Ai neonazisti il monopolio del rancore sociale

Nell’ultima elezione del Reichstag pienamente libera prima dell’avvento di Hitler al potere, il 6 novembre 1932, i nazisti presero, sul territorio che corrisponde quasi interamente all’odierna Sassonia-Anhalt, circa il 37% e circa il 45% nel marzo 1933. Ieri l’AfD neonazista ha preso il 43,8%.

Il 2026 non è il 1932, ma alcuni meccanismi sociali si somigliano. Allora la Germania era devastata dalla Grande Depressione e dalla paura di impoverimento. Oggi la Sassonia-Anhalt resta uno dei Länder più fragili: salari più bassi della media, disoccupazione più alta, industrie in difficoltà.

È su questo terreno che cresce l’estrema destra: quando la sicurezza economica viene meno, la rabbia cerca un responsabile. Allora furono ebrei, comunisti e stranieri. Oggi il meccanismo è lo stesso: trasformare la paura sociale in odio politico.

C’è però qualcosa che nel 1932 non esisteva: un forte sentimento contro l’Unione Europea, alimentato dalla crisi energetica e dal declino industriale. La fine dell’energia russa a basso prezzo ha colpito soprattutto i settori energivori; a Leuna, cuore della chimica tedesca, la crisi è diventata simbolo di un modello in affanno. L’AfD raccoglie questo malcontento chiedendo meno Europa, la fine degli aiuti all’Ucraina, la revoca delle sanzioni e il ritorno a rapporti economici con Mosca.

Ma Putin non è soltanto il possibile fornitore del gas perduto. La Russia ha costruito negli anni una rete di propaganda e influenza che trova nell’estrema destra europea un amplificatore naturale: contro Bruxelles, l’immigrazione, le minoranze, la presunta decadenza liberale dell’Occidente. Voice of Europe è stata sanzionata dall’Unione Europea come strumento di manipolazione russa. In Italia la Lega firmò nel 2017 un accordo con Russia Unita, archiviato solo nel 2024. Non a caso Salvini oggi esulta per l’AfD.

Mosca non ha inventato l’estrema destra europea, ma ha capito che poteva usarne nazionalismo, rancore e ostilità verso l’Unione per indebolire l’Europa dall’interno.

Poi c’è il fallimento dei partiti democratici tradizionali. Cdu e Spd, per decenni colonne della Repubblica federale, non riescono più a offrire un progetto riconoscibile di società. Merz ne è diventato il simbolo: economia stagnante, riforme rinviate, conflitti nella coalizione, consenso in caduta. In Sassonia-Anhalt l’87% degli elettori si dichiara insoddisfatto del governo federale.

Anche qui il precedente di Weimar inquieta. I partiti democratici furono schiacciati dalla crisi senza proporre un’alternativa. La Spd tollerò il governo Brüning e la sua politica deflazionistica, finendo per apparire parte di un sistema incapace di reagire.

La crisi della sinistra completa il disastro. Per decenni socialdemocrazia e sinistra hanno rappresentato salariati e ceti popolari. Oggi una parte crescente di quel mondo le considera parte dell’arredamento del potere. La Spd ha governato e amministrato l’esistente spiegando che non c’erano alternative. La questione sociale non è scomparsa: è stata abbandonata.

Industriepark Infraleuna, Sassonia-Anhalt Foto Wolfgang Pehlemann CC BY-SA 3.0 DE

A completare il quadro ci sono i rossobruni del Bündnis Sahra Wagenknecht, il Bsw, entrati nel Landtag con il 5,2%. Nati da una scissione della sinistra, tengono insieme politiche sociali, nazionalismo, ostilità all’immigrazione e posizioni filorusse.

Qui il salto è politico prima ancora che elettorale. Non è più soltanto una parte dell’elettorato popolare che abbandona la sinistra per l’estrema destra: è una parte della sinistra stessa che, invece di contendere alla destra il terreno sociale, ne assume il linguaggio, ne legittima i “nemici” e finisce per costruirle un ponte.

A quel punto l’estrema destra compie l’operazione più facile: prende una rabbia reale e le assegna bersagli falsi. Non la rendita, la concentrazione della ricchezza o il potere economico, ma l’immigrato, il rifugiato, il musulmano, il diverso. Quando la sinistra smette di parlare di classe, qualcun altro comincia a parlare di razza, nazione e sangue.

Resta però una responsabilità individuale che nessuna sociologia può cancellare. I tedeschi che votarono Hitler nel 1932 e nel 1933 potevano ancora raccontarsi di non sapere dove avrebbe portato quella scelta. Quelli di oggi non hanno questa scusa, non possono sostenere di non sapere che cosa si sta votando. L’AfD della Sassonia-Anhalt ha messo nero su bianco il proprio progetto: espulsioni, separazione nelle scuole dei bambini rifugiati e disabili, attacco ai diritti Lgbt, restrizioni alle espressioni pubbliche dell’Islam, scuola più nazionalista e controllo del servizio pubblico radiotelevisivo. Non sono allusioni o interpretazioni degli avversari: è un programma politico. Il 43,8% lo ha votato sapendo che cosa conteneva.

Si può essere impoveriti e chiedere salari più alti, perdere sicurezza e pretendere più welfare, temere il futuro e organizzarsi contro chi concentra ricchezza e potere. Oppure si può scegliere di stare dalla parte di chi indica come nemico qualcuno più debole. La povertà non rende inevitabile l’antisemitismo, la precarietà non obbliga a odiare gli immigrati. A un certo punto si entra nella cabina elettorale e si sceglie.

Ai democratici non basta dire che l’AfD è pericolosa. Devono offrire un’alternativa materiale. In piena crisi serve una politica keynesiana senza complessi: deficit pubblico per investimenti produttivi e sociali, non tagli. Quello che accade in Germania anticipa quanto può accadere, e in parte è già accaduto, nel resto d’Europa, Italia compresa.

L’Europa cresce poco. La Commissione prevede per il 2026 appena l’1,1% nell’Unione e lo 0,9% nell’eurozona. L’Italia è messa peggio: crescita attesa allo 0,5%, consumi frenati dalla perdita di potere d’acquisto e debito in aumento. È un continente che invoca disciplina di bilancio proprio mentre avrebbe bisogno di investimenti e servizi pubblici.

Lo Stato deve spendere proprio quando famiglie e imprese smettono di farlo: case accessibili, ferrovie, scuole, ospedali, energia, riconversione industriale, sostegno alle imprese che investono e mantengono occupazione. Servono anche salari più alti, contrattazione più forte, trasferimenti ai redditi bassi, più tasse su grandi patrimoni e rendite e meno sul lavoro.

Se non cambia nulla, l’estrema destra continuerà ad avanzare e soprattutto a normalizzarsi. Le sue parole entreranno nei programmi degli altri, i suoi bersagli diventeranno legittimi, le sue idee smetteranno di scandalizzare. Il fascismo non arriva sempre tutto insieme: arriva per assuefazione. E il 43,8% dei neonazisti in Sassonia-Anhalt non è un punto d’arrivo: è il prequel che parla a tutto il continente.

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