In Benin chi rifiuta i soldi dello Stato va in prigione

Il parlamento del Benin ha approvato all’unanimità una legge che punisce con multe e carcere chiunque si rifiuti di accettare banconote e monete emesse dalla Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale. Comprese quelle leggermente danneggiate ma ancora valide. Chi contraffà banconote rischia da dieci a vent’anni.

Chi le trasporta sapendo che sono false, da cinque a sette. Chi le rifiuta — anche solo per non accettare una banconota sgualcita — rischia sanzioni penali.

La domanda che nessun comunicato ufficiale si pone è la più ovvia: perché un paese deve usare il codice penale per costringere i propri cittadini ad accettare la propria valuta?

La risposta ufficiale parla di “modernizzazione delle sanzioni”, di “nuove forme di criminalità finanziaria”, di armonizzazione con le linee guida dell’Unione monetaria dell’Africa occidentale. Il presidente della commissione Finanze ha spiegato al parlamento che la legge mira a “porre fine ai ritardi nelle transazioni quotidiane e rafforzare la fluidità dei pagamenti”.

Tradotto: nei mercati del Benin — e non solo del Benin — i commercianti rifiutano sistematicamente le banconote. Non le banconote false. Le banconote reali, emesse dalla banca centrale, legali a tutti gli effetti. Questo accade abbastanza spesso, e abbastanza ovunque, da richiedere una legge nazionale per fermarlo.

Le banconote fisiche del franco CFA sono difficili da autenticare, abbondano di falsi, e quelle logore o strappate — anche se tecnicamente valide — creano problemi pratici a chi le riceve: la banca centrale non le cambia facilmente, le banche le rifiutano, e il commerciante si trova in mano carta che non riesce a spendere.

Rifiutare una banconota consumata non è un crimine — è la risposta razionale di chi ha imparato a proprie spese che quella carta può trasformarsi in un problema. Lo Stato risponde a questa razionalità con il carcere.

Se i commercianti rifiutano le banconote, con cosa commerciano? La risposta è che hanno costruito, nel tempo e per necessità, un sistema finanziario parallelo che funziona meglio di quello ufficiale.

Il primo strumento è il mobile money. In Costa d’Avorio nel 2024 le transazioni via telefono — Wave, Orange Money, MTN — hanno movimentato l’equivalente di 140 miliardi di dollari, una cifra che rivaleggia con interi settori dell’economia formale.

In Senegal il mobile money vale circa il 9% del PIL nazionale. Solo nell’Unione economica e monetaria ovest-africana — i cui otto paesi usano tutti il franco CFA — si contano ogni giorno 14,8 milioni di transazioni via telefono. I mercati funzionano col telefono. Le venditori ambulanti ricevono pagamenti via telefono.

I trasferimenti di denaro tra familiari avvengono via telefono. Il telefono è più veloce, più sicuro, più verificabile di una banconota che potrebbe essere falsa o logora.

Il secondo strumento è la tontine — un sistema di risparmio rotativo comunitario presente in tutta l’Africa francofona da secoli. Un gruppo di persone si accordano: ognuno versa una quota fissa a intervalli regolari, e ogni volta il totale va a uno dei membri a rotazione, finché tutti hanno ricevuto.

Niente contratti, niente banche, niente franchi CFA sul conto di nessun istituto. Solo fiducia sociale tra persone che si conoscono.

Foto “1400 Francos CFA” di docteur_chris è concesso con licenza CC BY-NC-SA 2.0.

In Africa occidentale le tontine coinvolgono trenta milioni di donne e gestiscono tre miliardi di dollari l’anno — soldi che servono a pagare le rette scolastiche, le spese mediche, l’attrezzatura per un piccolo commercio. Il sistema funziona perché si basa su relazioni reali, non su istituzioni in cui la gente non ha motivo di fidarsi.

Il terzo strumento, nel caso specifico del Benin, è la geografia. Il paese confina con la Nigeria, e i mercati di frontiera usano correntemente la naira nigeriana quanto il franco CFA — a volte di più, perché la naira è la valuta di un’economia dieci volte più grande e di scambi commerciali che precedono qualsiasi accordo monetario regionale.

L’80% della benzina consumata in Benin arriva di contrabbando dalla Nigeria. I mercati di frontiera hanno le loro regole, e il franco CFA è uno degli attori, non l’unico.

Dietro tutto questo c’è una questione più antica. Il franco CFA nasce nel 1945 come “franco delle Colonie Francesi d’Africa”. Cambia nome — oggi sta per “Comunità Finanziaria Africana” — ma non natura. È ancorato all’euro a un tasso fisso e inamovibile deciso a Parigi: 655,957 franchi per un euro, invariato dal 1999.

I paesi che lo usano non possono svalutare, non possono usare la politica monetaria per rispondere alle proprie crisi economiche, non possono adattare la valuta alla propria realtà. Le banconote fisiche vengono ancora stampate a Chamalières, in Francia.

Nel 1994 Parigi decise di svalutare il franco CFA del 50% dall’oggi al domani — una decisione presa senza consultare i governi africani, con conseguenze economiche devastanti che durano ancora oggi. Thomas Sankara, rivoluzionario del Burkina Faso, lo aveva definito “arma di dominio francese” prima di essere assassinato nel 1987 in un colpo di stato orchestrato con la complicità francese.

Kémi Séba, attivista pan-africanista, ha bruciato una banconota da 5.000 franchi CFA in pubblico a Dakar nel 2017 — è stato arrestato, poi assolto, poi espulso dal Senegal.

Dal 2020 ci sono stati sei colpi di stato nell’Africa occidentale. Tutti in paesi che usano il franco CFA. Burkina Faso, Mali e Niger stanno discutendo apertamente di abbandonarlo. Il Benin risponde con una legge che manda in prigione chi rifiuta la banconota.

Il 70% della popolazione dei paesi dell’Africa centrale che usano il franco CFA è fuori dal sistema bancario formale. Non per pigrizia o ignoranza — per scelta razionale. Le banche richiedono documenti, applicano commissioni, sono lontane dai villaggi, e soprattutto sono percepite come istituzioni che servono altri interessi, non i propri.

Le tontine non richiedono documenti. Il mobile money non richiede una filiale. I mercati informali non richiedono una moneta in cui fidarsi. Sono sistemi nati dalla sfiducia — non come atti di ribellione, ma come soluzioni pratiche a problemi pratici. Funzionano. Movimentano miliardi. Alimentano famiglie, pagano le scuole, finanziano piccole imprese.

Una legge può costringere un commerciante ad accettare una banconota sgualcita sotto minaccia di carcere. Non può costringerlo a fidarsi dell’istituzione che quella banconota emette. Non può ricostruire in un paese la fiducia in una valuta che è stata svalutata del 50% per decisione altrui, che viene stampata in un paese europeo, che non può essere adattata alle crisi locali.

Foto jbdodane via Flickr / Wikimedia Commons, CC BY 2.0.