Germania al bivio: Merz cade, l’estrema destra esulta

La storia non si ripete, ma sa essere spietatamente ironica. Il 6 maggio 2025, per la prima volta dal dopoguerra, un candidato cancelliere designato viene bocciato dal Bundestag. Friedrich Merz, leader della CDU, esce clamorosamente sconfitto al primo scrutinio nonostante una Große Koalition numericamente blindata.

È un tonfo fragoroso, e non solo per i numeri: è il fallimento politico di un’intera strategia di normalizzazione dell’estrema destra.

Merz ha costruito la sua candidatura come alternativa alla coalizione “semaforo” a guida socialdemocratica, promettendo di riportare stabilità e rigore. Ma ha anche aperto — più o meno esplicitamente — canali di comunicazione con l’elettorato dell’AfD, lasciando intendere che alcune delle paure e delle parole d’ordine dell’estrema destra potessero essere legittimate, reinterpretate, perfino accolte nella narrazione democratica.

La realtà lo ha travolto: 18 franchi tiratori lo hanno affondato, e con lui l’illusione che basti avvicinarsi ai neonazionalisti per svuotarli. Chi flirta con i mostri rischia sempre di restare contaminato.

È un momento paradossale: mentre i servizi segreti interni classificano ufficialmente l’AfD come una “organizzazione estremista di destra” — accusata di violazioni sistematiche dei principi costituzionali, di razzismo strutturale, di visioni apertamente etniche della società — il partito è primo nei sondaggi nazionali.

Friedrich Merz (CDU-Parteivorsitzender) “Friedrich Merz 2024” by Steffen Prößdorf is licensed under CC BY-SA 4.0.

E se oggi si tornasse alle urne, la Germania si ritroverebbe per la prima volta dal 1945 con un partito dichiaratamente neofascista a guida del Paese o comunque decisivo nella formazione di un governo.

In questo contesto, non è più così inverosimile pensare che la caduta di Merz sia stata voluta, e non subita. Che tra i franchi tiratori si nasconda chi ha tutto l’interesse a spingere verso nuove elezioni, certo che il caos favorisca proprio l’AfD. Se così fosse, la vicenda odierna segnerebbe un tornante oscuro: non più solo instabilità parlamentare, ma un sabotaggio interno della democrazia in nome del potere.

Sotto i riflettori c’è Merz, simbolo tragico della destra moderata europea che si illude di contenere l’estrema destra giocando sul suo stesso campo. Ha tentato di svuotare l’AfD rincorrendone l’agenda: sulla sicurezza, sull’immigrazione, sulla retorica identitaria. Ma così facendo ha finito per legittimarla e rafforzarla. La sua disfatta è la disfatta di chi crede di poter usare il veleno senza restarne contaminato.

Il fantasma che aleggia sul Bundestag non è solo quello del disordine politico, ma quello della Repubblica di Weimar: il crollo dei partiti tradizionali, l’incapacità di costruire maggioranze coese, l’ascesa impetuosa di un fronte radicale e anti-sistema che si nutre proprio della debolezza degli altri. Oggi come allora, la democrazia è minacciata non da un golpe, ma da una sequenza di scelte deboli, tattiche, miopi. E dalla fiducia ingenua che basti la legge per difendere la libertà.

Bjoern Hoecke, capo dell’AfD in Turingia mentre fa il saluto nazista.