Gli ultimi agenti kenioti hanno lasciato Haiti. Con la partenza del contingente finale della Multinational Security Support Mission, la missione multinazionale di supporto alla sicurezza guidata dal Kenya, si chiude una fase che avrebbe dovuto aiutare le autorità haitiane a riprendere il controllo di Port-au-Prince e delle infrastrutture strategiche finite sotto la pressione delle bande armate.
La missione, autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ma non configurata come operazione Onu di peacekeeping, era iniziata nel 2024 con ambizioni molto più alte dei risultati ottenuti.
Il ritiro keniota non coincide con la fine dell’intervento internazionale ad Haiti. La MSS viene infatti sostituita dalla Gang Suppression Force, una nuova forza internazionale autorizzata dal Consiglio di Sicurezza nel 2025 e pensata come dispositivo più ampio, più robusto e più militarizzato. Ma la conclusione della missione keniota impone un bilancio. E quel bilancio è difficile da presentare come un successo.
La promessa era chiara: sostenere la Polizia nazionale haitiana, contenere l’espansione delle gang, garantire la sicurezza delle principali infrastrutture, riaprire spazi di controllo statale nella capitale.
In parte, le autorità keniote hanno rivendicato alcuni risultati: il contributo alla sicurezza dell’aeroporto, del porto, dei corridoi di trasporto e di aree precedentemente inaccessibili.
Ma il quadro generale racconta altro. Il contingente finale di 150 agenti è partito il 28 aprile, chiudendo una missione durata circa diciotto mesi e già indirizzata verso la transizione alla nuova GSF.
Il problema non è solo che la MSS non sia riuscita a sconfiggere le bande. Il punto è che non è mai stata messa nelle condizioni politiche, operative e finanziarie per farlo.
La forza guidata dal Kenya avrebbe dovuto raggiungere una dimensione ben più consistente, ma è rimasta molto al di sotto degli obiettivi. La missione precedente oscillava attorno ai mille uomini, rispetto ai 2.500 previsti, ed era segnata da insufficienza di fondi, personale e mezzi.
Il Kenya aveva assunto il ruolo guida in una crisi che molti altri Paesi avevano preferito osservare da lontano. Ma la disponibilità politica di Nairobi non ha compensato la fragilità strutturale dell’operazione. Mancavano uomini, equipaggiamenti, capacità di intelligence, sostegno finanziario e una catena di responsabilità sufficientemente solida.
In un Paese dove le gang controllano interi quartieri, assi stradali, accessi economici e porzioni cruciali della capitale, una missione debole non poteva che trasformarsi in un segnale: la comunità internazionale c’era, ma non abbastanza.
Intanto Haiti continuava a precipitare. Secondo l’Ufficio dell’Alto commissario Onu per i diritti umani, tra il 1° marzo 2025 e il 15 gennaio 2026 almeno 5.519 persone sono state uccise e 2.608 ferite. La violenza non è riconducibile solo alle gang: il rapporto Onu attribuisce vittime anche alle operazioni delle forze di sicurezza e alle azioni dei gruppi di autodifesa.
Ma il dato politico resta devastante: durante la presenza internazionale, la crisi non si è ridotta, si è estesa. Le bande hanno ampliato il loro raggio d’azione oltre Port-au-Prince, verso Artibonite e Centre, consolidando corridoi strategici e rotte utili alla loro tenuta economica e militare.
La violenza haitiana non è solo guerra urbana. È dominio territoriale, estorsione, rapimento, controllo dei movimenti, distruzione di proprietà pubbliche e private, attacchi contro chi viene percepito come vicino alla polizia o ostile all’autorità delle gang.
L’Onu descrive vittime giustiziate, corpi bruciati, processi sommari organizzati dalle bande, persone trattenute arbitrariamente e costrette a pagare per essere rilasciate.
Dentro questa crisi, la violenza sessuale è diventata uno strumento di controllo. Tra marzo e dicembre 2025, secondo l’OHCHR, almeno 1.571 donne e ragazze sono state vittime di violenze sessuali, in larga parte stupri di gruppo. Altre, comprese minori, sono state costrette a rapporti di sfruttamento prolungato con membri delle gang.
È in questo contesto che si inserisce una delle ombre più pesanti sulla missione internazionale: le accuse di violenza sessuale rivolte a membri della MSS. Human Rights Watch ha richiamato un rapporto Onu secondo cui componenti della forza multinazionale autorizzata dalle Nazioni Unite sarebbero responsabili di quattro casi di violenza sessuale, compreso lo stupro di una dodicenne e di due sedicenni. Le autorità keniote hanno contestato le accuse o sostenuto che le verifiche interne non abbiano confermato gli addebiti, ma il nodo resta l’indipendenza delle indagini.

Qui emerge un problema decisivo. La MSS era autorizzata dalle Nazioni Unite, ma non era una forza Onu. Per questo, l’Ufficio Onu per i servizi di supervisione interna, che normalmente interviene sulle missioni di peacekeeping, non è stato coinvolto.
Human Rights Watch ha chiesto che le accuse vengano indagate da un meccanismo indipendente dalla catena di comando, con garanzie per le vittime, traduzione pubblica degli esiti in creolo haitiano e francese, accesso alla giustizia e riparazioni.
Questo punto è essenziale per giudicare il fallimento della missione. Una forza internazionale inviata per proteggere una popolazione già colpita da violenze sistematiche non può aggiungere nuove zone d’ombra. Anche quando le responsabilità individuali devono essere provate caso per caso, la credibilità politica di un intervento dipende dalla trasparenza, dall’indipendenza delle verifiche e dalla capacità di non riprodurre impunità.
La nuova Gang Suppression Force nasce proprio sulle macerie della MSS. Dovrebbe essere più ampia, con un obiettivo di 5.500 militari e agenti, e con un mandato più incisivo, compreso il potere di arrestare membri delle gang.
Secondo Associated Press, le promesse di contributo avrebbero già superato l’obiettivo numerico, con truppe ciadiane già dispiegate a Port-au-Prince e un completamento progressivo previsto tra l’autunno e la fine dell’anno. Sono stati promessi oltre 200 milioni di dollari da tredici membri del Consiglio di Sicurezza, anche se solo una parte risulta già effettivamente erogata.
La GSF collaborerà con la Polizia nazionale haitiana e dovrà stabilire procedure operative, detenzioni e modalità di intervento. Le aspettative sono alte, ma proprio qui si apre il rischio più evidente: che la nuova missione venga presentata come svolta prima ancora di dimostrare di esserlo.
Haiti ha già conosciuto molte promesse internazionali. Ogni nuova forza arriva con il linguaggio della stabilizzazione, della sicurezza e del ritorno dello Stato. Ma il problema haitiano non è mai soltanto militare.
Le gang hanno approfittato del collasso istituzionale, dell’impunità, della debolezza della giustizia, del traffico di armi, della povertà estrema e della disgregazione dello Stato. Dal 2021, dopo l’assassinio del presidente Jovenel Moïse, Haiti non ha più un presidente eletto.
La crisi politica ha aperto spazi enormi ai gruppi armati, che oggi controllano larga parte della capitale e hanno esteso le loro attività anche fuori da Port-au-Prince. Secondo AP, la polizia ritiene che le gang controllino oltre il 70% della capitale; la violenza ha provocato più di 1,45 milioni di sfollati, oltre metà dei quali bambini.
Davanti a questi numeri, parlare solo di “ordine pubblico” è insufficiente. Certo, senza sicurezza non ci saranno elezioni credibili, riapertura stabile delle scuole, funzionamento degli ospedali, libertà di movimento, ritorno delle famiglie nei quartieri occupati.
Ma senza istituzioni, giustizia, servizi, controllo delle armi e responsabilità degli apparati di sicurezza, anche la nuova forza rischia di essere solo un dispositivo temporaneo dentro una crisi permanente.
Il fallimento della MSS non sta soltanto nei suoi risultati limitati. Sta nella sproporzione tra la missione e il problema. Una forza sottofinanziata, sotto organico, politicamente fragile e opaca nelle responsabilità non poteva ricostruire ciò che Haiti ha perso: il monopolio pubblico della sicurezza, la fiducia nelle istituzioni, la protezione dei civili, la possibilità stessa di vivere senza dipendere dalla geografia del potere armato.
La GSF potrà forse ottenere risultati tattici migliori. Potrà riconquistare alcune aree, sostenere operazioni della polizia, proteggere infrastrutture e rendere meno agevole il controllo delle gang su alcuni corridoi. Ma se sarà solo una missione più grande, non necessariamente sarà una missione più giusta o più efficace.
Il rischio è che la comunità internazionale ripeta lo stesso schema: arrivare tardi, intervenire con strumenti prevalentemente securitari, annunciare una svolta, poi scoprire che le bande non sono un corpo estraneo da espellere, ma l’effetto di anni di vuoto politico, disuguaglianza, corruzione, traffici e abbandono.
La partenza degli ultimi agenti kenioti non chiude la crisi haitiana. Chiude una missione che avrebbe dovuto segnare l’inizio della riconquista dello Stato e che invece lascia dietro di sé un Paese ancora ostaggio delle bande, una popolazione stremata, accuse gravi da chiarire e una nuova forza internazionale già caricata di aspettative enormi.
Il fallimento, dunque, non riguarda soltanto il Kenya. Riguarda l’intero modello di intervento: troppo debole per fermare le gang, troppo opaco per garantire piena responsabilità, troppo militare per affrontare da solo una crisi politica, sociale e istituzionale. Haiti non ha bisogno solo di più uomini armati. Ha bisogno di uno Stato che torni a proteggere i suoi cittadini. E, finora, la missione internazionale non è riuscita a costruire le condizioni perché questo accada.



