Il 4 luglio, ai piedi del Mount Rushmore, Donald Trump ha aperto le celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti dichiarando guerra a un nemico che non esiste. Il comunismo, ha detto, è la minaccia più grave che il Paese abbia mai affrontato: peggio delle due guerre mondiali, peggio di Pearl Harbor, peggio dell’11 settembre. Ha promesso esilio e allontanamento per i comunisti, ha giurato che “l’America non sarà mai un Paese comunista”, e ha collegato il tutto al Save America Act, la legge che restringe drasticamente l’accesso al voto.
Chiunque abbia un minimo di memoria storica si è chiesto: quali comunisti? Tolte la Corea del Nord e quel che resta di Cuba, entità marginali rispetto alle sorti del mondo, di comunismo in circolazione non ce n’è. La Cina si definisce tale, ma è un capitalismo di Stato che produce miliardari a ritmi americani, integrato nei mercati globali fino al midollo: a Pechino l’accusa di Trump fa sorridere, semmai la usano come conferma della decadenza dell’avversario. L’Unione Sovietica è polvere da trentacinque anni. Eppure il presidente della prima potenza mondiale dedica il discorso del giubileo nazionale a un fantasma.
Il punto è che il fantasma non è un errore: è il progetto. Ed è stato Trump stesso, per una volta, a consegnare la chiave. Nel discorso ha definito il Partito Comunista come composto da immigrati clandestini, criminali e da chiunque non lavori. Rileggiamola: in questa definizione non c’è nulla di ideologico. Non la proprietà collettiva, non la pianificazione, non Marx. C’è un’antropologia del nemico interno: lo straniero, il deviante, l’improduttivo. “Comunista” non descrive più chi vuole abolire il capitale, ma chi sta fuori, o viene spinto fuori, dalla comunità nazionale dei produttori.
Questo schema ha una genealogia precisa, e non è la Guerra Fredda: è più vecchia e più torbida. Nella Germania degli anni Venti la destra agitava il “Kulturbolschewismus”, il bolscevismo culturale: bolscevico era l’ebreo, l’artista “degenerato”, l’omosessuale, il cosmopolita. Il mito del complotto giudaico-bolscevico saldava in un solo nemico il banchiere e il rivoluzionario, e sappiamo dove ha portato: alla caccia all’uomo, alla distruzione dell’Europa. Il maccartismo americano degli anni Cinquanta colpì più intellettuali, omosessuali e sindacalisti che agenti sovietici veri. La versione contemporanea si chiama “marxismo culturale”: i comunisti ora controllerebbero università, media e Hollywood, e userebbero immigrazione e “ideologia gender” per dissolvere la nazione. È la stessa struttura complottista di un secolo fa, con Soros al posto di Rothschild.
La variante europea ha una torsione ulteriore, perché qui i comunisti sono esistiti davvero. Orbán chiama comunista Bruxelles: l’Europa come nuova Urss gli permette di vendere lo smantellamento dello stato di diritto come una seconda liberazione dal 1989. In Spagna Vox affibbia l’etichetta al Psoe. In Italia dare del comunista al Pd, che con il Pci non ha più nulla a che fare, nemmeno la nostalgia, serve a marchiare come corpo estraneo alla nazione l’intera genealogia della sinistra, per via ereditaria. Si arriva al grottesco di sentir definire “comunisti” i banchieri della Bce: gli stessi che hanno messo in ginocchio la Grecia a colpi di austerità, cioè l’esatto contrario di qualunque politica redistributiva. Farebbe ridere, se milioni di persone non ci credessero.
Ma allora a cosa serve un anticomunismo senza comunisti? A tre cose, tutte insieme.
Primo: segnare il confine del dicibile. Guardiamo cosa viene chiamato “comunismo” oggi negli Stati Uniti. Zohran Mamdani, il sindaco socialista democratico di New York contro cui Trump ha costruito l’intera offensiva in vista delle elezioni di novembre, propone calmieramento degli affitti, trasporto pubblico, tasse sui più ricchi. È socialdemocrazia, per larghi tratti è New Deal. Chiamarla comunismo serve a dichiarare illegittima in partenza qualsiasi ipotesi di redistribuzione, per quanto moderata.
Secondo: trasformare l’avversario in nemico esistenziale. Trump lo ha detto esplicitamente: non si tratta di divergenze su tasse o regolamenti. E contro un nemico esistenziale non si compete alle urne, ci si difende con mezzi eccezionali: espulsioni, esilio, restrizione del voto. L’accusa di comunismo è il dispositivo che fa apparire tutto questo come legittima difesa della Repubblica.
Terzo, ed è il punto che riguarda chi legge questo giornale: dare un nome in codice alla guerra contro i poveri. Nella definizione trumpiana il comunista è “chiunque non debba lavorare”. L’immigrato, il disoccupato, il senza dimora, il povero: non più una classe con cui fare i conti, ma singoli colpevoli da sorvegliare, sedare con un po’ di carità quando va bene, espellere quando va male. Un nemico morto è il nemico perfetto: non può smentire, non può negoziare. E mentre l’inflazione supera il 4% e il caro-carburanti morde, si dice a un pubblico impoverito che il pericolo non è il padrone di casa che alza l’affitto, ma il candidato che vuole congelarlo.
Che poi Mamdani abbia vinto proprio parlando di affitti e autobus suggerisce una cosa semplice: il fantasma funziona meno dove qualcuno torna a nominare le cose materiali. I comunisti immaginari di Trump e dei despoti europei esistono per una sola ragione: impedire che si parli dei poveri reali.



