Il Mediterraneo continua a riempirsi di cadaveri e l’unica vera notizia è che non è più una notizia. Domenica 14 settembre 2025 un barcone partito dalla Libia con settantacinque rifugiati sudanesi ha preso fuoco in mare: almeno cinquanta persone sono morte tra le fiamme e l’acqua, ventiquattro sono state portate a riva vive, ustionate e sotto shock. La tragedia è stata confermata solo due giorni dopo dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Ormai queste morti sono diventate come una pratica amministrativa.
Da gennaio a oggi, sulla sola rotta del Mediterraneo centrale sono state registrate 456 morti e 420 dispersi. Parliamo di quasi novecento vite umane spazzate via in otto mesi, e sappiamo che queste sono solo le vittime “ufficiali”, quelle di cui si è recuperato un corpo o raccolta una testimonianza. Alle cifre vanno aggiunti i naufragi fantasma, le barche che spariscono senza lasciare traccia se non un telefono satellitare muto. Nel frattempo 17.402 persone sono state intercettate e ricondotte in Libia, dove il destino è quello dei centri di detenzione noti per torture, estorsioni e stupri.
La dinamica di questa ennesima strage non sorprende: imbarcazioni vecchie, sovraccariche, carburante minimo, nessun sistema di sicurezza. Ma la vera notizia è l’assuefazione. Due settimane fa un altro naufragio nello Yemen ha ucciso almeno 68 migranti, e non ha fatto più di qualche breve sui giornali internazionali.

L’anno scorso, sempre secondo l’OIM, nel Mediterraneo sono morte o scomparse 2.452 persone: una media di sette al giorno. Nonostante questo, nessun paese europeo ha messo in campo un sistema di ricerca e soccorso permanente. Le navi delle ONG vengono ostacolate e costrette a navigare giorni per raggiungere porti lontani. Il Mediterraneo resta la rotta migratoria più letale del pianeta.
C’è un elemento storico che non possiamo ignorare: sono trent’anni che va avanti così. Dal 1993, quando l’Italia avviò le prime operazioni di pattugliamento, a oggi, le politiche di contenimento hanno prodotto lo stesso identico risultato: più rischi, più morti, più disperazione. La chiusura dei canali legali di ingresso ha semplicemente spostato il confine dal suolo europeo al mare, trasformandolo in un confine di sangue.
Questa non è fatalità né emergenza, è una scelta. Una scelta fatta e rifatta a ogni consiglio europeo, a ogni vertice sull’immigrazione, a ogni stretta sui visti e sui ricollocamenti. Si lascia che le partenze continuino perché servono a dimostrare che l’Europa è “sotto assedio”, e si lascia che i morti parlino al posto nostro, ammonendo chi resta a terra.
Quella di domenica è una strage, ma anche un atto di accusa contro un sistema che ha deciso di convivere con queste morti come se fossero inevitabili. Non lo sono. Sono il prezzo pagato per un equilibrio politico che considera la vita di un rifugiato sudanese sacrificabile, e che solo occasionalmente si ricorda di piangerlo.



