziario per il grande gasdotto Nigeria-Marocco.
Dall’altra parte l’Algeria punta sul concorrente gasdotto transahariano Nigeria-Niger-Algeria. Porti e tubi del gas sembrano opere economiche, ma nel Sahel di oggi sono anche linee sulla carta geopolitica: determinano dipendenze, alleanze e sfere d’influenza.

Per Algeri la sensazione è quindi quella di un progressivo accerchiamento: il Marocco a ovest, sostenuto dagli Emirati; Haftar a est, anch’egli storicamente sostenuto da Abu Dhabi; una parte del Sahel a sud che ha rotto con la vecchia mediazione algerina e cerca nuovi protettori e nuovi investitori. Il problema è che questa partita si svolge sopra un incendio.
E nell’incendio è accaduto qualcosa che dovrebbe far riflettere anche sulle conseguenze involontarie della politica delle potenze regionali. Un rapporto delle Nazioni Unite dell’agosto scorso ha stabilito che circa 50 milioni di dollari pagati alla fine del 2025 per liberare un ostaggio nelle mani di al-Qaeda in Mali sono finiti in gran parte nelle casse di JNIM e hanno contribuito direttamente a finanziare la sua offensiva. Il rapporto ONU non identifica chi abbia versato il riscatto.
Tre fonti regionali hanno però indicato a Reuters gli Emirati Arabi Uniti, che avrebbero pagato per ottenere la liberazione di un proprio cittadino e di altri ostaggi. È un’attribuzione delle fonti, non una conclusione dell’ONU, e gli Emirati non hanno confermato.
Non significa che Abu Dhabi finanzi il jihadismo. Sarebbe una conclusione falsa. Significa qualcosa di più interessante: nel Sahel anche una decisione presa per salvare un ostaggio può improvvisamente mettere nelle mani di un’organizzazione jihadista una cifra capace di modificare gli equilibri militari di un’intera regione.
Secondo le stime riportate da Reuters, JNIM dispone ormai di 7.000-8.000 combattenti. Con quei soldi ha finanziato operazioni non soltanto in Mali, ma una rete che si allarga in tutta l’Africa occidentale.
Nel frattempo le giunte che avevano conquistato il potere promettendo sicurezza non hanno fermato l’avanzata. In Mali JNIM è arrivato a imporre blocchi sulle arterie che riforniscono Bamako e ad attaccare simultaneamente obiettivi dal nord fino alle porte della capitale.
Nel 2026 jihadisti e ribelli tuareg hanno mostrato persino capacità di coordinamento operativo, costringendo l’esercito maliano e l’Africa Corps russo a combattere contemporaneamente su più fronti.
Il Sahel sta producendo il contrario di quello che servirebbe per affrontare una minaccia transnazionale. Servirebbero intelligence condivisa, frontiere coordinate, diplomazia tra governi che si detestano ma hanno lo stesso nemico, accordi con le comunità locali e una qualche ricostruzione dell’autorità dello Stato.
Stanno crescendo invece blocchi concorrenti, alleanze militari, guerre per procura, rivalità tra Algeria e Marocco, competizione per miniere, porti e gasdotti.
Tutti cercano di guadagnare spazio. E nel frattempo lo spazio vero lo guadagnano i jihadisti. Perché JNIM e Stato islamico non hanno bisogno di conquistare formalmente Bamako, Ouagadougou o Niamey per vincere.
È sufficiente rendere vaste porzioni di territorio ingovernabili, controllare strade e commerci, imporre tasse, presentarsi come arbitri nelle comunità abbandonate e dimostrare che gli eserciti possono entrare in un villaggio ma non possono restarci.
Questa è forse la parte più pericolosa della crisi del Sahel. Le potenze regionali continuano a ragionare in termini di influenza: chi controlla Bamako, chi finanzia un porto, chi vende armi, chi ottiene l’oro, chi isola l’Algeria, chi porta dalla propria parte le giunte. Il jihadismo invece se li vuole prendere e basta. E ha la forza e il sostegno per farlo, grazie al vuoto politico delle istituzioni locali.



