Per un bambino povero l’estate non è una vacanza: è una sottrazione. Quando a giugno la scuola chiude, chiude anche l’unico servizio universale che l’Italia garantisce ancora ai suoi minori. Vengono meno il pasto della mensa, la routine, gli spazi di socialità, gli adulti di riferimento.
Restano il quartiere, il caldo, le stesse strade di sempre. Per tre mesi la disuguaglianza, che durante l’anno scolastico viene almeno in parte attenuata, torna allo stato puro.
I numeri dicono quanto è grande questa platea. Secondo gli ultimi dati Istat, in Italia oltre 1 milione e 283 mila minori vivono in povertà assoluta: il 13,8% di tutti i residenti sotto i 18 anni, il valore più alto mai registrato dal 2014, quando è iniziata la serie storica. Non è un picco: è un altopiano. Il dato è stabile da anni, e la stabilità, in questo caso, è la notizia peggiore.
Significa che la povertà minorile in Italia non è un’emergenza ma una condizione strutturale, che nessuna politica pubblica ha scalfito. I minori sono oggi la fascia d’età più povera del Paese, più degli anziani, più degli adulti. Non era così prima della recessione del 2008: da allora la piramide della povertà si è rovesciata, e a pagarne il prezzo sono i più piccoli.
Se dalla povertà assoluta si passa al rischio di povertà o esclusione sociale, l’indicatore europeo che misura anche la deprivazione materiale e la bassa intensità lavorativa delle famiglie, il quadro si allarga: riguarda il 26,7% dei minori sotto i 16 anni, oltre due milioni di bambini e ragazzi. Uno su quattro.
Con divari territoriali che raccontano due Paesi diversi: nel Mezzogiorno la quota sale al 43,6%, quasi un minore su due, contro il 14,3% del Nord. La stessa soglia del 43,6% vale per i bambini con cittadinanza non italiana, ovunque vivano: la povertà minorile in Italia ha una geografia e ha anche un passaporto.
E ha una classe sociale. La povertà assoluta tra i figli di operai e lavoratori esecutivi è cresciuta dal 15,6% al 19,4%: quasi un bambino su cinque in famiglie dove si lavora, ma il lavoro non basta. Tra le famiglie con almeno tre figli minori l’incidenza supera il 20%. Essere bambini, avere fratelli, avere genitori che lavorano in fabbrica o nei servizi: in Italia questa combinazione è diventata un fattore di rischio.

In questo contesto arriva l’estate, che il sistema italiano ha di fatto privatizzato. Chiusa la scuola, il tempo dei bambini diventa un problema delle famiglie, e la risposta che il mercato offre ha un prezzo. Secondo il quarto Monitoraggio dell’Osservatorio Eures-Adoc, un centro estivo a tempo pieno costa in media 179 euro a settimana per bambino: circa 1.432 euro per otto settimane, che sfiorano i 2.800 euro con due figli.
Tariffe cresciute del 3,5% nell’ultimo anno e del 27% negli ultimi tre. Per una famiglia in povertà assoluta — che per definizione non riesce a coprire le spese essenziali — questi numeri non descrivono un costo: descrivono un’esclusione. Il risultato è che l’estate seleziona. Chi può paga esperienze, viaggi, sport, mare. Chi non può resta fermo. Nel 2024 circa il 28% delle famiglie con un figlio minorenne non ha potuto permettersi una settimana di vacanza fuori casa.
È quella che gli studiosi chiamano povertà educativa: non solo mancanza di reddito, ma riduzione delle opportunità di crescita, di relazioni, di orizzonti. Ci sono bambini, in un Paese con ottomila chilometri di coste, che non hanno mai visto il mare.
Dove lo Stato si ritira, arriva il terzo settore. Fondazione l’Albero della Vita, che da quasi trent’anni lavora contro la povertà minorile in tutta Italia, organizza gratuitamente attività estive per i bambini e i ragazzi seguiti dai propri progetti: uscite sul territorio, laboratori, cineforum, giornate in piscina e al mare, visite alle fattorie didattiche.
Il programma nazionale, attivo dal 2014, nell’ultimo anno ha sostenuto oltre 8.300 persone, di cui più di 4.100 minorenni. A Milano la Fondazione gestisce dal 2003 “La Casa dei Bimbi”, comunità educativa che accoglie dieci minori da zero a sei anni allontanati dalle famiglie d’origine: anche quest’anno le educatrici li accompagneranno al mare, e alcuni di loro lo vedranno per la prima volta.
un lavoro prezioso che va sostenuto. Ma va anche detto per quello che è: una supplenza. Ottomila persone raggiunte sono una goccia rispetto a un milione e trecentomila bambini in povertà assoluta. Il volontariato e la filantropia possono restituire a qualche bambino il mare; non possono restituire a una generazione ciò che le politiche pubbliche le hanno tolto, un anno dopo l’altro, fino a farne la fascia più povera del Paese.
Quando a settembre le scuole riapriranno, i dati saranno gli stessi. E il prossimo giugno, puntuale, l’estate tornerà a fare quello che fa da anni: mostrare a chi non vuole vederla la disuguaglianza italiana allo stato puro.



