Uk, la povertà cresce nelle famiglie a pieno impiego

Una nuova ricerca dell’Institute for Public Policy Research e di Action for Children segnala un cambiamento rilevante nella composizione della povertà infantile nel Regno Unito. Secondo lo studio, circa 430 mila bambini rischiano di crescere in povertà pur vivendo in famiglie dove tutti gli adulti lavorano a tempo pieno. Non si tratta quindi di nuclei esclusi dal mercato del lavoro, ma di famiglie già dentro il modello che per anni è stato presentato come soluzione principale alla povertà: l’occupazione.

Il dato più significativo riguarda la diffusione della povertà tra i nuclei in cui almeno un genitore lavora. Secondo la ricerca, quasi tre quarti dei bambini poveri nel Regno Unito vivono oggi in famiglie con almeno un adulto occupato, mentre all’inizio del secolo erano circa la metà. Tra le coppie in cui entrambi i genitori lavorano, la probabilità di povertà infantile è triplicata dal 2000, passando dal 2 al 6 per cento. Per le famiglie monoparentali è aumentata dal 9 al 14 per cento.

La questione è politica prima ancora che statistica. Per molto tempo, in Gran Bretagna come nel resto d’Europa, la risposta prevalente alla povertà è stata costruita intorno all’idea che il lavoro bastasse a garantire una vita dignitosa. Il welfare doveva accompagnare le persone verso l’occupazione, correggendo solo in parte gli squilibri più evidenti. Oggi quella promessa non regge più: il lavoro c’è, ma non assicura automaticamente un reddito sufficiente.

Il problema non riguarda soltanto i salari. Pesa il costo dell’abitazione, quello dell’energia, dei trasporti e soprattutto della cura dei figli. Lo studio sottolinea che molte famiglie avrebbero possibilità di migliorare la propria condizione con un secondo reddito, ma incontrano ostacoli concreti: costi elevati dell’assistenza all’infanzia, servizi insufficienti fuori dall’orario scolastico, lavori poco flessibili e mancanza di reti familiari di supporto.

È in questo contesto che va letta anche la difficoltà politica del governo laburista di Keir Starmer. Il Labour è arrivato al potere dopo anni di governi conservatori e ha promesso di affrontare la povertà infantile come una priorità. Alcune misure vanno in quella direzione, a partire dal superamento di politiche particolarmente punitive introdotte dalla destra. Tuttavia la ricerca IPPR-Action for Children mostra un limite più profondo: intervenire sulle conseguenze della povertà non basta, se non si modifica il sistema che la produce anche dentro il lavoro.

Foto: Alisdare Hickson / Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.0.

Il punto è che il nuovo governo non ha ancora rovesciato il paradigma ereditato dagli anni dell’austerità e del mercato come regolatore principale della vita sociale. La risposta resta in larga parte centrata sulla crescita, sull’occupabilità, sulla progressione nel lavoro e su interventi mirati. Sono strumenti utili, ma insufficienti quando la povertà riguarda anche famiglie già pienamente occupate.

Qui la questione britannica diventa europea. In molti Paesi, compresa l’Italia, il lavoro povero è ormai una condizione stabile. Avere un impiego non significa necessariamente riuscire a pagare un affitto, mantenere i figli, sostenere le spese sanitarie, affrontare bollette e trasporti. La frattura non passa più semplicemente tra occupati e disoccupati, ma tra chi vive del proprio lavoro e un’economia che scarica sui redditi familiari costi sempre più alti.

Per la sinistra europea questo è un problema decisivo. Le destre rispondono alla crisi sociale indicando capri espiatori: migranti, poveri senza lavoro, beneficiari di sussidi, istituzioni sovranazionali. È una spiegazione falsa, ma politicamente efficace perché offre un bersaglio immediato. Se l’alternativa progressista si limita a promettere una gestione più ordinata dello stesso modello, rischia di non intercettare la rabbia di chi lavora e continua a impoverirsi.

Una risposta sociale diversa dovrebbe partire da alcuni punti materiali: salari adeguati, contratti stabili, servizi pubblici accessibili, sostegno reale all’infanzia, diritto alla casa, controllo dei costi essenziali, redistribuzione fiscale più incisiva. Non basta spingere le famiglie verso il mercato del lavoro se poi il mercato del lavoro non permette loro di vivere.

La ricerca britannica ha dunque un valore che va oltre i confini nazionali. Mostra che la povertà infantile non dipende soltanto dall’assenza di lavoro, ma dalla qualità del lavoro, dal costo della vita e dalla debolezza del welfare. Per il Labour di Starmer è un banco di prova. Per le sinistre europee è una domanda più ampia: quale alternativa sociale vogliono costruire alle politiche di destra, se il lavoro povero resta dentro il cuore del modello economico che continuano ad amministrare?

Foto: Alisdare Hickson / Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.