La diga etiope divide il Nilo: festa ad Addis, rabbia al Cairo

L’Etiopia ha festeggiato ieri, martedì, come un Paese in rinascita. Addis Abeba si è riempita di danze, musica e maxi-schermi per seguire in diretta l’inaugurazione della Grande Diga del Rinascimento (GERD), la più grande opera idroelettrica d’Africa.

Per il premier Abiy Ahmed è il simbolo di un sogno che diventa realtà: raddoppiare la produzione di energia elettrica, liberare milioni di cittadini dai blackout cronici e trasformare l’Etiopia in esportatrice di energia pulita, in linea con il divieto nazionale di importare veicoli a benzina.

Eppure, mentre i leader africani accorsi all’evento parlavano di “orgoglio panafricano” e di “visione condivisa”, sul bacino del Nilo si è alzato un coro di protesta che rischia di offuscare i festeggiamenti.

L’ira dell’Egitto

Il Cairo vede nella diga non una promessa di sviluppo, ma una minaccia esistenziale. L’Egitto, che dipende dal Nilo per quasi tutta la sua acqua, denuncia da anni il progetto etiope come un atto unilaterale che riduce la portata del fiume a valle. Per il presidente al-Sisi, l’inaugurazione è “un precedente pericoloso” e il governo egiziano ha portato la questione fino al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La paura è che la GERD, con i suoi enormi serbatoi, possa compromettere l’irrigazione delle terre agricole che sostengono oltre 100 milioni di egiziani.

Dietro la protesta c’è anche la memoria di accordi idrici firmati in epoca coloniale che garantivano all’Egitto la quasi totalità delle acque del Nilo: intese che l’Etiopia non ha mai riconosciuto. La diga diventa così il terreno di scontro tra vecchie logiche di controllo e nuove rivendicazioni di sovranità africana.

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I dubbi del Sudan

Anche il Sudan, vicino immediato del colosso idroelettrico, si muove su un crinale delicato. Da un lato riconosce che la diga potrebbe portare benefici, come la riduzione delle inondazioni stagionali e l’accesso a energia più stabile. Dall’altro teme di pagare il prezzo di un progetto gestito senza accordi vincolanti. Khartoum chiede garanzie chiare sui tempi di riempimento e sulla gestione delle acque, ma finora non è riuscita a ottenerle.

Un simbolo che divide

Per Addis Abeba, la GERD è molto più di una diga: è la dimostrazione che l’Africa può realizzare infrastrutture colossali senza dipendere da capitali esteri o dall’approvazione di potenze vicine. Abiy Ahmed lo ha detto esplicitamente: “Non toglieremo a nessuno la sua giusta quota. La fame dei nostri fratelli egiziani è anche la nostra fame”. Ma le sue parole concilianti non hanno dissipato i sospetti.

La diga è un’opera da quasi cinque miliardi di dollari, capace di generare oltre 5.000 megawatt. È, al tempo stesso, un investimento nell’energia pulita e una sfida geopolitica che intreccia acqua, potere e sopravvivenza.

Festa e fratture

Se ad Addis Abeba la folla celebrava con balli e bandiere, al Cairo e a Khartoum prevaleva la paura. Il paradosso è tutto qui: ciò che per l’Etiopia rappresenta il futuro, per i vicini può significare scarsità e insicurezza.

La Grande Diga del Rinascimento inaugura una nuova stagione africana, ma anche una delle dispute idriche più delicate del pianeta. Un progetto nato per illuminare un Paese rischia di gettare ombre lunghe su un’intera regione.

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