Se c’è un’immagine che riassume l’aria del Piano Mattei in questi giorni, è la premier italiana ad Addis Abeba che parla di “ponte”, “partnership tra pari”, “sviluppo”, mentre sullo sfondo l’Africa resta, ancora una volta, il luogo dove l’Europa va a cercare ciò che le serve: influenza, controllo dei flussi, energia, materie prime. La retorica cambia, la postura molto meno.
La visita di Giorgia Meloni in Etiopia e il secondo vertice Italia-Africa hanno rimesso al centro proprio quel lessico: cooperazione, investimenti, energia, infrastrutture, clima, una “nuova relazione” che dovrebbe distinguersi dal vecchio paternalismo.
È una narrazione che l’Italia sta spingendo in modo esplicito, anche nei discorsi ufficiali, e che viene presentata come risposta “moderna” alle crisi del Mediterraneo e al vuoto lasciato dal crollo delle certezze energetiche europee.
Poi però arriva la cronaca, e la cronaca – come spesso accade– è più sincera della diplomazia. Nelle stesse ore in cui si parla di energia “pulita” e transizione, di corridoi d’energia tra Italia ed Etiopia in Oromia, nella parte occidentale del Paese, MIDROC inaugura un impianto da 1 miliardo di birr per lavorare carbone destinato a cemento, acciaio e materiali da costruzione.
L’obiettivo dichiarato è ridurre la dipendenza dalle importazioni, alleggerire la pressione sui costi e risparmiare valuta estera: secondo il ministro etiope delle Miniere, il Paese avrebbe speso fino a 300 milioni di dollari in carbone importato negli ultimi due anni.
Questa notizia non è interessante “solo” perché è carbone. È interessante perché è il cortocircuito perfetto fra due mondi: la transizione come racconto da summit e l’industrializzazione come conto da pagare. In Etiopia la priorità, oggi, non è costruire un’immagine verde da conferenza: è far funzionare una filiera industriale che sta sotto la crescita urbana, sotto i cantieri, sotto il bisogno di case e infrastrutture.
Quando mancano i dollari però la scelta non è poetica: è “import substitution”, sostituzione delle importazioni con produzione interna. Il carbone rientra dalla finestra come “bene strategico”, non perché qualcuno si sia innamorato delle emissioni, ma perché pesa sul bilancio.
Parliamo allora di una cultura politica dura a morire, che è poi quella che sovrintende al piano Mattei nei fatti. E’ quasi imbarazzante per l’Italia: mentre Roma vende il Piano Mattei come “partnership tra pari”, l’architettura mentale resta quella della proiezione, del neocolonialismo.

Africa come spazio dove l’Europa può “fare” — investire, collegare, estrarre, stabilizzare — e al tempo stesso presentarsi come benefattrice. Il Mattei evocato nel nome non è un dettaglio: è branding politico. È il tentativo di rivestire di epica nazionale un ritorno strategico sul continente, dentro una competizione globale in cui tutti vogliono un pezzo di filiera: energia, corridoi, terre rare, logistica, influenza.
In questo quadro la centrale/impianto di Arjo (che in realtà è un impianto di lavorazione del carbone, non una “centrale elettrica”) funziona da cartina di tornasole. Perché mostra una verità semplice: la transizione non è una linea retta, e soprattutto non è uguale per tutti.
In Europa la parola “carbone” è diventata simbolo di arretratezza; in un Paese con scarsità di valuta e industria energivora, diventa strumento di politica economica. Non è un giudizio sull’Etiopia – che non “sceglie” in un vuoto morale, ma dentro vincoli materiali – è un giudizio sul modo in cui l’Europa racconta se stessa: come se bastasse pronunciare “green” per rendere pulite le catene del valore in cui siamo immersi.
E’ l’idea che l’Occidente possa continuare a vendere “sviluppo” mentre compra sicurezza energetica e influenza; l’idea che basti cambiare il linguaggio — “partnership”, “ponte”, “pari” — per cancellare il passato coloniale senza cambiare il presente. È una forma di colonialismo soft, dove l’arma non è il cannone ma la narrativa: l’Africa come teatro del “piano” europeo, più che soggetto di scelte autonome.
Ecco perché il carbone di Arjo non è un incidente nel racconto: è la parte che il racconto tende a rimuovere. MIDROC parla di processo “senza chimica”, di potere calorifico più alto, di posti di lavoro. Tutto vero, probabilmente, a livello di comunicato.
C’è poi un’altra domanda: chi viene chiamato “moderno” e chi viene chiamato “sporco”? Chi può permettersi di fare transizione e chi deve prima sopravvivere economicamente? E soprattutto: quanta parte della “transizione europea” continua a dipendere da ciò che accade altrove, lontano dagli occhi e dalle coscienze che applaudono ai vertici?
Il Piano Mattei nasce anche come risposta simbolica a un’ansia italiana: contare di più nel Mediterraneo e in Africa. Ma se l’aggancio reale al continente finisce per essere, ancora una volta, la filiera delle risorse (energia, materie prime, corridoi), il rischio è di riprodurre il copione classico: l’Europa che parla di futuro e intanto si assicura il presente; l’Africa che si carica i costi, mentre agli altri resta la soddisfazione di essersi sentiti “dalla parte giusta della storia”.
Il carbone etiope non “smentisce” il Piano Mattei: lo mette a nudo. E costringe a una domanda culturale che in Italia facciamo fatica persino a formulare: quando diciamo “partnership”, stiamo descrivendo una relazione tra pari o stiamo solo cercando un modo elegante per chiamare, ancora, la vecchia abitudine di mettere il mondo a servizio dei nostri bisogni?



