La notizia di poco fa è che il Tribunale di Catania ha sospeso (in via cautelare) il fermo amministrativo di 15 giorni e la relativa multa imposti alla Sea-Watch 5, provvedimento emanato dalla Prefettura dopo un’operazione di soccorso nel Mediterraneo centrale. La Ong ha annunciato la decisione sui social: “Presto torneremo nel Mediterraneo centrale”.
Perché Sea-Watch 5 era stata fermata
Il fermo nasce da un salvataggio di 18 persone, tra cui due bambini, avvenuto il 25 gennaio, con assegnazione di Catania come porto sicuro. Sea-Watch sostiene che l’intervento sia avvenuto in acque internazionali nella zona SAR libica e che la sanzione era stata comminata perché la nave non avrebbe comunicato alle autorità libiche le coordinate/posizioni dell’operazione di soccorso: una scelta, rivendicata dalla Ong, per le “continue violazioni dei diritti umani”.
Il Tribunale ha sospeso l’efficacia dell’ordinanza e ha fissato l’udienza per il contraddittorio al 2 marzo 2026 (ore 13:30) davanti alla prima sezione civile. Tradotto: Sea-Watch 5 torna operativa subito, mentre la legittimità del fermo verrà discussa tra poche settimane.
Il precedente: Sea-Watch 3 e lo Stato condannato a pagare
Questa sospensione non arriva nel vuoto. Proprio in queste ore un altro tribunale – Palermo – ha scritto un precedente pesantissimo: ha stabilito che governo e Prefettura di Agrigento debbano risarcire Sea-Watch con oltre 76 mila euro, più spese legali, per i danni legati al fermo della Sea-Watch 3 nel 2019, dopo il caso Carola Rackete e lo sbarco a Lampedusa.
Il punto giuridico richiamato nella ricostruzione della sentenza è, per lo Stato, imbarazzante: l’opposizione presentata dalla Ong al Prefetto sarebbe rimasta senza risposta e ciò – secondo il Tribunale – avrebbe dovuto produrre l’effetto del “silenzio assenso/accoglimento”, facendo cessare automaticamente il fermo. Non è accaduto, e la nave è rimasta bloccata per mesi: da qui il risarcimento.

La reazione del governo Meloni: la polemica come linea politica
Ed è qui che si innesta la parte più politica – e più grave – della vicenda: invece di limitarsi a contestare nel merito (e nelle sedi previste) una decisione giudiziaria, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rilanciato sui social un attacco frontale alla magistratura, sostenendo che certe sentenze finiscano per “premiare” chi viola i divieti e mettendo in discussione il ruolo stesso dei giudici. Sulla stessa linea il vicepremier Matteo Salvini, che ha definito la decisione “incredibile” e l’ha letta come un “premio”.
Il punto non è difendere Sea-Watch “a prescindere”: il punto è che un governo, soprattutto quando parla dal vertice delle istituzioni, ha il dovere di rispettare la separazione dei poteri. Si impugna una sentenza, si producono memorie, si sostiene una tesi in giudizio. Non si costruisce invece un racconto per cui, quando un tribunale smentisce l’azione amministrativa dello Stato, allora il problema diventano “i giudici”.
Non a caso, il presidente del Tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, è intervenuto per ricordare un principio elementare: “denigrare” i giudici per provvedimenti non graditi non è diritto di critica (soprattutto quando le motivazioni vengono attaccate prima ancora di essere comprese).
Due casi, un’unica strategia: bloccare le Ong, criminalizzare chi salva vite
Sea-Watch 5 e Sea-Watch 3, lette insieme, descrivono una strategia che il governo Meloni persegue da tempo: limitare le operazioni di soccorso attraverso fermi, sanzioni e ostacoli amministrativi. Ma quando i tribunali intervengono – sospendendo o smentendo quei provvedimenti – la risposta politica diventa spesso un’altra: spostare il conflitto dall’amministrazione al “nemico interno”, la magistratura.
È una scorciatoia comunicativa utile per compattare la base e alimentare l’idea di un’Italia “assediata” (dalle Ong, dai migranti, dai giudici). Ma è anche una scorciatoia pericolosa: perché normalizza l’idea che la legalità valga solo quando conferma l’azione del governo, e diventi “politicizzata” quando la contraddice.
Il risultato concreto, intanto, è sotto gli occhi: le navi vengono fermate, i soccorsi rallentati, i contenziosi si moltiplicano e, quando lo Stato perde, paga anche economicamente. Ma a pagare davvero – in mare – sono soprattutto le persone in pericolo, trasformate in pedine di una guerra politica che ha bisogno di bersagli, non di soluzioni.



