Due naufragi, decine di morti, inghiottiti dal Mediterraneo

Due naufragi in pochi giorni, due rotte diverse, lo stesso Mediterraneo che continua a inghiottire vite e a restituire solo brandelli di verità. Da una parte c’è l’imbarcazione partita sabato 28 marzo da Sfax, in Tunisia, con circa 56 persone a bordo: secondo Alarm Phone, i superstiti parlano di 16 soccorsi e riportati in Tunisia, 19 corpi recuperati e una ventina di dispersi, ma sul bilancio finale manca ancora una conferma ufficiale delle autorità tunisine.

Poi c’è il gommone partito da Tobruk, in Libia, rimasto alla deriva per sei giorni e soccorso al largo di Creta: in quel caso i superstiti hanno riferito di almeno 22 morti, con 26 persone salvate da un’unità di Frontex, secondo quanto riportato dalla guardia costiera greca.

Messi insieme, i due episodi raccontano più di quanto dicano presi singolarmente. Il primo mostra quanto sia diventato difficile perfino ricostruire con precisione un naufragio sulla rotta Tunisia-Italia: prima l’allarme dei familiari, poi le segnalazioni di Alarm Phone, poi il racconto dei superstiti, mentre le conferme ufficiali tardano o non arrivano affatto.

Il secondo restituisce invece l’immagine brutale di una traversata trasformata in supplizio, con i corpi dei morti gettati in mare durante sei giorni senza cibo e acqua, in un tratto di Mediterraneo che collega ormai stabilmente la Libia alla Grecia.

Non si tratta di eccezioni. A metà marzo, un’inchiesta dell’Associated Press ha documentato come nel Mediterraneo si stiano moltiplicando i cosiddetti “naufragi invisibili”: barche scomparse, casi ricostruiti con giorni o settimane di ritardo, informazioni sempre più scarse da parte delle autorità responsabili di ricerca e soccorso.

Secondo i dati richiamati da AP sulla base dell’OIM, al 16 marzo 2026 erano già 682 i morti o dispersi confermati nel Mediterraneo, il peggior inizio d’anno mai registrato sulla rotta. E il dato reale, spiegava l’agenzia, è con ogni probabilità ancora più alto.

Foto Irish Defence Forces CC BY 2.0

È dentro questa opacità che i due naufragi di questi giorni acquistano un significato politico più pesante. Quello partito da Sfax è avvenuto in un contesto di maltempo segnalato dai familiari e da Alarm Phone, ma ancora oggi la sua dinamica resta affidata soprattutto alle testimonianze dei superstiti.

Quello finito al largo di Creta è più ricostruibile, ma dice la stessa cosa: le rotte cambiano, dalla Tunisia verso l’Italia o dalla Libia verso la Grecia, ma il Mediterraneo continua a funzionare come una frontiera in cui si muore molto e si sa sempre troppo poco.

Anche per questo i due casi non andrebbero letti come tragedie separate. Sono due facce dello stesso meccanismo. Da Sfax a Tobruk, il traffico di esseri umani continua a prosperare su imbarcazioni precarie, partenze nel maltempo e viaggi affidati al caso.

Le istituzioni europee e i Paesi rivieraschi continuano a gestire il Mediterraneo più come spazio di contenimento che come area di soccorso trasparente e verificabile. Il risultato è che le persone scompaiono due volte: prima in mare, poi nei ritardi, nei silenzi e nei buchi informativi che rendono sempre più difficile perfino contarle.

A rendere il quadro ancora più grave c’è il fatto che la rotta centrale non è affatto marginale o residuale. Il portale UNHCR continua a pubblicare aggiornamenti settimanali sugli arrivi via mare in Italia, a conferma che il Mediterraneo centrale resta uno dei principali varchi verso l’Europa, mentre i dati complessivi per il 2025 indicano ancora migliaia di morti e dispersi lungo le diverse rotte del Mediterraneo.

Il naufragio di Sfax e quello di Creta, allora, non raccontano soltanto due traversate finite in tragedia. Raccontano un sistema di frontiera che ha normalizzato sia la morte sia l’incertezza. E in fondo è proprio questa la cifra più feroce del Mediterraneo di oggi: non solo si continua a morire, ma si muore in un mare dove spesso non si riesce più neppure a ricostruire subito chi, quanti e come.

Foto Noomen9 CC BY-SA 4.0