Il caporalato che finisce sullo scaffale

Cominciamo dall’ultimo episodio in ordine di tempo. Nell’Agro Aversano i carabinieri, poche ore fa, hanno arrestato in flagranza due imprenditori agricoli con l’accusa di intermediazione illecita e sfruttamento aggravato del lavoro. Secondo quanto accertato durante l’ispezione, i braccianti, prevalentemente cittadini indiani irregolari, venivano reclutati per strada, caricati su un furgone e portati nei campi.

Lavoravano dalle dieci alle quattordici ore al giorno per circa tre euro l’ora, senza riposo settimanale, con pause di pochi minuti e senza la possibilità di assentarsi per malattia. Non potevano usare il telefono. Durante lo spargimento dei pesticidi dovevano restare nei campi senza dispositivi di protezione. Il procedimento è ancora nella fase delle indagini preliminari.

Questa è l’immagine che sappiamo riconoscere. Il caporale, il furgone che raccoglie i braccianti, la strada, la paga consegnata a fine giornata, il bracciante senza documenti che non può andarsene. È il caporalato visibile, quello che si lascia fotografare, raccontare e, qualche volta, arrestare.

Quattro giorni prima, nel Tarantino, un’altra operazione aveva portato in carcere due persone e al sequestro di un grande complesso zootecnico composto da tre aziende. L’indagine era cominciata dalla morte di un lavoratore indiano, avvenuta nel maggio 2024 dopo la caduta da una pala caricatrice, ma aveva ricostruito un sistema molto più esteso.

Secondo l’accusa, alcuni dipendenti lavoravano dodici o tredici ore al giorno per meno di tre euro l’ora. Le somme riportate nelle buste paga non coincidevano con quelle effettivamente ricevute e una parte del salario sarebbe stata restituita al datore di lavoro. I lavoratori vivevano accanto alle stalle, in ambienti con muffa, dipendevano dall’azienda per l’alloggio e gli spostamenti ed erano controllati attraverso telecamere. Anche in questo caso siamo davanti a ipotesi accusatorie ancora da verificare nel processo.

Poi ci sono le immagini che hanno già attraversato il Paese. Satnam Singh, morto nel 2024 dopo un incidente sul lavoro e il mancato soccorso. Amendolara, dove quattro lavoratori migranti sono morti nel rogo di un veicolo che, secondo le ricostruzioni investigative, sarebbe stato incendiato dai loro sfruttatori. Un quinto uomo è riuscito a salvarsi.

Il problema è che la nitidezza di queste immagini rischia di diventare un alibi. Ci permette di credere che il caporalato sia un uomo con un furgone in una piazza del Sud e che tutto ciò che non gli somiglia sia economia normale. Ma non è così.

In Italia si stimano 230 mila lavoratori agricoli impiegati irregolarmente e due quinti delle ore lavorate non risultano in regola. Il 28 per cento dei procedimenti giudiziari per sfruttamento è stato aperto nelle regioni settentrionali e un altro 27 per cento in quelle centrali. Nord e Centro, insieme, raccolgono dunque più della metà dei procedimenti. Nel luglio 2024, durante ispezioni straordinarie nella provincia di Mantova, furono riscontrate irregolarità in otto aziende agricole su undici.

Il caporalato del Sud non è l’eccezione arretrata che dimostra la salute del resto del Paese. È il bordo più visibile di un sistema nazionale. Al Nord, spesso, cambia soltanto il vocabolario.

Il furgone diventa una fattura. Il caporale diventa il titolare di una cooperativa senza terra, di una piccola società multiservizi o di una partita Iva. Il reclutamento in piazza diventa un contratto di appalto. L’impresa agricola non assume direttamente i braccianti, ma acquista un servizio, affidando a un intermediario la vendemmia, la potatura, il trasporto e la gestione della manodopera.

È ciò che accade anche nella filiera del Prosecco. Tra Veneto e Friuli devono essere vendemmiati più di trentamila ettari di Glera, con una domanda di lavoratori enorme e concentrata in poche settimane. Il reclutamento passa soprattutto attraverso cooperative senza terra, società e partite Iva che forniscono squadre di braccianti alle aziende. Formalmente vendono un servizio. Materialmente possono controllare assunzioni, salari, trasporti e condizioni di lavoro.

Il rapporto di Terra! definisce questo meccanismo “pilatismo aziendale”. L’azienda committente esternalizza la manodopera e, insieme alla burocrazia, tenta di esternalizzare la responsabilità. Non sa chi siano le persone arrivate nei suoi vigneti, quanto vengano pagate, dove dormano, chi trattenga una parte del salario. O, più precisamente, organizza il processo produttivo in modo da non doverlo sapere.

Il “servizio in appalto” diventa così una formula capace di neutralizzare lo scandalo, accanto al “malore”, al “regolamento di conti tra migranti” e ai “due imprenditori arrestati”. Il caso viene isolato, affidato alla cronaca giudiziaria e separato dalla filiera che lo ha reso economicamente possibile.

Caserta e il Prosecco non sono necessariamente collegati dalla stessa organizzazione criminale. Sono collegati da una stessa struttura economica, nella quale il lavoro umano rappresenta il costo più facile da comprimere.

Il primo meccanismo che tiene insieme le due facce del sistema è la distribuzione del valore. Su cento euro spesi al supermercato, all’agricoltura restano mediamente un euro e cinquanta. Diventano sette nel caso dei prodotti freschi. La quota maggiore viene assorbita dalla trasformazione, dal trasporto, dalla logistica e dalla distribuzione. Nel frattempo, circa l’ottanta per cento dei consumi alimentari passa attraverso le casse dei supermercati.

Foto Patafisik, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Questo squilibrio non assolve l’imprenditore che sfrutta. Nessun prezzo imposto dalla grande distribuzione obbliga a pagare tre euro l’ora, a esporre un uomo ai pesticidi o a farlo dormire accanto a una stalla. Ma aiuta a capire dove il sistema cerca il suo ultimo ribasso.

Il trasporto ha un costo contrattato. L’imballaggio ha un costo. La logistica ha un costo. Il lavoratore straniero, sostituibile e isolato, è l’anello sul quale è più semplice risparmiare.

Il secondo meccanismo è il soggiorno. Per molti lavoratori stranieri contratto, reddito, casa e documenti restano strettamente intrecciati. Perdere l’occupazione può significare perdere anche l’alloggio, la possibilità di rinnovare il permesso e ogni prospettiva di permanenza. Il ricatto non riguarda soltanto la paga. Riguarda la possibilità stessa di restare in Italia.

È per questo che la manodopera viene cercata anche nei centri di accoglienza, tra persone appena arrivate, prive di una rete sociale e spesso poco informate sui propri diritti. Chi non conosce la lingua, non possiede un’automobile, dipende dal datore di lavoro per dormire e teme di perdere i documenti ha meno possibilità di rifiutare, denunciare o semplicemente andarsene.

Ed è anche per questo che gli arresti non bastano. Per denunciare, un lavoratore deve sapere che dopo la denuncia non perderà il letto, il reddito, i documenti e ogni possibilità di lavorare. Senza protezione, assistenza legale, accoglienza e alternative occupazionali, chiedere alla vittima di collaborare significa spesso chiederle di mettere a rischio tutto ciò che le resta.

Poi c’è lo scaffale. È lì che le due facce del caporalato tornano a essere una sola. Il pomodoro raccolto nel Casertano, il melone mantovano, l’insalata in busta, la carne, il Barolo e la bottiglia di Prosecco diventano prodotti ordinati, tracciati, confezionati. L’etichetta racconta il territorio, il vitigno, l’annata, la denominazione e il metodo di produzione. Non racconta chi ha raccolto quel prodotto, quante ore ha lavorato, quanto è stato pagato e attraverso quanti appalti è passato.

Lo scaffale non dimostra che ogni prodotto sia frutto di sfruttamento. Dimostra il contrario. Oggi il consumatore non dispone quasi mai delle informazioni necessarie per distinguerlo. È qui che diventiamo responsabili anche noi, ma non tutti allo stesso modo. Non si può assegnare a chi compra una bottiglia la stessa responsabilità di chi organizza il lavoro, impone i prezzi, falsifica le buste paga o omette i controlli. E non si può trasformare il consumatore nell’ispettore che lo Stato non assume.

La responsabilità segue il potere. Chi governa una filiera, chi sceglie i fornitori e chi stabilisce le condizioni commerciali ne porta una quota infinitamente maggiore. Ma nemmeno possiamo considerarci estranei. Ogni acquisto chiude quella filiera e trasforma il lavoro di una persona in un prezzo. Diventiamo parte del problema quando accettiamo che il prezzo sia l’unica informazione decisiva e che tutto ciò che è avvenuto prima della cassa non ci riguardi.

La soluzione non è semplicemente comprare il prodotto più costoso. Il Prosecco, il Barolo e gli altri distretti di eccellenza dimostrano che un prezzo alto e una denominazione prestigiosa non garantiscono da soli un lavoro dignitoso. La qualità commerciale non coincide automaticamente con la qualità sociale.

Per questo una denominazione dovrebbe certificare anche le condizioni nelle quali un prodotto è stato realizzato. Un’azienda condannata in via definitiva per sfruttamento dovrebbe perdere marchi come DOP, DOC o DOCG. Non può esistere un prodotto di eccellenza ottenuto attraverso un lavoro indegno.

Sarebbe una misura concreta perché colpirebbe il punto nel quale la filiera trasforma la propria reputazione in valore economico. Oggi un’azienda può vendere l’immagine di un paesaggio, di una tradizione e di un’eccellenza, mentre la manodopera viene affidata a una società opaca.

Togliere la denominazione significherebbe affermare che la qualità non riguarda soltanto il terreno, l’uva o il metodo di produzione. Riguarda anche le persone.

Il caporalato che vediamo comincia con un furgone. Quello che non vediamo passa per una cooperativa, una partita Iva, un codice Ateco, un contratto e una fattura. Ma entrambi terminano nello stesso posto, davanti a noi, sotto una luce bianca, con un’etichetta elegante e un codice a barre.

Il furgone e lo scaffale non sono gli estremi di due storie diverse. Sono il primo e l’ultimo fotogramma della stessa filiera.

oto Frankie Fouganthin, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0