Addio al carbone: il Regno Unito chiude l’ultima centrale elettrica

La Gran Bretagna si appresta a chiudere la sua ultima centrale elettrica a carbone, quella di Ratcliffe-on-Soar, segnando la fine di un’era industriale che ha dominato la produzione energetica del paese per oltre un secolo. A partire da ottobre, il Regno Unito sarà il primo tra i paesi del G7 a eliminare completamente l’uso del carbone per la produzione di elettricità, raggiungendo questo obiettivo con 15 mesi di anticipo rispetto ai piani originari.

Questo passo rappresenta una pietra miliare nella transizione energetica britannica, che negli ultimi anni ha visto un drastico calo dell’uso del carbone a favore delle fonti rinnovabili, come l’energia eolica e solare.

Il cambiamento in Gran Bretagna è profondo. Un paese che, nel 1882, con la centrale di Holborn Viaduct a Londra, fu il primo al mondo a produrre elettricità dal carbone, sta ora chiudendo il capitolo di una risorsa che ha alimentato la sua rivoluzione industriale.

Negli anni ’90, l’80% dell’elettricità britannica proveniva dal carbone, mentre oggi questa cifra è scesa all’1%. Le rinnovabili ora forniscono il 43% dell’elettricità del Paese, seguite dal gas con il 32%. Tuttavia, sebbene questo cambiamento sia salutato come un progresso verso un’economia più sostenibile, la transizione non è priva di ostacoli.

La rete elettrica britannica, pur avendo fatto passi avanti verso una maggiore integrazione delle energie rinnovabili, non è ancora completamente pronta a sostenere un sistema basato interamente su queste fonti.

Inoltre, la domanda di elettricità è destinata ad aumentare nei prossimi anni, con il previsto passaggio dalle auto a combustione interna a quelle elettriche e l’adozione di pompe di calore al posto dei tradizionali riscaldamenti a gas. Questo richiederà significativi investimenti nella modernizzazione delle infrastrutture energetiche.

Il governo laburista, guidato dal primo ministro Keir Starmer, si è posto obiettivi ancora più ambiziosi rispetto ai suoi predecessori conservatori. La produzione di elettricità dovrà essere completamente decarbonizzata entro il 2030, cinque anni prima di quanto previsto dal precedente governo di Rishi Sunak.

Questo sforzo è parte di una più ampia strategia del partito laburista, che vuole fare della Gran Bretagna una “superpotenza dell’energia pulita”. Tra i progetti chiave ci sono nuovi parchi eolici offshore, tra cui Hornsea 3 e 4, che potrebbero diventare i più grandi d’Europa, capaci di fornire elettricità a circa undici milioni di famiglie.

Tuttavia, per comprendere appieno il significato di questo cambiamento, è necessario ricordare un momento cruciale nella storia energetica britannica: la crisi del carbone degli anni ’80. Durante quel decennio, il primo ministro Margaret Thatcher, leader del Partito Conservatore, intraprese una battaglia decisiva contro i sindacati dei minatori, sostenendo che il futuro economico del Paese non poteva dipendere da un’industria così pesantemente sovvenzionata e inefficiente.

Thatcher, che aveva come obiettivo la modernizzazione e privatizzazione dell’economia britannica, ritenne necessario ridurre la dipendenza del Regno Unito dal carbone, a favore di altre fonti energetiche, come il gas naturale e il nucleare. In realtà il vero problema britannico era che il costo del carbone interno era diventato superiore a quello da importare.

La sua politica di chiusura delle miniere di carbone, che portò alla chiusura di oltre 20 miniere solo nel 1984, scatenò violenti scioperi e proteste, culminate nello sciopero dei minatori del 1984-1985, che coinvolse decine di migliaia di lavoratori e paralizzò il Paese.

Questa decisione fu estremamente controversa e provocò profonde ferite sociali, specialmente nelle comunità minerarie del nord dell’Inghilterra, della Scozia e del Galles, dove intere città si ritrovarono improvvisamente senza lavoro. Migliaia di minatori furono licenziati, e molte famiglie furono gettate sul lastrico. La crisi segnò l’inizio di un declino irreversibile dell’industria del carbone britannica, ma rappresentò anche una svolta decisiva per la politica e l’economia britannica.

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La chiusura delle miniere fu parte integrante della visione di Thatcher di un’economia britannica più dinamica e meno dipendente dall’intervento statale. Tuttavia, le conseguenze sociali furono devastanti per le comunità che avevano fatto affidamento sul carbone per la loro sopravvivenza.

Questa fase storica evidenzia come ogni grande transizione energetica porti con sé sfide enormi, sia dal punto di vista economico che sociale.

Oggi, mentre il Regno Unito si allontana definitivamente dal carbone, le sfide non sono così diverse. Sebbene la transizione verso le rinnovabili rappresenti una svolta positiva per la riduzione delle emissioni di gas serra, ci sono ancora questioni irrisolte, come la mancanza di una rete elettrica adeguata e l’insufficienza di lavoratori qualificati per supportare questa transizione.

Inoltre, il gas naturale continua a svolgere un ruolo cruciale durante i periodi in cui le rinnovabili non riescono a soddisfare la domanda, come nelle giornate fredde e senza vento.

Un altro punto chiave della strategia britannica per l’energia del futuro riguarda il nucleare, che dovrebbe essere potenziato per garantire una fornitura stabile e a basse emissioni. Il governo sta anche puntando molto sullo sviluppo di tecnologie per lo stoccaggio dell’energia, in modo da rendere più flessibile l’uso dell’energia rinnovabile, permettendo di immagazzinare l’elettricità prodotta in eccesso per usarla in momenti di maggiore necessità.

La demolizione delle imponenti torri di raffreddamento della centrale di Ratcliffe-on-Soar, che da decenni dominano il paesaggio del Nottinghamshire, simboleggerà definitivamente la fine dell’era del carbone in Gran Bretagna. Sul sito della centrale verrà costruito un centro di ricerca per tecnologie a emissioni zero, una testimonianza del nuovo corso energetico del Paese.

In conclusione, il percorso del Regno Unito verso l’abbandono del carbone, sebbene accolto come una vittoria per l’ambiente, è anche una lezione su come le transizioni energetiche possano comportare enormi costi sociali.

La crisi del carbone sotto Margaret Thatcher e le migliaia di licenziamenti che ne seguirono sono un promemoria di quanto possa essere complessa la strada verso un futuro energetico sostenibile. Oggi, la Gran Bretagna affronta una sfida simile, con l’obiettivo di modernizzare la sua economia senza compromettere il benessere sociale.

La strada verso l’elettricità pulita e a basse emissioni è ancora lunga, ma la determinazione del Paese a diventare una “superpotenza dell’energia pulita” dimostra che è possibile un futuro senza carbone.

By MaltaGC – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=59191707