La storia che vi raccontiamo richiede un piccolo sforzo di attenzione da parte del lettore. Perché mostra una complessità e delle contraddizioni che hanno entrambe dignità. Non è una di quelle vicende in cui basta scegliere da che parte stare e il resto si sistema da solo. Qui ci sono pescatori che protestano contro nuove aree protette e contro l’estensione dei vincoli sul mare. E c’è un mare, il Mediterraneo, che continua a essere ecologicamente sotto pressione. Se si guarda solo una metà del quadro, si sbaglia.
La protesta, in sé, è chiara. Confcooperative-Fedagripesca dice che le Aree marine protette non devono trasformarsi in “isole del divieto” e che, nel Mediterraneo italiano, la pesca professionale è stretta dentro un mosaico sempre più fitto di limitazioni: aree protette, zone di tutela biologica, aree a pesca regolamentata, cavi, metanodotti, servitù militari, progetti di eolico offshore. Il loro argomento è semplice: se continui a sottrarre spazio al lavoro in mare, a un certo punto la pesca non ha più dove stare.
Detta così, la posizione dei pescatori non è assurda. Non stanno dicendo soltanto: lasciateci fare quello che vogliamo. Stanno dicendo qualcosa di più preciso: il mare non è più solo mare. È uno spazio in cui si accumulano usi, divieti, infrastrutture, interessi energetici, regole ambientali, corridoi tecnici e limitazioni di varia natura. E il costo di questa compressione, almeno per primi, lo pagano quelli che in mare lavorano ogni giorno.
Ma fermarsi qui sarebbe sbagliato. Perché il mare non viene protetto per capriccio ideologico. Viene protetto perché ne ha bisogno. Il rapporto 2025 della GFCM-FAO dice che il 52% degli stock del Mediterraneo e del Mar Nero è ancora sovrasfruttato, nonostante un miglioramento rispetto agli anni passati. Questo significa che il problema ecologico è reale: senza limiti, senza tutela degli habitat, senza aree in cui nursery, praterie e fondali possano rigenerarsi, la pesca non si salva. Semplicemente si consuma.
Qui sta il punto che vale la pena dire con chiarezza: i pescatori hanno torto se pensano che meno tutela salverà la pesca, ma colgono un problema reale quando denunciano una tutela costruita come somma di divieti senza governo del conflitto sociale.
Da una parte c’è una verità ecologica che non si lascia aggirare: il Mediterraneo è uno dei mari più stressati del pianeta, e le aree protette o le zone di restrizione servono a difendere habitat essenziali, riproduzione delle specie e ricostituzione degli stock. La stessa GFCM spiega che le Fisheries Restricted Areas servono a proteggere ecosistemi vulnerabili e zone cruciali per il ciclo vitale delle specie pescate.
Dall’altra parte c’è una verità sociale che spesso viene rimossa: chi vive di piccola pesca artigianale sperimenta queste misure come una sottrazione immediata di reddito, spazio e margine operativo. I benefici ecologici, quando arrivano, arrivano nel tempo. I costi, invece, arrivano subito. E arrivano sempre sugli stessi.

È qui che il conflitto smette di essere uno scontro banale tra “ambientalisti buoni” e “pescatori cattivi”, o viceversa. Perché la domanda vera è un’altra: chi paga il costo della sostenibilità? Chi assorbe l’impatto di una transizione ecologica che tutti dichiarano necessaria, ma che molto spesso viene costruita come accumulo di limiti senza sufficiente co-gestione, senza compensazioni adeguate, senza vera partecipazione di chi sul mare lavora?
La stessa protesta di Fedagripesca insiste proprio su questo: non rifiuta in assoluto la tutela di habitat di pregio o la necessità di conservazione, ma contesta un modello in cui i pescatori vengono chiamati a subire le regole più che a costruirle. Chiede cioè di passare dal divieto puro alla co-gestione.
E questa non è una richiesta campata in aria. Una parte consistente della letteratura e delle politiche internazionali sulla pesca sostiene che le aree protette funzionano meglio quando hanno gestione reale, controllo effettivo, coinvolgimento degli attori locali e integrazione con la piccola pesca sostenibile. Anche in ambito FAO-GFCM la co-gestione è considerata uno strumento importante per far convivere tutela ecologica e tenuta delle comunità costiere.
Il punto, allora, non è scegliere se stare col mare o coi pescatori. Il punto è capire che, se il mare non si tutela, i pescatori perdono il futuro; ma se la tutela viene costruita male, senza governo del conflitto e senza distribuzione equa dei costi, i pescatori perdono il presente. E quando il presente si fa insostenibile, la tutela stessa diventa socialmente fragile.
Per questo il dibattito sulle aree protette non può essere ridotto né alla retorica della conservazione senza uomini né alla rivendicazione per cui ogni vincolo sarebbe un attentato al lavoro. Le Aree marine protette non uccidono la pesca. Ma una tutela pensata come mappa di divieti, senza pescatori dentro la governance, rischia di produrre rigetto, ostilità e fallimento.
La contraddizione, alla fine, è tutta qui. I pescatori protestano contro strumenti che servono anche a salvare il mare da cui vivono. Eppure segnalano una falla reale: la sostenibilità, quando viene amministrata dall’alto come sottrazione di spazio e di reddito, viene percepita come una minaccia e non come un orizzonte comune.
Meno tutela non salverà la pesca. Ma una tutela imposta male rischia di perdere insieme i pescatori e il mare.



