L’impunità che governa il mondo. Il rapporto di Amnesty

Ieri Amnesty International ha pubblicato il suo rapporto annuale. Non è il solito mattinale delle atrocità, già abbastanza pieno da farci compagnia fino al 2027. La tesi è più offensiva: nel 2025 una parte del potere globale non si è limitata a violare il diritto internazionale, ha lavorato per svuotarlo di autorità, ridurlo a ingombro, trattare tribunali, organismi multilaterali e società civile come fastidi da zittire. Amnesty lo chiama l’avanzata di un ordine “predatorio” e “anti-diritti”.

Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, la mette giù senza merletti: siamo davanti a “a direct assault on the foundations of human rights and the international rules-based order”.

Tradotto dal burocratese internazionale: i forti non stanno più nemmeno fingendo. Bombardano, affamano, imprigionano, coprono, sabotano la giustizia, e nel frattempo pretendono di chiamare tutto questo sicurezza, sovranità, stabilità. È il vecchio arbitrio, ma con migliore ufficio stampa.

Gaza, nel rapporto, non è solo uno scenario. È il punto in cui il crollo morale e quello giuridico si toccano. Amnesty ribadisce la sua accusa di genocidio contro Israele e colloca la guerra dentro una continuità fatta di apartheid, occupazione e violenza strutturale.

In Cisgiordania il dossier registra nel 2025 849 blocchi stradali e checkpoint, 86 nuovi avamposti illegali, 54 nuovi insediamenti approvati oltre ai 371 già esistenti, e più di 1.600 attacchi di coloni nei primi dieci mesi dell’anno.

Tra ottobre 2023 e novembre 2025, almeno 98 palestinesi sono morti in custodia israeliana. Non è più la cronaca di un conflitto. È la normalizzazione di un sistema che tratta il diritto come una seccatura procedurale.

Dall’altra parte del continente morale, l’Ucraina continua a fornire prove fresche dell’impunità russa. Amnesty richiama 322 casi di esecuzione di prigionieri di guerra ucraini attribuiti alle forze russe dal 2022. Nel solo dicembre 2025, il 67% delle uccisioni di civili ucraine si concentrava vicino alla linea del fronte, e quasi il 30% era legato a droni guidati a distanza.

Il rapporto riporta anche la testimonianza di un ex prigioniero tornato dopo 33 mesi di detenzione con un peso di 40 chili. C’è una perfezione sinistra in tutto questo: la Russia produce il crimine e poi lavora per rendere offensiva l’idea stessa che qualcuno possa giudicarlo.

Ed è qui che il dossier alza davvero il tiro. Amnesty non dice solo che molti Stati sfuggono alla giustizia; dice che ora cercano apertamente di delegittimarla.

Le sanzioni statunitensi contro procuratori e giudici della Corte penale internazionale stanno dentro questa logica; così come, sul fronte opposto, le sentenze in contumacia con cui un tribunale di Mosca ha condannato giudici internazionali.

Foto Nacaru CC BY-SA 4.0.

Non basta più evitare il processo. Bisogna umiliare il tribunale, screditarlo, far passare l’idea che il diritto sia una fissazione per anime deboli.

Poi ci sono le tragedie che non godono di rendita simbolica in Occidente e quindi vengono lasciate a marcire in una dignitosa penombra. Amnesty indica il Sudan come la più grave crisi umanitaria contemporanea.

Nell’est della Repubblica democratica del Congo documenta oltre 81.000 stupri tra gennaio e settembre 2025, con un aumento del 31,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il mondo contemporaneo ha una strana contabilità morale: per alcune guerre trova panel, summit e parole storiche; per altre lascia qualche cifra ben impaginata e poi cambia pagina.

Nel rapporto c’è anche l’Italia, che ogni tanto ama raccontarsi come osservatore esterno della barbarie altrui e poi compare in fondo al dossier con la faccia di chi è stato visto benissimo. Amnesty critica la prosecuzione della cooperazione con Libia e Tunisia in materia migratoria nonostante le prove di gravi violazioni dei diritti umani.

Richiama inoltre il mancato trasferimento alla Corte penale internazionale di un cittadino libico arrestato in base a un mandato della stessa Corte. E registra 26.940 persone intercettate in mare e riportate in Libia, dove migranti e rifugiati vengono detenuti in condizioni definite “crudeli e disumane”.

Il punto non è che siamo peggio degli altri. È che continuiamo a presentarci come civiltà giuridica mentre appaltiamo il lavoro sporco appena fuori campo.

C’è persino un dettaglio ideologico che merita attenzione. Amnesty richiama la visione attribuita a Marco Rubio all’inizio del 2026: un’alleanza occidentale di popoli cristiani guidata dagli Stati Uniti.

È una formula utile perché condensa il sogno politico di questa stagione: un ordine duro, gerarchico, identitario, in cui il diritto internazionale conta meno della forza, e i diritti umani diventano un lusso che i forti concedono quando non intralcia troppo.

Non è il ritorno della legge della giungla. È qualcosa di più moderno e quindi più nauseante: la legge della giungla con il lessico della civiltà.

Il rapporto diffuso ieri da Amnesty, insomma, non va letto come l’ennesimo atlante del dolore. Quelli ormai li sfogliamo con la calma di chi consulta il meteo. Va letto per quello che sostiene davvero: che il potere contemporaneo, in troppi casi, non arrossisce più né per i crimini né per l’impunità. E che il salto di qualità, il più pericoloso, non è la violazione in sé. È la faccia tosta con cui la si trasforma in governo del mondo.

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