La grazia a Minetti e gli sciacalli contro Mattarella

La vicenda della grazia concessa a Nicole Minetti è grave. Gravissima. Ma proprio per questo andrebbe trattata con serietà, non trasformata nell’ennesimo teatrino in cui ciascuno prova a usare il Quirinale come bersaglio, scudo o trampolino per la propria propaganda.

Il punto da cui partire è semplice: Sergio Mattarella non è un investigatore privato, non è un pubblico ministero, non è un funzionario dell’anagrafe uruguaiana e non è il responsabile dell’istruttoria documentale sulla domanda di grazia. Il Presidente della Repubblica esercita un potere costituzionale, quello previsto dall’articolo 87 della Costituzione, ma lo fa sulla base di un procedimento che passa attraverso valutazioni, pareri, atti e verifiche di altri uffici dello Stato.

Chi oggi finge di non saperlo sta mentendo oppure non conosce le istituzioni. In entrambi i casi, farebbe meglio a tacere.

La grazia è un atto del Capo dello Stato, certo. Nessuno lo nega. Ma non nasce dal nulla, non viene decisa leggendo un biglietto infilato sotto la porta del Quirinale, non si fonda sull’umore personale del Presidente. C’è un’istruttoria. Ci sono atti. Ci sono pareri. C’è il ministero della Giustizia. Ci sono gli uffici competenti. C’è una catena istituzionale che dovrebbe verificare, controllare, pesare, distinguere il vero dal falso, il fondato dal costruito, il meritevole dal manipolatorio.

Se dunque quella grazia è stata ottenuta sulla base di rappresentazioni false, incomplete o artificiose, il primo dato politico e morale è uno: qualcuno avrebbe orchestrato una schifezza ai danni dello Stato e, in ultima istanza, ai danni dello stesso Mattarella. Non “Mattarella complice”, non “Mattarella smascherato”, non “Mattarella beccato”. Mattarella eventualmente ingannato da un fascicolo passato attraverso canali istituzionali che avrebbero dovuto garantire solidità, correttezza e verità.

Questa è la differenza tra ragionare e fare sciacallaggio.

L’inchiesta del Fatto Quotidiano, sul piano giornalistico, è stata importante. Se ha portato alla richiesta di chiarimenti del Quirinale, alle verifiche del ministero e agli accertamenti della Procura generale, significa che ha toccato un punto reale. E meno male che esistono ancora giornali che fanno domande, cercano documenti, aprono contraddizioni, costringono il potere a rispondere.

Questo è giornalismo. Ed è necessario.

Ma il giornalismo non è lo Stato. Non è un tribunale. Non è una corte d’appello morale permanente presieduta da Marco Travaglio in collegamento video. Il compito di un giornale è indagare, pubblicare, denunciare, incalzare. Non emettere sentenze, non sostituirsi ai magistrati, non trasformare un’inchiesta in un processo sommario con condanna già scritta e imputato scelto per convenienza politica.

Per fortuna, almeno formalmente, le sentenze vengono ancora pronunciate dai tribunali. Non dagli editoriali del Fatto. Non dai monologhi televisivi. Non dal sarcasmo rancoroso di chi da anni vive il rapporto con Mattarella come una ferita narcisistica mai rimarginata.

Perché qui il problema è anche questo. Travaglio non arriva a questa vicenda da osservatore neutrale. La sua storia personale e politica nei confronti di Mattarella è nota: dal 2018 in poi, il Presidente è stato spesso trattato come il simbolo di un potere da delegittimare quando non coincideva con le traiettorie politiche care al direttore del Fatto. Oggi la grazia a Minetti gli offre l’occasione perfetta: non solo raccontare una possibile opacità, cosa legittima e doverosa, ma insinuare che il Colle sia stato protagonista consapevole di chissà quale favore inconfessabile.

È qui che il giornalismo si sporca. Non quando indaga, ma quando gode della possibilità di colpire un bersaglio istituzionale già odiato.

E poi c’è Giorgia Meloni. Anche qui, nessuna sorpresa. La presidente del Consiglio prova a fare quello che fa spesso: spostare il peso dove conviene, difendere il suo ministro, evitare che Nordio resti politicamente schiacciato dalla vicenda e, se possibile, lasciare che l’ombra si allunghi altrove. Anche lei, rispetto a Mattarella, non ha una storia neutra. La destra italiana ha spesso sopportato il Quirinale come un limite, non come una garanzia. Lo rispetta quando serve, lo aggira quando può, lo usa quando conviene.

In questa vicenda Meloni svolge un ruolo speculare a quello di Travaglio. Travaglio attacca Mattarella per inchiodarlo alla grazia. Meloni lo lascia esposto per proteggere Nordio. Due traiettorie diverse, stesso risultato: il Colle trasformato in terreno di convenienza.

E invece no. Il punto va rovesciato.

Se davvero la grazia a Nicole Minetti è stata costruita su elementi falsi o manipolati, allora la vittima istituzionale della truffa è innanzitutto il Presidente della Repubblica. Perché è al Presidente che è stato portato un fascicolo. È al Presidente che è stata rappresentata una situazione. È al Presidente che lo Stato, nelle sue articolazioni tecniche e amministrative, avrebbe dovuto garantire che gli elementi fossero veri, completi, verificati.

La questione non è salvare Mattarella per devozione. La questione è difendere il corretto funzionamento delle istituzioni. E proprio per questo bisogna pretendere chiarezza brutale: chi ha verificato? Chi non ha verificato? Chi ha prodotto gli atti? Chi li ha ritenuti sufficienti? Chi ha espresso parere favorevole? Il ministero che cosa sapeva? La Procura generale che cosa aveva controllato? E se qualcosa era falso, chi lo ha introdotto nel procedimento?

Queste sono le domande serie. Il resto è fango.

È fango usare Minetti per regolare conti con Mattarella. È fango usare Mattarella per salvare Nordio. È fango trasformare una possibile frode documentale e istituzionale in un derby tra tifoserie. È fango fingere che il Presidente della Repubblica dovesse personalmente andare a verificare in Uruguay ogni passaggio di un’adozione o ogni elemento sanitario e familiare contenuto nella domanda di clemenza.

Chi sostiene una cosa del genere non difende la legalità. La ridicolizza.

Naturalmente, questo non significa che l’atto di grazia debba essere sottratto alla critica. Nessun atto pubblico è sacro. Nessuna istituzione è al riparo dalle domande. Ma criticare un atto non significa inventarsi una responsabilità personale diretta del Presidente nella costruzione del fascicolo. La differenza è elementare. Proprio per questo molti fingono di non capirla.

La grazia a Minetti, se fondata su presupposti alterati, sarebbe una vergogna. Ma una vergogna contro Mattarella, non di Mattarella. Sarebbe la prova di una falla gravissima negli apparati che istruiscono, controllano e trasmettono al Quirinale pratiche delicatissime. Sarebbe la dimostrazione che qualcuno ha pensato di poter usare la clemenza presidenziale come uscita di sicurezza personale, caricando sul Capo dello Stato il peso finale di un’operazione costruita altrove.

Per questo l’inchiesta giornalistica va difesa. E per questo lo sciacallaggio va respinto.

Il Fatto ha fatto bene a scavare. Travaglio fa malissimo a usare la pala per lanciare letame sul Colle prima che gli organi competenti abbiano accertato le responsabilità. Meloni fa malissimo a difendere Nordio senza pretendere subito una ricostruzione piena, pubblica, trasparente dell’iter. E tutti fanno malissimo quando trasformano una vicenda istituzionalmente delicata in una corrida.

La verità è che Mattarella, ancora una volta, si trova a dover difendere la dignità delle istituzioni anche dagli abusi di chi quelle istituzioni dovrebbe servirle. Se qualcuno ha truccato le carte, ha ingannato il Presidente. Se qualcuno non ha controllato, ha esposto il Presidente. Se qualcuno oggi specula, sta usando il Presidente.

E allora sì: si vada fino in fondo. Si verifichino gli atti. Si accerti se ci siano state falsità. Si individuino le responsabilità tecniche, politiche e professionali. Si dica chi ha sbagliato, chi ha mentito, chi ha omesso.

Ma si lasci fuori il linciaggio del Quirinale.

Perché il giornalismo serve a illuminare le zone d’ombra. Non a sostituirsi allo Stato. E la Repubblica italiana, per fortuna, non è ancora una rubrica del giornale di Travaglio.

Ministero della Giustizia Roma