C’è un’istituzione che racconta il Regno Unito del 2026 meglio di qualsiasi statistica: la banca del bebè. Funziona come un banco alimentare, ma distribuisce latte artificiale, pannolini, culle, lettini, vestiti. Nel Paese ne esistono circa 400, finanziate da donazioni e gestite in gran parte da volontari. Per accedervi serve di norma la segnalazione di un professionista — un’ostetrica, un medico di base, un assistente sociale — che certifichi che quella famiglia non è in grado di comprare l’indispensabile per un neonato.
Secondo una ricerca della Baby Bank Alliance commissionata da Save the Children UK, nel 2025 le banche del bebè hanno sostenuto 400 mila bambini, l’11% in più dell’anno precedente: una media di quasi 1.100 bambini al giorno. La distribuzione di latte artificiale è cresciuta del 26% in un anno, mentre il prezzo di una confezione è salito fino a 20 sterline.
«Non abbiamo mai abbastanza letti», racconta Sophie Livingstone, presidente dell’Alliance e direttrice della rete londinese Little Village. «È davvero difficile quando incontriamo una famiglia che dorme sul pavimento in un alloggio infestato dai roditori». Circa il 75% delle famiglie assistite vive in abitazioni inadeguate o precarie: capita che i genitori chiedano di sostituire tutti i vestiti dei figli perché rovinati dalla muffa.
Non è un dettaglio estetico. Nel 2022 un’inchiesta giudiziaria ha stabilito che Awaab Ishak, due anni, morto a Rochdale nel 2020 per complicazioni respiratorie, è stato ucciso dall’esposizione prolungata alle spore di muffa nell’appartamento in affitto della sua famiglia.
I numeri
I dati ufficiali pubblicati a marzo 2026 dal Department for Work and Pensions dicono che nel 2024/25 i bambini in povertà relativa nel Regno Unito sono 4 milioni, il 27% del totale: in media otto per ogni classe di trenta alunni. Di questi, 2,8 milioni vivono in povertà profonda. Il dato che demolisce ogni retorica sul merito è un altro: il 72% dei bambini poveri ha almeno un genitore che lavora.
La povertà britannica non è figlia della disoccupazione ma del lavoro pagato troppo poco e delle case che costano troppo. Secondo la Joseph Rowntree Foundation, le persone in povertà nel Regno Unito sono complessivamente 14,2 milioni — una su cinque — e una coppia con due figli avrebbe bisogno di circa 74 mila sterline l’anno per un tenore di vita minimo accettabile: due adulti a salario minimo ne raggiungono appena l’82%.
La povertà, poi, si concentra dove le politiche l’hanno indirizzata: tra le famiglie numerose. Nel 2024/25 è povero il 45% dei bambini con due o più fratelli, contro il 21% dei figli unici. Non è un caso. È il risultato di una legge.
Quarant’anni di demolizione, tra conservatori e laburisti
Il welfare britannico non è crollato: è stato smontato pezzo per pezzo, con metodo, da entrambi gli schieramenti. I governi conservatori dal 2010 hanno usato l’austerità come progetto sociale: il tetto complessivo ai sussidi (2013), la “bedroom tax” che taglia l’aiuto all’affitto a chi ha una stanza “di troppo” (2013), il congelamento quadriennale dei sussidi mentre i prezzi correvano (2016-2020), lo Universal Credit con le sue cinque settimane di attesa prima del primo pagamento.

Il capolavoro è del 2015: il limite dei due figli, che negava il sussidio per i bambini nati dopo il secondo. Una misura apertamente malthusiana — lo Stato che decide quali figli dei poveri meritano sostegno — e la singola causa principale dell’esplosione della povertà nelle famiglie numerose. Alle spalle di tutto, la ferita più antica: la vendita di 2,8 milioni di case popolari iniziata con Thatcher e mai compensata da nuove costruzioni, che ha consegnato le famiglie povere al mercato privato dell’affitto, alla muffa, agli alloggi temporanei.
Il governo laburista di Keir Starmer, insediato nel luglio 2024, non ha invertito la rotta: l’ha confermata. Ha mantenuto il limite dei due figli per un anno e mezzo, ha tagliato il sussidio invernale per il riscaldamento dei pensionati, ha ridotto la componente sanitaria dello Universal Credit per i nuovi richiedenti malati e disabili — un taglio che, avverte la Joseph Rowntree Foundation, aggraverà la povertà anche tra i genitori.
Solo sotto pressione, nel bilancio del novembre 2025, ha abolito il limite dei due figli a partire dall’aprile 2026: la misura più efficace disponibile, che secondo le stime sottrarrà alla povertà tra i 450 e i 550 mila bambini entro fine legislatura. Ma le stesse proiezioni governative ammettono che nel 2029/30 i bambini poveri saranno ancora oltre 4 milioni. La correzione, cioè, non riporta nemmeno il contatore a zero: lo rallenta.
Starmer ha annunciato le dimissioni il 22 giugno, travolto dal crollo elettorale e dalle rivolte interne. Il suo successore designato è Andy Burnham, il “Re del Nord”, per nove anni sindaco della Greater Manchester, rientrato in Parlamento a giugno con un’elezione suppletiva costruita apposta per lui: se nessuno lo sfiderà, sarà primo ministro entro metà luglio.
Vale allora la pena guardare il suo modello. Il “Manchesterismo” — crescita trainata da partenariati pubblico-privati — ha riempito lo skyline della città di grattacieli residenziali di lusso finanziati anche con prestiti pubblici, mentre nella Greater Manchester il 37% dei bambini e dei ragazzi vive in povertà, sette su dieci in famiglie dove si lavora, e quasi 8.600 bambini abitano in alloggi temporanei con le loro famiglie senza casa. Il valore immobiliare è cresciuto; i salari no.
Le banche del bebè, dice Livingstone, esistono «per ragioni sistemiche, non per eventi traumatici isolati». È la frase chiave. Quattrocentomila bambini riforniti di latte e culle dai volontari non sono un’emergenza umanitaria: sono il bilancio consuntivo di quarant’anni di politiche, conservatrici e laburiste, che hanno trasferito il costo della crisi verso il basso, fino a raggiungere chi non ha ancora imparato a camminare.
La sesta economia del mondo ha esternalizzato l’infanzia povera alla beneficenza. E si prepara a cambiare primo ministro senza cambiare questo.



