L’Alternative für Deutschland è oggi il primo partito tedesco. Non in un sondaggio isolato: in tutte le rilevazioni da mesi. A maggio 2026 YouGov la dava al 28%, sei punti sopra la CDU/CSU del cancelliere Merz, scesa al livello più basso dal 2021. Nei due Länder orientali che votano a settembre — Sassonia-Anhalt e Meclemburgo-Pomerania — l’AfD viaggia intorno al 40% e punta per la prima volta a governare una regione.
Tutto questo mentre l’ufficio federale per la protezione della Costituzione, il servizio interno tedesco, l’ha classificata nel maggio 2025 come organizzazione “di estrema destra accertata” — classificazione oggi congelata in attesa del giudizio dei tribunali, ma fondata su un dossier di oltre mille pagine. È il partito il cui leader turingio, Björn Höcke, è stato condannato due volte per aver usato in comizio uno slogan delle SA. Capire chi lo vota, chi lo paga e chi lo corteggia è il modo serio di raccontarlo.
Chi lo vota: la geografia della rabbia
Alle elezioni federali del febbraio 2025 l’AfD ha raddoppiato i voti: da 4,8 a 10,3 milioni, il 20,8%. La composizione di quel voto è il cuore della questione. Secondo le analisi post-elettorali, l’AfD è arrivata al 38% tra gli operai (17 punti in più del 2021), lasciando la SPD — il partito storico del lavoro tedesco — a un umiliante 12%. Tra i disoccupati domina con il 34%.
Tra chi giudica “cattiva” la propria condizione economica tocca il 39%. Ha mobilitato 1,8 milioni di ex astenuti, più di quanti ne abbia strappati a qualsiasi partito. È debole dove la vita è ancora protetta: tra i pensionati si ferma al 15%. Prende più voti tra gli uomini (24%) che tra le donne (18%).
La geografia dice il resto. Nell’Est, l’AfD è primo partito in tutti i Länder con punte fino a venti punti di vantaggio sulla CDU: sono le regioni svuotate dall’emigrazione e dalla deindustrializzazione post-riunificazione. Ma la svolta del 2025 è avvenuta a Ovest, dove il partito ha più che raddoppiato i consensi ovunque, conquistando per la prima volta due collegi occidentali: Gelsenkirchen e Kaiserslautern, ex capitali del carbone e dell’industria, oggi tra le città più povere della Germania.
Il quadro è inequivocabile: l’AfD raccoglie i perdenti di trent’anni di compressione salariale, delocalizzazioni e smontaggio del welfare — l’agenda inaugurata, va ricordato, dal socialdemocratico Schröder con le riforme Hartz.
Il paradosso è che questo elettorato proletario vota un programma plutocratico: l’AfD propone tagli fiscali che premiano i redditi alti, vuole abolire il tetto agli affitti, combatte la contrattazione collettiva. È un travaso classico: quando la sinistra smette di rappresentare il conflitto sociale, la rabbia sociale non scompare — cambia bersaglio, dal padrone al migrante.
Chi lo paga: il metodo Conle
La coerenza sta nei finanziamenti. Il caso di scuola è Henning Conle, 81 anni, miliardario immobiliarista di Duisburg residente in Svizzera, patrimonio stimato oltre il miliardo, proprietario di migliaia di alloggi popolari tra Germania e Londra e figura odiata dalle associazioni degli inquilini per la gestione dei suoi immobili.
Secondo le indagini dell’amministrazione del Bundestag, Conle ha finanziato illegalmente l’AfD già nel 2017, attraverso prestanome svizzeri e olandesi, inclusi 130 mila euro per la campagna di Alice Weidel. Tra il 2016 e il 2018 campagne di manifesti pro-AfD per oltre tre milioni di euro sono state pagate da donatori mai identificati, veicolate dall’agenzia svizzera Goal AG.

Lo schema si è ripetuto alla vigilia del voto 2025: l’ex funzionario del partito austriaco FPÖ Gerhard Dingler ha “donato” 2,35 milioni di euro per seimila manifesti elettorali dell’AfD. L’unità di intelligence finanziaria austriaca ha però segnalato che Dingler aveva ricevuto poco prima una “donazione” di 2,6 milioni — da Henning Conle.
Se i giudici confermeranno che si è trattato di un prestanome, l’AfD rischia una sanzione fino a sette milioni di euro; la causa è pendente al tribunale amministrativo di Berlino. Nel solo 2025 l’AfD ha incassato più grandi donazioni di qualsiasi altro partito tedesco: quasi cinque milioni da gennaio.
A cui si aggiunge il paradosso finale: circa il 44% delle entrate della sua struttura federale arriva dal finanziamento pubblico, cioè dai contribuenti. Un immobiliarista che vuole abolire il freno agli affitti finanzia il partito votato dagli inquilini poveri: raramente la lotta di classe dall’alto è stata così leggibile.
I corteggiatori: da destra
Il “muro tagliafuoco” — la Brandmauer, l’impegno di tutti i partiti a non collaborare con l’AfD — si sta sgretolando dall’interno della CDU. Il precedente è del gennaio 2025, quando Merz, allora all’opposizione, fece approvare al Bundestag una mozione sulla stretta migratoria con i voti determinanti dell’AfD: la prima maggioranza costruita con l’estrema destra nella storia della Repubblica federale.
Da cancelliere, Merz esclude collaborazioni “finché sarò io il presidente della CDU” — formula che è già una data di scadenza — e intanto prende le distanze dalla parola stessa Brandmauer. Dentro il partito, figure come l’ex segretario generale Tauber e il presidente turingio Voigt spingono apertamente per “votare provvedimenti anche con i voti dell’AfD”. I numeri spiegano la tentazione: il governo Merz-SPD è fermo al 40% complessivo, e ormai solo la metà degli elettori dell’Unione difende il cordone sanitario, nove punti in meno di un anno fa.
E da sinistra
Il corteggiamento più spregiudicato arriva però dal Bündnis Sahra Wagenknecht — ribattezzato a dicembre 2025 “Bündnis Soziale Gerechtigkeit und Wirtschaftliche Vernunft” per conservare la sigla BSW ora che la fondatrice ha ceduto la presidenza a Fabio De Masi e Amira Mohamed Ali, pur restando la padrona politica del partito.
Rimasto fuori dal Bundestag per un soffio nel 2025 e oggi al 4%, il BSW si gioca la sopravvivenza nelle regionali di settembre. La strategia è dichiarata: a giugno la direzione ha inviato una lettera aperta all’AfD chiedendo la fine della Brandmauer, proponendo duelli pubblici tra Wagenknecht e Weidel a Magdeburgo e Schwerin, e offrendo di sostenere in Sassonia-Anhalt e Meclemburgo governi di minoranza “sovrapartitici” a maggioranze variabili — AfD inclusa.
Nel parlamento sassone il BSW vota già con l’AfD quando “la sostanza” lo giustifica. La motivazione ufficiale — “l’esclusione ha solo rafforzato l’AfD” — contiene un pezzo di verità e la usa per legittimare l’avversario: da Vienna a Roma, ovunque la destra radicale sia stata “sdoganata” per addomesticarla, è stata lei ad addomesticare gli sdoganatori.
Il quadro finale è questo: un partito classificato come estrema destra accertata, votato da operai e disoccupati, finanziato occultamente da un miliardario degli affitti, corteggiato a destra da una CDU in caduta e a sinistra da un partito in via d’estinzione che gli offre l’ultima cosa che gli manca — la patente di normalità. In Germania come altrove, il fascismo del ventunesimo secolo non ha bisogno di marciare su nessuna capitale. Gli basta aspettare che gli altri gli aprano la porta, un voto in aula alla volta.



