L’estate 2025 ha riportato il Mediterraneo al centro di un dramma che molti credevano circoscritto alle rotte della Tunisia e della Libia occidentale. In pochi giorni, almeno 1.200 migranti sono sbarcati o sono stati intercettati lungo le coste di Creta e sul minuscolo isolotto di Gavdos, nel sud dell’Egeo, a conferma che la tratta dalla Cirenaica libica verso la Grecia è ormai una realtà consolidata e fuori controllo.
Gli ultimi arrivi hanno travolto le capacità di accoglienza di Gavdos, un’isola di meno di 150 abitanti, e delle zone più meridionali di Creta. Le barche, spesso costruite alla meglio nei cantieri libici, sono naufragate o rimaste arenate sulle spiagge di ciottoli, lontane da qualunque porto attrezzato.
I migranti arrivano esausti, molti provengono dall’Africa sub-sahariana, altri dal Sudan, dallo Yemen o dal Bangladesh. Raccontano storie di estorsioni, violenze e detenzioni arbitrarie nei centri di raccolta libici, gestiti da milizie locali o da trafficanti che spesso collaborano con segmenti corrotti della Guardia costiera libica.
Ed è qui che l’Europa entra in scena, ma dalla parte sbagliata. Da anni Bruxelles finanzia e addestra la Guardia costiera libica per “contenere” i flussi migratori prima che raggiungano le acque europee. Ma per le Nazioni Unite, la Libia non è un porto sicuro: i migranti riportati indietro rischiano torture, detenzione forzata e abusi sistematici. Eppure, in assenza di alternative politiche, questa strategia resta il pilastro dell’azione europea nel Mediterraneo centrale.
L’emergenza greca è figlia anche di questa ambiguità. I valichi di Creta e Gavdos non sono nuovi alla migrazione, ma il volume degli arrivi di quest’anno – già 8.000 migranti a Creta e 7.300 tra Creta e Gavdos nei primi sei mesi – ha messo in ginocchio i servizi locali.

I centri di accoglienza improvvisati sono pieni, le forze di sicurezza costrette a mobilitare anche navi militari per presidiare il tratto di mare davanti alla Libia. Lunedì scorso, la Grecia ha annunciato l’invio di due fregate per sorvegliare le acque internazionali di fronte a Bengasi, mentre il ministro degli Esteri Gerapetritis è volato in Libia per chiedere un maggiore impegno contro i trafficanti.
La risposta europea non è meno militarizzata. Frontex pattuglia l’Egeo meridionale, mentre il commissario europeo per la Sicurezza si prepara a incontri con i vertici libici e con i partner del Mediterraneo meridionale. Ma nessuno parla di aperture umanitarie, né di corridoi legali per chi fugge da guerre e carestie. Il Mediterraneo rimane un mare di confine, non un ponte.
Intanto, le storie dei migranti raccontano la disperazione. David, sudsudanese, ha spiegato ai media greci che la sua barca era carica fino all’inverosimile e che chi protestava veniva picchiato. Molti dei viaggiatori hanno pagato oltre 1.500 euro per un viaggio su un’imbarcazione di fortuna, sapendo che la metà dei soldi sarebbe finita nelle mani di trafficanti che li avrebbero abbandonati a largo.
La crisi greca è il volto di un fallimento collettivo. Da una parte la Grecia, lasciata sola a gestire sbarchi e accoglienza su isole prive di infrastrutture adeguate. Dall’altra l’Europa, pronta a pagare governi fragili e milizie per bloccare i flussi, ma incapace di costruire una politica migratoria che non sia solo repressione. E sullo sfondo la Libia, un Paese diviso e instabile, dove i migranti sono merce di scambio e fonte di profitto.
Creta e Gavdos non chiedono solo navi e fondi per controllare il mare. Chiedono che l’Europa riconosca il volto umano della crisi, che apra canali sicuri e legali e che affronti le cause dei flussi, non solo i loro effetti. Finché l’unica risposta sarà navale e diplomatica, il Mediterraneo continuerà a restituire sulle sue coste i corpi e le storie di chi non ha trovato un’altra strada.



