Caporalato e affitti in nero: il doppio sfruttamento

Non c’è solo il lavoro sfruttato nei campi. Dietro il caporalato, in Italia, si nasconde spesso un secondo livello di illegalità: quello dell’accesso all’abitazione. Un sistema parallelo fatto di affitti in nero, baracche, appartamenti sovraffollati e canoni imposti, che lega ancora di più i lavoratori, in particolare e soprattutto i lavoratori agricoli migranti, a chi li sfrutta.

È una relazione meno visibile rispetto alle giornate nei campi o ai salari da pochi euro l’ora. Ma, secondo sindacati e inchieste, è proprio qui che il meccanismo si chiude: lavoro e alloggio diventano così un unico pacchetto che chiude il cerchio dello sfruttamento.

Il caporale non si limita a trovare braccia. In molti casi organizza il trasporto, decide chi lavora e, soprattutto, dove vive. L’alloggio, quasi sempre fatiscente e, ovviamente, senza contratto, non è una scelta libera: è una condizione per accedere al lavoro, così come l’offerta illegale di lavoro si lega all’accesso all’abitazione.

Secondo i rapporti della Flai-Cgil, una quota rilevante dei braccianti sfruttati è costretta a pagare per dormire in strutture informali. Il pagamento avviene sempre in contanti, senza registrazione, oppure viene trattenuto direttamente dalla paga: una paga da schiavismo che viene così ulteriormente decurtata e diventa, per il caporalato, un’ulteriore forma di introito.

Il risultato è un doppio vincolo: chi perde il lavoro perde anche il tetto.

Si tratta di un fenomeno diffuso. Le stime parlano di oltre 200mila lavoratori coinvolti in forme di sfruttamento grave in agricoltura. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali segnala da anni un alto tasso di irregolarità nel settore, con migliaia di lavoratori completamente in nero.

Non esistono cifre ufficiali sugli affitti illegali legati al caporalato. I dati ufficiali del Ministero dell’Economia parlano di un’evasione complessiva sulle locazioni che, nel solo 2022, ultimo dato fornito, era pari a 845 milioni: probabilmente un dato per difetto.

In agricoltura, le indagini sul campo raccontano una realtà consolidata: dove c’è lavoro nero diffuso, cresce anche un mercato abitativo parallelo. Alcuni esempi.

A Foggia, nella Capitanata, il fenomeno è visibile nei cosiddetti ghetti: insediamenti di fortuna dove centinaia di braccianti vivono senza servizi essenziali. Qui l’accesso alla casa è spesso mediato dagli stessi circuiti che organizzano il lavoro.

A Rosarno, dopo le rivolte del 2010, le inchieste hanno documentato condizioni simili: casolari abbandonati, pagamenti informali, dipendenza totale dai datori di lavoro.

Nell’Agro pontino, tra Latina e dintorni, il sistema è meno visibile ma altrettanto radicato: appartamenti affollati, affitti in nero, comunità di lavoratori stranieri, in questo caso in particolare indiani, inseriti e fatti diventare parte di un circuito chiuso tra lavoro e abitazione.

Il legame tra caporalato e affitti in nero non è casuale. Risponde a una logica precisa.

Controllare la casa significa controllare il lavoratore. Chi dipende dallo stesso intermediario per lavorare e dormire ha meno possibilità di sottrarsi o denunciare. Inoltre, l’affitto riduce ulteriormente un salario già basso: una parte dei pochi euro guadagnati torna indietro allo sfruttatore.

Infine, l’assenza di contratti permette di ospitare persone senza tutele, alimentando un sistema che resta invisibile alle statistiche ufficiali.

Sebbene l’agricoltura sia il caso più evidente, dinamiche simili emergono anche in altri settori: edilizia, logistica, lavoro domestico. Nelle grandi città, lo sfruttamento può passare da stanze condivise, subaffitti irregolari, sistemazioni precarie, finti comodati d’uso offerti insieme al lavoro.

Caporalato e affitti in nero raramente vengono affrontati insieme nel dibattito pubblico. Eppure, secondo osservatori e ricercatori, fanno parte dello stesso meccanismo.

Il lavoro irregolare crea vulnerabilità. La vulnerabilità alimenta il bisogno di una casa a qualsiasi costo. E quella casa, spesso, diventa un tassello strutturale dello sfruttamento.

Senza intervenire su entrambe le dimensioni, lavoro e abitazione, il rischio è che il sistema continui a rigenerarsi, invisibile ma profondamente radicato.

Questo contesto richiama la necessità di politiche abitative che si basino su un’offerta di alloggi sociali intrecciata con una filiera lavorativa, in particolare agricola, ma non solo, di qualità, sia rispetto al lavoro sia rispetto a un’abitazione adeguata.

Anche questo porta, così come in altri ambiti, a una correlazione tra diritto al lavoro e diritto all’abitare, che andrebbe affrontata seriamente. Ma il Governo non pensa affatto a intervenire per stroncare le forme di caporalato con controlli sempre più stringenti e con un’offerta di alloggi pubblici.

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Massimo Pasquini
Massimo Pasquini
Massimo Pasquini è stato a lungo segretario Nazionale dell'Unione Inquilini