Cosa possiamo fare per dare giustizia a Fakir

Abderrahim Fakir era arrivato in Italia a sette anni. Ne aveva quarantatré quando è morto a faccia in giù sull’asfalto di via Svevo, e in mezzo c’erano trentacinque anni: la scuola, il lavoro, una moglie, una ditta di traslochi che era sua e che dava da vivere anche ad altri. In trentacinque anni questo Paese gli ha chiesto di essere un facchino, poi un piccolo imprenditore, poi un contribuente. Non gli ha mai concesso di essere un cittadino.

Al momento della morte Fakir aspettava di rinnovare un permesso di soggiorno. Non la cittadinanza: il permesso di restare. Un uomo cresciuto interamente qui, in regola, con dei dipendenti, era ancora, agli occhi dello Stato, un ospite di cui rinnovare periodicamente la licenza.

C’è una violenza che lascia i lividi e una che non si vede. La seconda è più grave, perché lavora nel tempo. Non voglio fare lo psicologo da bar e sostenere che un permesso di soggiorno spieghi una crisi di nervi. Dico una cosa più semplice, e verificabile su ciascuno di noi: chi resterebbe sereno sapendo che, dopo trentacinque anni di lavoro e di regole rispettate, il diritto che gli spetta continua a essergli negato? Che il suo posto qui è sempre revocabile, che il suo essere di questo Paese va riconfermato a scadenza come una bolletta? Non serve la psichiatria per capirlo. Serve mettersi al suo posto per un pomeriggio.

Chi lo conosceva lo descrive come un bonaccione, uno che parlava «come un buon padre di famiglia, anche se non aveva figli». Le prime segnalazioni parlano di un uomo «in escandescenza». Tra queste due immagini si muoverà l’inchiesta, ma una cosa la sappiamo già: quel giorno Fakir non era un criminale da fermare. Era una persona in crisi, che aveva bisogno di essere aiutata. Chi ha chiamato, ha chiamato per quello.

La sorella ha detto che non si darà pace. La famiglia ha chiesto più volte calma, per bocca del suo avvocato, Fabio Anselmo, che è lo stesso di Stefano Cucchi e di Federico Aldrovandi, e alla fine si è dovuta dissociare da chi, a manifestazione conclusa, ha trasformato piazza Roosevelt in un campo di battaglia.

Non mi interessa unirmi al coro di chi da ieri dice «teppisti» per non dover dire Fakir. Mi interessa una domanda diversa, e la rivolgo a chi ha lanciato le bombe carta. A chi è servito? È servito al Pilastro, che sullo striscione aveva scritto «non si fa strumentalizzare»? È servito alla famiglia, che aveva chiesto rispetto? O è servito a voi, alla vostra serata, alla firma da mettere in fondo a una giornata di scontri? Chi vuole davvero giustizia per Fakir, stamattina ha soltanto un problema in più da affrontare e nessun sollievo in più.

Perché la giustizia, quella vera, si gioca altrove, su un terreno molto meno fotogenico. La procura ha aperto un fascicolo per omicidio colposo. Ma i due agenti e i quattro sanitari non sono indagati: sono iscritti in un registro separato, l’annotazione preliminare, il «modello 45 bis» introdotto a febbraio dal decreto sicurezza diventato legge 54 del 2026. La stessa legge di cui Amnesty ha chiesto l’abrogazione parziale tre settimane fa. La stessa che oggi tiene i nomi di chi teneva Fakir a terra fuori dal registro degli indagati.

Può, con questa norma, Fakir avere giustizia? In teoria l’annotazione preliminare non chiude nulla: l’indagine prosegue, e se il pubblico ministero vorrà un incidente probatorio dovrà iscrivere i sei come indagati. Il problema è il presupposto. Il meccanismo serve a far «apparire evidente» una causa di giustificazione fin dal primo giorno, cioè a stabilire, prima ancora dell’autopsia, che chi ha agito era legittimato. È il rovescio del modo in cui le scriminanti si accertano di solito, e cioè nel processo, non alla vigilia. C’è persino un paradosso che segnalano gli stessi difensori degli agenti: l’autopsia è un atto irripetibile, e non è chiaro se il 45 bis consenta ai sei di nominare i propri consulenti senza essere prima iscritti tra gli indagati. Una norma venduta come tutela rischia di complicare la difesa proprio nell’atto che conta di più.

Cosa si può fare, allora, in concreto. Pretendere che il quesito ai medici legali sia scritto per accertare se l’immobilizzazione prona prolungata abbia concorso alla morte, non per aggirarlo. Pretendere che le bodycam finiscano integralmente agli atti, ricordando che l’unica che ha ripreso la scena non era d’ordinanza, ma quella privata di un agente che l’aveva accesa per conto suo. E pretendere ciò che chiede la stessa famiglia, citando la Corte di Strasburgo: che a indagare non sia lo stesso corpo a cui appartengono le persone coinvolte. Perché il film lo abbiamo già visto. Riccardo Magherini, Firenze, 2014, tenuto prono per venti minuti: carabinieri assolti in Cassazione nel 2018, Stato italiano condannato a Strasburgo lo scorso gennaio. L’individuo si salva, lo Stato paga, e il morto resta morto.

E poi c’è la domanda che il nostro mestiere non può lasciar cadere: cosa ci faceva, lì, il 118. Gli agenti, chiamando i soccorsi, avevano segnalato «una crisi psichiatrica». Secondo le ricostruzioni, hanno immobilizzato Fakir a terra per poterlo poi sedare. Fermiamoci su questa parola. Sedare.

In Italia non si seda una persona per terra, tenendola ferma con la forza, perché lo decide chi la tiene ferma. Dal 1978 c’è la legge 180. Un trattamento sanitario contro la volontà di chi lo subisce ha una procedura, delle garanzie e dei nomi: la proposta di un medico, la convalida di un secondo, l’ordinanza del sindaco, il controllo del giudice tutelare. Non è un cavillo. È la differenza tra la cura e il manicomio, ed è costata a questo Paese una battaglia che qualcuno ricorda ancora. Schiacciare un uomo a faccia in giù «per sedarlo» non è un trattamento sanitario. È l’esatto contrario di ciò per cui la 180 è stata scritta.

C’è di più, e a dirlo sono i medici del 118, non i militanti. Il presidente della loro società scientifica ha spiegato che l’agitazione psicomotoria richiede sempre un’équipe con medico e infermiere: è l’unica che può decidere e praticare una sedazione in sicurezza, monitorando la persona. La prima ambulanza arrivata in via Svevo era della Croce Rossa, senza medico. La sedazione, quella vera, non poteva farla. Ha chiesto l’automedica alle 12.36. L’automedica è arrivata alle 12.53 e ha potuto solo constatare la morte. Nel mezzo, per minuti, un uomo in crisi è stato tenuto in posizione prona, quella che le linee guida dello stesso ministero, da maggio, dicono di non prolungare mai «per i rischi al sistema cardiaco e agli organi respiratori». Ed è stato tenuto così davanti a soccorritori che non potevano curarlo e non hanno fermato chi lo stava uccidendo.

È questo il buco nero della vicenda. Non «perché non sono intervenuti». Ma perché nessuno, in trentasei minuti, ha smesso di trattare una malattia come un reato.

Cosa possiamo fare per Fakir, dunque. Esserci a partecipare, per cominciare, senza voltare la testa dall’altra parte o sentirci soddisfatti perchè abbiamo fatto atto di presenza a un’iniziativa pubblica. Non vendicarlo: aiutarlo a ottenere, da morto, ciò che da vivo gli è stato negato. Da vivo gli hanno negato la cosa più semplice, l’essere riconosciuto come uno di noi dopo che per trentacinque anni lo era stato di fatto. Da morto possiamo almeno impedire che gli venga negato il resto: che il suo nome resti in un registro separato, che la sua morte diventi un atto d’ufficio archiviato in centoventi giorni, che di lui rimanga soltanto la parola «escandescenza» in una nota della questura.

La rabbia può spegnersi in una notte. Le domande no. Continuiamo a farle, una per una, ora che la piazza è vuota, e a pretendere risposte. È l’unica cosa che a Fakir serve ancora. Ed è l’unica che possiamo davvero dargli.

Abderrahim Fakir, 43enne marocchino morto a Bologna durante un intervento della polizia, Bologna, 19 luglio 2026. ANSA/SARA FERRARI