Due donne morte. Una a Latisana, in provincia di Udine, annegata nella propria auto rimasta intrappolata in un sottopasso allagato. L’altra a Sinalunga, nel Senese, uccisa in casa da una scheggia di vetro dopo che la violenza del vento aveva mandato in frantumi una finestra. Due carabinieri sono finiti in ospedale dopo aver tentato di salvare la donna di Latisana.
A Roma un albero è caduto su un’auto in via Ardeatina: il conducente è stato estratto dai Vigili del fuoco e trasportato in ospedale in codice rosso. Automobilisti bloccati nei sottopassi allagati, tetti scoperchiati, alberi abbattuti, strade trasformate in fiumi.
In Toscana si sono contati più di 63 mila fulmini in dodici ore. A Sinalunga una quarantina di tetti sono stati danneggiati dalla tromba d’aria. A Milano il Lambro è uscito dagli argini e nella zona nord della città e dell’hinterland sono caduti quasi 100 millimetri di pioggia in ventiquattr’ore. Nelle Marche i Vigili del fuoco hanno effettuato oltre cento interventi già nelle prime ore dell’emergenza. Potremmo fermarci qui e scrivere il solito articolo sul maltempo che flagella l’Italia. Solo che non è più possibile.
Non è possibile perché quello che è successo ieri non è arrivato dal nulla e, soprattutto, non è più qualcosa che possiamo liquidare con la parola “eccezionale”. Nessuno può prevedere che domani alle quattro del pomeriggio proprio quell’albero cadrà proprio su quella macchina. Nessuno può sapere che una finestra si spaccherà proprio mentre una donna tenterà di chiuderla. Nessuno può indicare in anticipo quale sottopasso diventerà una trappola mortale.
Ma sappiamo che gli alberi cadranno, sappiamo che i sottopassi si allagheranno, sappiamo che le reti di drenaggio andranno in crisi, che i torrenti usciranno dagli argini, che raffiche di vento sempre più violente abbatteranno rami, pali, coperture. E sappiamo che, continuando così, qualcuno morirà. E non fare niente per evitarlo è semplicemente criminale.
Questa è la differenza enorme tra non poter prevedere un incidente e non poter prevedere il rischio. Il rischio lo conosciamo benissimo. Lo conosce il governo, lo conoscono le Regioni, lo conoscono i Comuni, lo conoscono le autorità di bacino, lo conosce la Protezione civile. Lo conoscono perché lo hanno scritto nei loro documenti, lo hanno disegnato sulle loro mappe e lo hanno inserito nei loro piani.
L’Italia ha approvato nel dicembre 2023 il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Non un volantino di qualche associazione ambientalista: un documento dello Stato italiano. Quel Piano prevedeva che entro tre mesi venissero istituiti il Comitato e la Segreteria dell’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici. Tre mesi.
L’Osservatorio è stato istituito il 17 dicembre 2025 e si è insediato il 24 febbraio 2026. Quasi due anni dopo quello che il Piano stesso prevedeva. Ancora nell’agosto scorso il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente annunciava l’ingresso dei propri esperti nell’organismo che dovrebbe tradurre il Piano in azioni concrete.
Nel frattempo il clima non ha aspettato l’insediamento dei comitati. Abbiamo avuto un’estate di caldo eccezionale, un Mediterraneo surriscaldato, settimane nelle quali abbiamo spiegato quanto fosse anomala la temperatura dell’aria e del mare. Poi arriva aria più fresca, incontra un’atmosfera carica di calore e umidità e scarica una parte di quell’energia sotto forma di fenomeni violentissimi.

Non significa che possiamo stabilire in anticipo dove cadranno cento millimetri di pioggia o dove passerà una tromba d’aria. Significa che sappiamo benissimo che episodi di questo genere non possono più essere amministrati come incidenti imprevedibili.
E invece continuiamo a fare esattamente questo. Succede il disastro, parte l’allerta, arrivano i Vigili del fuoco, la Protezione civile, le ambulanze. Si chiudono le strade, si prosciugano i sottopassi, si tagliano gli alberi caduti. Il giorno dopo si contano i danni. Poi si chiede lo stato di emergenza, si cercano i soldi e si ricomincia ad aspettare il prossimo temporale. È un sistema costruito per soccorrere bene dopo che qualcosa è successo, non per evitare che succeda.
E sia chiaro: il problema non nasce con questo governo. Abbiamo cementificato, tombato corsi d’acqua, costruito dove non avremmo dovuto costruire, trascurato manutenzioni e impermeabilizzato il terreno per decenni, con governi nazionali, amministrazioni regionali e sindaci di ogni colore politico.
Ma questo non assolve chi governa oggi. Al contrario. Chi governa oggi ha meno alibi di chi governava trent’anni fa, perché oggi sappiamo molto di più. Abbiamo modelli climatici migliori, sistemi di allerta migliori, mappe del rischio migliori, satelliti, radar, serie storiche, studi e piani di adattamento.
E continuiamo contemporaneamente a consumare suolo. Nel solo 2024 altri 7.850 ettari sono stati coperti artificialmente: quasi 23 ettari al giorno. Ogni metro quadrato impermeabilizzato è un metro quadrato che non assorbe acqua e la restituisce più rapidamente alle strade, alle fogne e ai corsi d’acqua. La questione allora non è chiedere al governo di fermare i temporali. È chiedergli perché continuiamo a progettare e amministrare il Paese come se vivessimo ancora nel clima del secolo scorso.
Perché un sottopasso che può riempirsi d’acqua continua a poter diventare una trappola mortale? Perché la manutenzione degli alberi nelle città continua troppo spesso a inseguire le emergenze? Perché il drenaggio urbano non viene ripensato sulla quantità d’acqua che oggi può cadere in poche ore?
Perché si continua a impermeabilizzare terreno mentre sappiamo che dovremmo fare esattamente il contrario? Perché un Piano nazionale di adattamento approvato con anni di ritardo ha accumulato altro ritardo persino nell’istituzione degli organismi chiamati ad attuarlo?
Soprattutto: quante volte deve ripetersi un evento eccezionale prima che smettiamo di chiamarlo eccezionale? Perché qui ormai la parola “eccezionale” rischia di essere diventata un alibi. Eccezionale era qualcosa che accadeva una volta nella vita e per il quale aveva forse un senso dire che non potevamo prepararci. Se nubifragi, trombe d’aria, alluvioni lampo e precipitazioni violentissime tornano anno dopo anno, stagione dopo stagione, non siamo più davanti all’imprevedibile. Siamo davanti a un nuovo rischio ordinario.
E allora non basta più dire che mancano i soldi. I soldi si trovano per le armi, che sono un altro modo di uccidere, e non per mettere in sicurezza territori e città. Sapere che il rischio cresce, sapere dove colpirà più facilmente e continuare a non intervenire non è più solo inefficienza. È una forma di criminalità istituzionalizzata.



