Libia, “business as usual” sui migranti: il rapporto ONU

In Libia, per migranti, richiedenti asilo e rifugiati, la violenza non è un incidente: è un metodo. È la conclusione centrale di Business as Usual, il rapporto congiunto della Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia e dell’Ufficio ONU per i diritti umani sul biennio 2024-2025, che descrive un sistema stabile di abusi diventato routine, in cui le persone in movimento vengono trattate come risorsa economica, non come titolari di diritti.

Il documento ricostruisce un ciclo ricorrente: rastrellamenti e rapimenti, separazioni familiari, arresti arbitrari e trasferimenti senza garanzie verso una rete di luoghi di detenzione ufficiali, non ufficiali e illegali. In questi spazi, la privazione della libertà diventa leva di estorsione e controllo.

Le testimonianze raccolte delineano un mercato della coercizione: torture e maltrattamenti per costringere le famiglie a pagare, confisca e rivendita di documenti e telefoni, passaggi di mano tra trafficanti, lavoro forzato e sfruttamento sessuale.

Il rapporto parla di reti spesso legate ad autorità o ad attori che esercitano funzioni pubbliche, indicando un confine opaco — e in molti casi collusivo — tra criminalità e apparati.

La fotografia più netta emerge quando l’ONU mette in fila i numeri delle “intercettazioni e ritorni” in mare. Nel 2024, secondo i dati richiamati nel rapporto, 21.762 persone sono state intercettate e riportate in Libia; nel 2025 il numero sale a 27.116.

Il senso del dato è politico prima che statistico: la Libia viene considerata non sicura per lo sbarco e, in questo contesto, l’intercettazione non è il punto d’arrivo di un soccorso, ma spesso l’inizio di un nuovo giro di violazioni.

Le modalità operative in mare, per come vengono documentate, spiegano la richiesta di una moratoria sui ritorni finché non siano garantite salvaguardie effettive.

Si parla di intercettazioni pericolose, con minacce, manovre rischiose e uso della forza; compaiono episodi in cui persone cadono in acqua o si gettano in mare durante le operazioni, e casi riferiti di spari in prossimità delle imbarcazioni o delle persone.

Nel materiale raccolto entrano anche resoconti di sopravvissuti che parlano di aggressioni fisiche e minacce durante il trasferimento forzato.

Il passaggio terra-mare-terra è un nodo cruciale. Il rapporto sostiene che, una volta disembarcate in Libia, le persone intercettate vengono sistematicamente private di protezioni fondamentali ai punti di sbarco: procedure di screening, garanzie minime, accesso effettivo alla richiesta d’asilo.

In vari casi, secondo la ricostruzione ONU, gli intercettati vengono consegnati a strutture legate al sistema di detenzione o a gruppi armati; in altri finirebbero in siti clandestini o direttamente nelle mani dei trafficanti. Si parla anche di sparizioni segnalate già nella fase di sbarco e di successiva detenzione, come tecnica di controllo che alimenta il ricatto.

Sui centri di detenzione, l’ONU usa un dato che serve soprattutto come misura della sottostima. IOM e UNHCR registrano 4.876 persone detenute nei centri ufficiali al 31 dicembre 2025, precisando però che il numero reale è verosimilmente molto più alto.

La mappa della detenzione include infatti strutture non ufficiali e luoghi illegali dove condizioni e violenze risultano ancora meno controllabili: sovraffollamento, torture, estorsioni, lavoro forzato e, per le donne, la ricorrenza di molestie e sparizioni dopo “prelievi” notturni.

La violenza sessuale e di genere è uno dei capitoli più duri, perché viene descritta come sistemica e trasversale. Nel periodo considerato, il rapporto raccoglie testimonianze di donne e ragazze che riferiscono stupri e sfruttamento sessuale in luoghi di detenzione, nelle case dei trafficanti e in contesti di lavoro forzato; compaiono anche segnalazioni che riguardano minori.

La difficoltà a denunciare viene collegata a trauma, stigma e paura di ritorsioni, delineando un terreno in cui l’impunità si alimenta anche del silenzio forzato.

Il quadro si completa con un elemento che sposta la narrazione dall’emergenza al sistema: la presenza di fosse comuni con corpi non identificati in diverse aree del Paese e l’ipotesi che ve ne siano altre non ancora scoperte. In un caso citato nel rapporto, una fossa comune individuata ad al-Shuweirif conteneva 65 corpi non identificati.

L’ONU segnala inoltre episodi di mancata cooperazione o inerzia di autorità competenti su richieste di chiarimento e indagine relative a decessi e sparizioni. In questo modello, la morte non è solo un esito: è anche un modo per cancellare prove, nomi e responsabilità.

L’analisi non si ferma alla denuncia. Individua cause strutturali: criminalizzazione dell’irregolarità, assenza di vie legali e regolari, discriminazione razziale e xenofoba, e una governance migratoria che — combinata con politiche di deterrenza ai confini mediterranei — crea un ambiente ideale per l’economia illecita.

Qui entra anche la responsabilità esterna: secondo il rapporto, Paesi e organizzazioni regionali che cooperano con autorità libiche su frontiere e migrazione devono applicare una due diligence rigorosa e il principio del “do no harm”, fino a sospendere il supporto quando il rischio di violazioni non è mitigabile.

Il messaggio finale è netto: spezzare questo modello richiede riforme urgenti, dalla fine della detenzione arbitraria alla decriminalizzazione dell’ingresso e soggiorno irregolare, fino a percorsi di regolarizzazione e lavoro protetto.

Non è un appello generico alla “buona volontà”. È la diagnosi di un sistema che produce profitti attraverso la vulnerabilità e che, proprio perché è diventato ordinario, rischia di essere accettato come inevitabile.